C’è una parola che ho smesso di pronunciare, e adesso mi accorgo che è la stessa parola che mi tiene in vita. Voglio. La dico piano, sotto i denti, come si dice una preghiera in una chiesa vuota dove non si è certi che qualcuno ascolti.
Voglio che piova, e non aver riparo. Voglio che il cielo si rompa esattamente sopra di me e non avere giacca, né ombrello, né portone sotto cui infilarmi. Voglio sentire l’acqua sui capelli, sulle ciglia, dentro il colletto, e non pensare nemmeno per un istante a cambiarmi. Voglio che faccia freddo, e non avere niente con cui coprirmi: solo il freddo, vero, quello che ti entra nelle ossa e ti ricorda che le ossa ce le hai. Voglio aver fame — quella fame onesta, antica, che non si placa con un biscotto preso distrattamente — e poi, finalmente, potermi saziare. Mangiare come si mangiava da bambini, quando il pane era pane e l’acqua era acqua, e bastavano.
Voglio esser lontano. Talmente lontano che il ritorno diventi una piccola impresa, una cosa che mi costi qualcosa. Voglio camminare a lungo per ritrovare la strada di casa, e voglio che mi facciano male le gambe — quelle fitte sorde lungo i polpacci, quelle che ti obbligano a stringere i denti e a contare i passi. Perché il dolore vero, quello fisico, è un’amicizia leale: non mente, non ti illude, ti dice esattamente dov’è.
Voglio perdermi per le strade come ci si perde in una conversazione importante. Voglio prender confidenza con loro lentamente, come si fa con uno sconosciuto diffidente — quei tipi che non ti danno niente al primo incontro, e poi un giorno, all’improvviso, ti raccontano la loro vita su un marciapiede qualunque. Voglio imparare a memoria un angolo, un portone, il modo in cui la luce di novembre cade su una certa ringhiera alle quattro del pomeriggio.
Voglio sentire i sapori. Tutti. Anche quelli che mi spaventano. Voglio non dover più temere gli odori — l’odore della pioggia sull’asfalto, l’odore delle case degli altri, l’odore della mia, che ho dimenticato. Voglio riscoprire l’importanza del tatto: la corteccia di un albero, il bordo di una tazza, una mano stretta forte e senza fretta. Tutte quelle cose che abbiamo appaltato agli schermi, e che gli schermi non sanno restituirci.
Voglio uscire da me. È questa, alla fine, la verità di tutto il resto. Voglio uscire da me prima di esser costretto a rimanerci per sempre — prigioniero gentile dei miei stessi pensieri, ben sistemato dentro l’idea che mi sono fatto di me. Perché c’è un momento, e arriva senza avvisare, in cui rischi di diventare l’inquilino fisso di te stesso. Conosci ogni stanza, ogni interruttore, ogni scricchiolio del parquet — e proprio per questo non ti accorgi più di niente.
Allora voglio la pioggia addosso. Voglio il freddo. Voglio la fame. Voglio le gambe stanche e una strada che non riconosco. Voglio una porta sconosciuta a cui bussare e una voce che mi chieda chi sono — e dover rispondere, finalmente, qualcosa di vero.
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