
Maledetto sia, allora, tutto ciò che tiene.
La corda sottile che salva e strozza.
Il porto intravisto quando ormai avevamo quasi imparato la deriva.
La mano tesa quando il corpo, finalmente, aveva smesso di chiedere permesso al dolore.
Perché c’è una stanchezza che non desidera più salvezza. Non per superbia, non per tragedia, non per quella misera teatralità con cui a volte ci accomodiamo nel nostro stesso lamento come in una poltrona consumata. No. C’è una stanchezza più antica, più seria, più fisica: una stanchezza che somiglia all’acqua quando non vuole più opporsi alla pietra. Una stanchezza che non chiede di essere capita, ma solo lasciata scendere.
E invece no.
Invece qualcosa ci tiene.
Una legge invisibile, una forza contraria, una ridicola misericordia della materia. Il corpo vorrebbe cedere e il mondo, con una puntualità quasi offensiva, lo respinge verso l’alto. Si affonda un poco, quanto basta per credere alla fine, poi ecco la spinta, l’urto contrario, l’indecenza del galleggiamento. Come se persino l’acqua, che pure promette abissi con tanta eleganza, alla fine avesse paura di custodirci davvero.
Maledetto il mare, sì. Non quello delle cartoline, non quello azzurro e mansueto da guardare dai balconi d’estate, ma il mare serio, il mare che sa tutto e non dice niente, il mare che accoglie solo per restituire, che chiama solo per misurare la nostra incapacità di perderci fino in fondo. Maledetto il suo respiro enorme, il suo andirivieni da creatura indecisa, il suo modo di assomigliare alla vita proprio quando vorremmo esserne finalmente lontani.
E maledetti gli attracchi.
Gli approdi possibili.
Le soluzioni intraviste.
Le porte lasciate socchiuse apposta, perché la disperazione non abbia mai il privilegio della purezza.
Sarebbe quasi più facile precipitare. Lasciarsi andare senza calcolo, senza più dover fingere coraggio, senza compilare ogni mattina l’elenco delle ragioni per restare a galla. Perché galleggiare non è vivere: è trattare continuamente con l’acqua. È contrattare ogni respiro. È accettare la vergogna di essere ancora visibili, ancora raggiungibili, ancora salvabili.
Affondare, invece, ha una sua pace geometrica. Una direzione sola. Una coerenza. Nessuna vela da orientare, nessun vento da interpretare, nessun cielo da interrogare come fosse un oracolo distratto. Solo il peso, finalmente fedele a se stesso. Solo il corpo che torna alla sua verità minerale. Solo il silenzio, non quello ostile della notte, ma quello grande, definitivo, delle cose che non devono più spiegarsi.
Eppure.
Eppure siamo ancora qui, indecorosamente vivi, sostenuti da qualcosa che non abbiamo meritato e che spesso non vogliamo. Siamo qui, pieni di sale negli occhi, con le mani stanche di nuotare e il cuore ancora più stanco di sperare. Siamo qui a bestemmiare contro il vento perché il vento, almeno, risponde. Contro le onde perché le onde, almeno, vengono. Contro il mare perché il mare, almeno, resta.
Forse l’inquietudine del galleggiare è questa: non la paura di morire, ma l’umiliazione di essere continuamente rimandati alla vita. Essere respinti dall’abisso come una domanda mal posta. Essere costretti a riconoscere che dentro di noi esiste ancora una piccola, insopportabile parte che non affonda. Una parte vile o santa, non si sa. Una scheggia di ostinazione. Un relitto luminoso. Una bestemmia che somiglia troppo a una preghiera.
Così restiamo.
Non perché siamo forti.
Non perché abbiamo capito.
Non perché il mare ci abbia perdonati.
Restiamo perché qualcosa, nella materia del mondo, continua a sollevarci contro la nostra volontà. E forse tutta la vita è questa offesa magnifica: desiderare il fondo e ricevere, ancora una volta, la superficie.







