«La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c'è più né sole né luna, c'è la verità» - Leonardo Sciascia
Ti accorgi tardi, sempre tardi, che alcune creature non ascoltano davvero il nostro dolore: lo attraversano. Lo ricevono come si riceve una pioggia sottile da dietro un vetro, con quella distrazione innocente di chi non ha ancora imparato il peso preciso delle parole, la loro ruggine, la loro fame, la loro cattiveria involontaria. Tu parli, provi a spiegare l’ombra, la stanza senza luce, il punto esatto in cui qualcosa dentro si è rotto senza far rumore, e dall’altra parte trovi un sorriso appena aperto, uno sguardo che pare assentarsi non per mancanza d’amore, ma per eccesso di altrove.
E allora capisci che forse la tua tragedia, vista da quegli occhi, non è tragedia. È una fiaba scura.
Una di quelle storie antiche in cui un uomo cammina per anni dentro un bosco, perde il nome, la casa, il sonno, eppure da qualche parte, tra i rami, continua a filtrare una luna. Tu credevi di portare una ferita definitiva, una sentenza scritta con inchiostro nero sulla pelle del cuore; e invece lei la guarda come si guarda una cosa narrabile, una cosa che può ancora diventare racconto, una cosa che non ha smesso del tutto di appartenere alla bellezza.
Questo fa chi ha negli occhi una forma infantile di grazia: non guarisce, non consola, non capisce nemmeno fino in fondo. Peggio. Trasfigura.
Tu arrivi con le tue notti addosso, con le mani piene di cenere, con quella serietà un po’ ridicola di chi ha sofferto e pretende che il mondo, almeno per educazione, se ne accorga. Arrivi convinto che il dolore sia una prova d’identità, un documento, una patente di profondità. Poi lei inclina appena il capo, sorride, ascolta a metà, e in quella metà ti disarma più che in qualunque abbraccio intero.
Perché la distrazione di certe persone non è assenza. È un altro modo di stare al mondo. Guardano altrove non perché tu non esista, ma perché vedono anche ciò che tu, dentro la tua pena, non riesci più a vedere. Tu dici buio, loro intravedono argento. Tu dici perdita, loro sentono ancora il rumore dell’acqua. Tu dici fine, loro — senza saperlo, senza volerlo, senza nemmeno avere la grazia di farlo apposta — lasciano aperta una porta.
E gli occhi, poi.
Alcuni occhi non guardano: trattengono. Sono piccoli laghi in cui il cielo si esercita a non cadere. Ci passi davanti e senti che qualcosa di te, qualcosa che credevi libero, adulto, ben difeso, viene preso senza violenza. Non è seduzione, o non soltanto. È un vincolo più sottile, più crudele, quasi sacro. Uno sguardo può diventare catena proprio perché non stringe. Ti lascia muovere, parlare, fingere indifferenza, perfino andartene. Ma intanto resta lì, addosso, come una luce fredda sulle cose dimenticate.
E allora la voce cambia.
Vorresti dire tutto e ti scopri muto. Vorresti chiedere, pretendere, bere da quella limpidezza, infilare la bocca nella sorgente e salvarci almeno il giorno. Ma certe acque non sono fatte per dissetare. Sono acque sante: si guardano, si sfiorano, si portano alla fronte. Non si possiedono. Non si rovesciano nella gola come rimedio alla sete degli uomini.
È questa, forse, la più raffinata delle condanne: desiderare ciò che salva, sapendo che non deve salvarti.
Perché se la luce diventasse tua, smetterebbe di essere luce. Se quel sorriso ti appartenesse, perderebbe la sua distratta regalità. Se quegli occhi si lasciassero abitare davvero, forse non sarebbero più laghi, ma stanze; e nelle stanze, prima o poi, entra la polvere, si spostano i mobili, si consuma il miracolo domestico delle presenze.
Invece restano là. A una distanza esatta. Abbastanza vicini da incendiare, abbastanza lontani da non bruciare del tutto. E tu rimani nel mezzo, con il sole dei desideri addosso e la sete intatta, a imparare una forma dolorosissima di devozione: amare senza bere, guardare senza prendere, sentire che un essere umano può essere per noi specchio, luna, fiaba, catena, e non per questo diventare destino.
Forse certe persone arrivano solo per questo. Non per restare. Non per capirci. Non per raccogliere la nostra notte con mani attente e adulte. Arrivano per mostrarci che perfino la nostra parte più oscura, vista da occhi abbastanza limpidi, può ancora riflettere qualcosa. E allora non importa se ascoltano distratte. A volte basta che sorridano mentre noi crolliamo. Non per salvarci dalla caduta. Per farci vedere, nell’istante preciso in cui tocchiamo il fondo, che laggiù — incredibilmente — c’è ancora luna.
