La gentilezza usata come resa…

Ci sono giorni in cui il silenzio non consola. Fa rumore. Un rumore basso, continuo, come certi frigoriferi vecchi nelle case di provincia: non ci fai caso per anni, poi una notte ti impedisce di dormire e capisci che era sempre stato lì.
I ricordi, in quei giorni, affiorano senza eleganza. Non tornano per salvarci, non hanno nemmeno la delicatezza della nostalgia. Risalgono come oggetti dal fondo del mare dopo una mareggiata: sporchi di sabbia, corrosi dal sale, irriconoscibili quasi. Eppure, per un istante, ti illudono ancora di poter significare qualcosa. Di aver lasciato un segno. Una traccia. Una prova che tutto quel dolore, tutta quella ostinazione, almeno, siano serviti a non sparire del tutto.
Poi affondano di nuovo.
Credo esista una stanchezza diversa da quella del corpo. Una stanchezza morale, quasi geologica. Non arriva all’improvviso: sedimenta. Strato sopra strato. Ogni volta che accetti qualcosa che avresti dovuto interrompere. Ogni volta che scegli di sopportare invece di dire basta. Ogni volta che resti educato mentre dentro di te si sta consumando un incendio.
La verità è che spesso non ci stanchiamo delle cose brutte.
Ci stanchiamo delle cose che continuiamo a giustificare.
Della gentilezza usata come resa.
Delle spiegazioni date a chi non voleva capire ma soltanto vincere.
Delle scuse chieste anche quando eravamo noi quelli feriti.
Di quel bisogno quasi patologico di sistemare tutto, tenere insieme tutti, salvare tutti.
Perfino noi stessi.
E allora arriva un momento in cui non hai più rabbia. Che è la fase peggiore. La rabbia almeno contiene energia, contiene movimento, contiene ancora una forma d’amore tradito. La vera stanchezza invece è muta. Ti svuota. Ti rende indifferente perfino al dolore che fino a ieri ti divorava.
Guardi le guerre minuscole delle persone — le diplomazie finte, le cortesie velenose, gli egoismi travestiti da sensibilità — e improvvisamente ti sembrano tutti bambini stanchi che fingono di essere adulti. Uomini e donne che combattono per avere ragione perché non hanno più il coraggio di cercare la verità.
Forse crescere significa anche questo: smettere di credere che ogni conflitto possa essere risolto con abbastanza bontà.
Ci hanno insegnato che essere buoni bastasse.
Ma nessuno ci ha spiegato quanto possa diventare feroce la stanchezza dei buoni.
Eppure — ed è la cosa più assurda — persino nei giorni peggiori rimane qualcosa. Un resto minimo. Una specie di brace. A volte è una frase letta anni prima. Una mano ricordata male. Una canzone ascoltata per caso da una finestra aperta. A volte basta il modo in cui la luce cade sopra un muro alle sei di sera.
Piccole cose inutili che continuano a salvarci senza fare rumore.
Forse la vita non è questa grande vittoria che immaginavamo.
Forse è soltanto imparare a non diventare duri.
A non lasciare che tutta questa stanchezza ci trasformi definitivamente in pietra.
Come se, da qualche parte dentro di noi, esistesse ancora un punto minuscolo disposto a credere che valga la pena restare umani.