La nostalgia del presente…

Ci sono calendari che non andrebbero appesi alle pareti, ma tenuti in tasca, accanto alle chiavi, alle monete, ai biglietti del parcheggio, alle cose piccole che ci ricordano che siamo sempre sul punto di entrare da qualche parte o di uscirne.
Perché il tempo, a guardarlo bene, non passa.
Ci sottrae.
Non fa rumore, non sbatte le porte, non avvisa con una lettera formale. Non dice: attenzione, questa era una delle ultime sere tiepide in cui potevi camminare senza sapere dove andare. Non dice: ricordati questo sole, questa camicia leggera, questo odore di benzina e crema solare, questo traffico idiota verso il mare, questa felicità senza prestigio, senza fotografia buona, senza didascalia intelligente.
Il tempo ha un’eleganza criminale.
Ti lascia credere che tutto tornerà uguale. Che luglio sia una cosa ripetibile. Che l’estate sia un diritto acquisito. Che il primo caldo sia un appuntamento fisso, come il bollo dell’auto, come la bolletta, come certe telefonate che non vuoi fare e rimandi. E invece no. Ogni estate è una moneta gettata in una fontana dove nessuno promette miracoli. Ogni estate se ne va portandosi dietro una versione di noi che non rivedremo più.
E noi, intanto, a fare i seri.
A diventare professionisti dell’attesa. Quando avrò tempo. Quando starò meglio. Quando avrò sistemato questa cosa. Quando avrò capito. Quando avrò finito. Quando sarò più libero. Quando sarò più pronto.
Pronto a cosa, poi.
A vivere?
Come se vivere fosse un esame da prenotare. Come se ci fosse una commissione davanti alla quale presentarci finalmente ordinati, riposati, lucidi, convenienti. Come se la vita ci aspettasse con pazienza dietro una porta, seduta composta, senza invecchiare anche lei, senza stancarsi, senza spegnere una lampada alla volta.
E invece la vita è questa cosa maleducata che accade mentre cerchiamo le condizioni migliori per accoglierla.
È il caldo che arriva quando hai troppo da fare. È il mare visto da lontano, da una strada sopraelevata, mentre dici: magari domenica. È una foto scattata male, con i capelli sbagliati e la luce addosso, che dieci anni dopo diventa una reliquia. E tu la guardi e pensi: ero giovane. Ma non lo sapevo. Eri giovane, sì. Ma soprattutto eri vivo in un punto preciso del mondo, con una quantità enorme di futuro davanti e una quantità enorme di inconsapevolezza dentro.
Forse è questo il vero spreco: non la giovinezza perduta, ma la giovinezza non riconosciuta.
Perché siamo sempre giovani rispetto a qualcuno che saremo. Siamo sempre in tempo per qualcosa che, tra qualche anno, chiameremo con nostalgia. Anche oggi, che ci sembra un giorno qualsiasi, un giorno senza grazia, senza annuncio, senza musica, un giorno utile solo a essere superato, potrebbe diventare uno di quei ricordi che un domani invocheremo con la voce addolcita dalla distanza.
Ah, quei tempi. E quei tempi, magari, sono questi.
Questi giorni storti. Queste mattine piene di cose da fare. Queste sere in cui non succede niente e proprio per questo accade quasi tutto. Questo corpo che ancora ci porta. Questa fame confusa. Questa possibilità residua di dire sì a qualcosa senza chiedere garanzie al destino.
Non serve fare grandi rivoluzioni. A volte basta non tradirsi. Basta non dimenticarsi dentro un’agenda. Basta non trasformare l’esistenza in un corridoio verso una stanza che non apriremo mai. Basta avere pietà di sé, ogni tanto, e concedersi una porzione minima di presente: una passeggiata, una telefonata, un gelato mangiato senza colpa, una sera lasciata respirare, una persona guardata bene, una felicità piccola non rinviata per eccesso di prudenza.
Perché poi le estati finiscono davvero.
Finiscono anche quelle che sembravano infinite. Finiscono quelle rumorose e quelle solitarie, quelle piene di partenze e quelle rimaste ferme sul balcone. Finiscono i pomeriggi lunghi, le lenzuola leggere, le promesse fatte con superficialità e per questo quasi sacre. Finisce il primo giorno caldo. Finisce il sole di luglio. Finisce persino il traffico verso il mare, che mentre lo maledici non sai ancora quanto un giorno ti sembrerà umano, vivo, tenero, quasi una prova generale di eternità.
Allora forse la cosa più intelligente, oggi, è non aspettare di essere felici col senno di poi.
Riconoscere adesso, mentre accade, la grazia imperfetta di esserci.
Non perché tutto sia bello.
Ma perché tutto passa.
E proprio per questo, a volte, merita amore.

La biblioteca degli sguardi…

Ci si potrebbe chiedere se una persona sia leggibile.
Non nel senso banale in cui si dice di un volto che tradisce un’emozione, o di un gesto che rivela un’intenzione; ma in un senso più minuto e più vasto: come si legge una mappa, una città dall’alto, una pagina scritta in una lingua di cui si conoscono poche parole e molte pause.
Ogni persona infatti dispone intorno a sé una serie di indizi. Non li sceglie tutti. Alcuni le sfuggono. Altri li corregge. Altri ancora li lascia in vista credendo che siano invisibili. Il modo di tenere il bicchiere, di entrare in una stanza, di aspettare una risposta, di fingere attenzione, di sottrarsi a una domanda: tutto concorre a formare una scrittura.
Si potrebbe allora immaginare l’umanità come una grande biblioteca senza catalogo.
I volumi non sono ordinati per autore, né per argomento, né per altezza. Stanno accatastati secondo un criterio segreto: gli ambiziosi vicino ai timidi, i vanitosi accanto agli inconsolabili, i prudenti sopra i temerari, gli uguali travestiti da eccezione e gli irriducibili nascosti sotto copertine comunissime.
Chi vuole distinguersi adotta spesso una divisa della diversità. Chi è davvero diverso, invece, cerca talvolta un riparo nell’uniforme. Solo chi è libero rinuncia al problema della classificazione. Non si colloca. Non si spiega. Non si preoccupa di corrispondere al proprio riassunto.
E questa, forse, è la forma più rara di leggibilità: non essere semplici, ma non mentire sulla propria complessità.
Un volto può contenere più punteggiatura di un discorso. La ruga è una parentesi lasciata aperta dagli anni. La smorfia è un inciso. Lo sbadiglio, spesso, è una citazione involontaria della noia universale. Il sorriso può essere un titolo promettente o una quarta di copertina ingannevole. Gli occhi, poi, non sono mai finestre: sono note a margine, aggiunte dopo, quando il testo principale era già stato composto.
Leggere una persona significa accettare che nessuna edizione sia definitiva.
C’è chi si presenta in bella copia e porta dentro cancellature furiose. C’è chi sembra scritto male e invece custodisce una sintassi profondissima, fatta di pudore, di difese, di dolore ben rilegato. C’è chi ha pagine intonse perché non ha mai osato viverle; e chi ha le pagine consumate, segnate, piene di orecchie agli angoli, come i libri che sono passati di mano in mano e per questo hanno imparato qualcosa.
Il rischio, naturalmente, è credere di aver capito.
Aprire una persona, leggerne due righe, e richiuderla con la presunzione del critico frettoloso. Ma le persone non si lasciano riassumere senza vendicarsi. Appena si formula un giudizio, esse cambiano posto nello scaffale. Appena si trova una definizione, una piega del volto la contraddice. Appena si crede di aver individuato il genere — commedia, elegia, trattato morale, romanzo d’avventura — ecco apparire una pagina apocrifa, un frammento lirico, una nota comica nel mezzo della tragedia.
Forse bisognerebbe leggere gli altri come si leggono certi libri difficili: non per possederli, ma per attraversarli.
Senza sottolineare troppo. Senza pretendere che ogni frase sia chiara. Con quella forma di attenzione che non pesa, che sfiora, che riconosce nella superficie il punto in cui il profondo viene a respirare.
Perché le persone, viste da vicino, non sono mai tutte uguali.
Semmai sono tutte inesauribili nello stesso modo. E ciascuna, anche la più ordinaria, anche la più muta, anche quella che passa senza lasciare apparentemente traccia, porta con sé una piccola enciclopedia del vivere: errori, desideri, superstizioni, vergogne, parole non dette, paure lucidate dall’abitudine, speranze ripiegate in quattro.
Una biblioteca pubblica, sì.
Ma con una condizione: che il lettore entri in silenzio, non strappi le pagine, non scambi l’indice per il libro, e soprattutto non dimentichi che anche lui, mentre legge, è letto.