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…non pensano


«Ci si arrovella tanto sul pensiero di certi uomini politici. Credo che a un certo punto dovremmo fare la semplicistica operazione di dire che non pensano»

Leonardo Sciscia.

C’è un punto, sottilissimo e decisivo, in cui il parlare smette di essere un gesto neutro e diventa un atto morale. Non lo si avverte subito: accade lentamente, per assuefazione, come quando l’orecchio si abitua al rumore di fondo e smette di distinguerlo. Ma è proprio lì che comincia lo smarrimento.
Si è portati a credere che il pensiero preceda la parola, che esista da qualche parte — puro, intatto — e che il linguaggio sia soltanto il suo involucro, talvolta imperfetto. È un’illusione rassicurante, perché ci assolve: se le parole sono inadeguate, la colpa non è nostra, è del mezzo. E invece accade il contrario. La parola non traduce il pensiero: lo costruisce. Lo delimita, lo disciplina, gli impone una forma. Senza quella forma, il pensiero non è ancora tale: è un grumo indistinto, una materia informe che non sa dirsi e, proprio per questo, non sa neppure conoscersi.
Per questo parlare male non è un difetto estetico, ma un difetto cognitivo. Non si tratta di eleganza, ma di precisione. Chi dispone di poche parole, o le usa male, restringe automaticamente il campo del proprio pensiero. Come uno strumento lasciato arrugginire, la mente perde elasticità, si irrigidisce, smette di distinguere. Non è un caso che, dove il linguaggio si impoverisce, anche la realtà si semplifica fino a diventare caricatura: tutto è ridotto a slogan, a opposizioni elementari, a semplificazioni brutali.
E allora si comprende, senza bisogno di troppe dimostrazioni, perché l’incompetenza linguistica non resti confinata nei margini, ma finisca per investire il centro. Quando il discorso pubblico si abitua alla sciatteria, quando la parola diventa approssimativa, sciatta, negligente, anche il pensiero che quella parola dovrebbe sostenere si adegua: si fa pigro, impreciso, irresponsabile. Non si vede più con chiarezza, non si interpreta con rigore, non si comprende davvero. Si reagisce.
In questo senso, la questione non riguarda soltanto chi governa, ma chi ascolta. Un Paese che tollera un linguaggio povero è un Paese che ha già rinunciato a pensare con profondità. E quando il pensiero si ritira, resta il rumore: un continuo parlare che non costruisce nulla, che non organizza, che non chiarisce. Un parlare che non è più logos, ma il suo simulacro.
Italo Calvino, riflettendo sulla “leggerezza”, parlava della necessità di sottrarre peso alla scrittura per salvarla dall’opacità del mondo, da quella pietrificazione che minaccia ogni cosa . Ma quella leggerezza non era superficialità: era, al contrario, un esercizio estremo di precisione, di controllo, di responsabilità. Solo chi sa maneggiare il linguaggio con rigore può alleggerirlo senza svuotarlo.
E forse è proprio qui il punto più difficile da accettare: la parola non è innocente. Non lo è mai stata. Ogni frase detta male, ogni concetto espresso con trascuratezza, ogni approssimazione tollerata non resta isolata, ma contribuisce a costruire un mondo meno comprensibile, più confuso, più opaco.
Poi ci si guarda intorno, e tutto sembra improvvisamente coerente. Non c’è più bisogno di indignarsi: basta ascoltare. Basta leggere. Basta riconoscere, nella forma stessa del discorso, la qualità del pensiero che lo sostiene.
E a quel punto il conto torna, con la semplicità brutale delle evidenze. Due più due. Sempre quattro. Anche quando si vorrebbe che fosse diversamente.

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