


A volte il navigatore sbaglia strada, ma la vita no: proprio perdendosi si finisce per scoprire luoghi incantevoli e imprevedibili.
il blog di Biagio Raucci



A volte il navigatore sbaglia strada, ma la vita no: proprio perdendosi si finisce per scoprire luoghi incantevoli e imprevedibili.
Questi ultimi anni non hanno cambiato il mondo: gli hanno tolto la cipria.
Non hanno inventato la distanza, l’hanno misurata. Non hanno creato la ferocia, l’hanno fatta parlare a voce alta. Non hanno generato l’indifferenza, l’hanno solo costretta a uscire di casa senza cappotto, in piena luce, con quella sua faccia ordinaria, quasi educata, quasi rispettabile.
Credevamo che il male avesse bisogno di grandi scenografie, di bandiere nere, di stivali, di porte sfondate all’alba. E invece spesso arriva in camicia stirata, in un commento scritto male, in un’alzata di spalle, in una frase detta per non compromettersi, in un “io non c’entro”, in un “non è il momento”, in un “bisogna capire anche gli altri”.
Credevamo che il mondo fosse diventato più crudele. Forse era soltanto diventato più leggibile.
Come certe fotografie sviluppate male, che all’inizio sembrano bianche, innocenti, inutili, e poi lentamente rivelano il volto, il gesto, la colpa, la mano rimasta fuori dall’inquadratura. Questi anni sono stati una camera oscura. Hanno fatto emergere ciò che era già impresso nella pellicola: la paura, la solitudine, la viltà vestita da prudenza, l’egoismo chiamato libertà, la rabbia scambiata per sincerità.
Ma anche il contrario.
Perché la luce, quando arriva, non sceglie. Mostra tutto. Ha mostrato chi sa restare. Chi sa tacere senza sparire. Chi, pur tremando, non ha consegnato la propria umanità al primo inverno disponibile. Ha mostrato i pochi che non hanno avuto bisogno di proclamarsi buoni, perché semplicemente hanno tenuto accesa una lampada, preparato un posto, dato una mano, mandato un messaggio, chiesto: “Come stai?” senza usarlo come formula.
La verità è che noi speravamo in una trasformazione del mondo per non dover sopportare la sua rivelazione.
È più facile dire: “Tutto è cambiato”, che ammettere: “Non avevo guardato abbastanza”.
Il mondo era già questo. Solo che prima c’erano più tende, più musica, più rumore di stoviglie, più feste a coprire il crepitio delle crepe. Adesso le crepe hanno preso parola. E non si può più fingere che siano decorazioni.
Forse crescere è proprio questo: smettere di chiedere al tempo di migliorare le cose e cominciare a domandarsi che cosa, di noi, il tempo ha finalmente smascherato.
Perché gli anni difficili non sono soltanto una prova. Sono uno specchio. E lo specchio, a differenza degli uomini, non consola, non assolve, non negozia. Restituisce.
A noi decidere se chiamarla rovina o rivelazione.