Prima di imparare a parlare, alcune cose sanno già farsi riconoscere. Hanno il pudore delle sorgenti: non fanno rumore, non reclamano attenzione, ma insistono. Affiorano in un dettaglio, nel modo in cui uno sguardo indugia dove gli altri passano oltre, nella pazienza con cui una domanda rimane aperta invece di accontentarsi della prima risposta. Ci sono fuochi che passano una vita a credersi soltanto un riflesso. Si scusano della propria luce, la nascondono sotto la cenere dell’abitudine, aspettano che qualcuno conceda loro il permesso di ardere. E invece certe fiamme hanno un unico dovere: smettere di dubitare del proprio calore. Il resto verrà da sé. Perché il vento, quando incontra il fuoco giusto, non lo spegne. Gli insegna soltanto fino a dove può arrivare.
C’è una forma di indignazione che non aggiunge nulla all’indignazione. È quella che, davanti all’ennesima ingiustizia, si accalca nei commenti con una sola parola: «Bastardi!». È quasi sempre il commento più applaudito. Quello che raccoglie più consensi perché non pretende nessuno sforzo: non di pensiero, non di linguaggio, non di coscienza. Eppure mi lascia ogni volta una sensazione di povertà. Non perché manchi la rabbia. La rabbia, in certi casi, è perfino doverosa. Manca invece il lavoro che dovrebbe venire dopo: quello delle parole. Perché il linguaggio non serve a scaricare ciò che sentiamo, ma a comprenderlo. E, se possibile, a renderlo comprensibile anche agli altri. Un insulto è una scorciatoia. Ti evita la fatica di nominare il male. Dire «bastardi» non dice quasi nulla del gesto. Dice qualcosa di chi lo compie? Forse. Ma soprattutto dice qualcosa di chi lo scrive. È un’esclamazione che consuma l’indignazione nell’istante stesso in cui la produce, lasciando il fatto esattamente dov’era: intatto, inesplorato, impunito perfino sul piano del pensiero. Le parole migliori, invece, fanno il contrario. Separano la persona dall’azione, osservano il gesto, ne mostrano la miseria, la vigliaccheria, la crudeltà, l’ingiustizia. Lo mettono sotto una luce da cui diventa impossibile distogliere lo sguardo. L’insulto liquida. Il linguaggio giudica. Ed è una differenza enorme. Forse abbiamo smesso di credere che il lessico abbia una responsabilità morale. Pensiamo che basti essere dalla parte giusta perché ogni parola pronunciata da quella parte diventi automaticamente giusta. Non è così. Anche la giustizia, quando rinuncia alla precisione del linguaggio, finisce per assomigliare a ciò che combatte: reagisce d’istinto, non comprende; colpisce, ma non convince. Le parole non sono un semplice recipiente delle emozioni. Sono il luogo in cui le emozioni vengono educate. Per questo diffido sempre delle indignazioni che si esauriscono in un epiteto. Non perché siano false, ma perché sono facili. E la facilità, quando si parla del male, raramente è una forma di profondità. La vera condanna non consiste nel trovare l’insulto più feroce. Consiste nel trovare le parole così esatte da rendere il gesto indifendibile. Quelle sì che fanno male. Più di un «bastardi». Molto di più.
La fortezza non è un luogo. È una scusa costruita abbastanza bene da poterci abitare dentro senza vergogna. Ha mura solide, regolamenti, turni di guardia, piccoli avanzamenti di carriera. Offre un letto, una divisa, un compito da svolgere. Soprattutto, concede una ragione credibile per rimandare la vita: non posso andarmene adesso, qualcosa potrebbe finalmente accadere. È questa la parte più crudele dell’attesa: quasi mai ci appare come una rinuncia. Le diamo nomi più nobili. La chiamiamo pazienza, fedeltà, disciplina, speranza. Diciamo che stiamo preparando il futuro, mentre il futuro, senza far rumore, ci consuma. Aspettare non significa restare immobili. Si può aspettare lavorando, viaggiando, costruendo una famiglia, riempiendo calendari e cassetti. Si può avere una vita piena di gesti e tuttavia vivere rivolti altrove, come chi continua a guardare oltre una frontiera deserta convinto che da un momento all’altro comparirà qualcosa capace di giustificare ogni rinuncia precedente. Forse è questo che inquieta davvero: la facilità con cui possiamo confondere la continuità con il senso. I giorni si somigliano e la loro somiglianza ci rassicura. Un giorno ne protegge un altro, una stagione copre la precedente, finché il tempo diventa una superficie uniforme sulla quale non riusciamo più a distinguere ciò che abbiamo scelto da ciò a cui ci siamo soltanto abituati. Crediamo di custodire una possibilità; spesso stiamo soltanto custodendo il luogo in cui l’abbiamo perduta. Il tempo non ci strappa la vita con violenza. Sarebbe quasi misericordioso, se lo facesse. La sottrae con discrezione, un poco alla volta, attraverso mattine normali, conversazioni rimandate, partenze rinviate di qualche mese, desideri messi a tacere perché non è ancora il momento giusto. Il momento giusto: questa piccola superstizione con cui abbiamo imparato a dare dignità alla paura. Attendiamo di essere pronti, di avere più forza, più denaro, meno responsabilità. Attendiamo che qualcuno torni, che qualcuno cambi, che qualcuno finalmente si accorga di noi. Attendiamo una promozione, una risposta, una coincidenza favorevole. Persino la felicità finiamo per considerarla una comunicazione ufficiale che debba arrivare da lontano, munita di timbro e autorizzazione. Intanto essa passa accanto alle nostre finestre in abiti ordinari e noi non la riconosciamo. Forse il treno della vita non è quello perduto in una stazione drammatica, sotto la pioggia, mentre corriamo disperati lungo il binario. Forse è quello che abbiamo visto partire ogni giorno alla stessa ora, persuasi che ne sarebbe passato sempre un altro. È difficile accorgersi del tempo mentre accade. Gli orologi ne misurano il movimento, non la perdita. Segnano le ore con precisione e tacciono sul loro valore. Non ci avvertono che quella cena potrebbe essere l’ultima con una certa persona, che una casa sta per diventare un ricordo, che nostro figlio è già più grande di quanto ci sembri, che un’amicizia si sta consumando nel silenzio, che il corpo comincia lentamente a sottrarsi ai progetti che continuiamo a rimandare. Il presente manda segnali deboli. Noi aspettiamo trombe. Ci convinciamo che la svolta debba avere il fragore di un esercito all’orizzonte. Per questo non vediamo le piccole occasioni che ci chiedono soltanto un gesto: una porta da attraversare, una parola da dire, un addio da pronunciare senza risentimento, una felicità modesta da accettare prima che l’ambizione la giudichi insufficiente. La vita, quasi sempre, arriva senza uniforme. E noi, addestrati ad aspettare il grande avvenimento, la lasciamo passare perché ci sembra troppo simile a una giornata qualunque. La fortezza è anche questo: la convinzione che il senso della nostra esistenza debba venire da fuori. Da un nemico, da una missione, da un riconoscimento tardivo. Come se vivere non bastasse; come se fosse necessario che qualcuno, alla fine, dichiarasse ufficialmente che tutte le nostre attese non sono state inutili. Ma nessuno verrà a farlo. Questa è la verità amara che preferiamo non guardare. Non tutte le rinunce preparano una ricompensa. Non ogni fedeltà sarà riconosciuta. Non tutto ciò che abbiamo sopportato acquisterà retroattivamente un significato. Alcune attese restano soltanto tempo sottratto alla vita. Alcune porte, quando finalmente decidiamo di aprirle, danno su stanze ormai vuote. E tuttavia non credo che il contrario dell’attesa sia la fretta. La fretta è un altro modo di non abitare il presente: lo attraversa senza guardarlo, ansiosa di raggiungere un punto successivo. Non si tratta di correre via da ogni fortezza né di trasformare l’esistenza in una collezione affannosa di esperienze. Si tratta, forse, di chiederci di tanto in tanto se ciò che stiamo aspettando esiste davvero o se siamo noi ad averne bisogno per non scegliere. Occorrerebbe avere il coraggio di interrogare le proprie speranze. Non per distruggerle, ma per capire quali ci tengono vivi e quali ci tengono fermi. Domandarsi: questa attesa mi apre al mondo o me ne difende? Sto preparando qualcosa o sto soltanto evitando di ammettere che non accadrà? Sono rimasto perché credo ancora, oppure perché partire renderebbe evidente il tempo che ho perduto? Sono domande spietate. Ma forse la vita comincia davvero soltanto quando smettiamo di proteggerci dalle loro risposte. Alla fine, ciò che disturba non è la morte. È scoprire che la morte era al lavoro da tempo dentro una vita rimandata. È voltarsi e comprendere che il grande evento atteso non era davanti a noi, oltre la pianura, ma alle nostre spalle: erano i giorni trascorsi mentre guardavamo altrove. Forse non possiamo impedire al tempo di fuggire. Possiamo però evitare di offrirgli anche la nostra distrazione. Abbandonare la fortezza non significa sapere dove andare. Significa almeno smettere di chiamare destino il luogo in cui abbiamo avuto paura di restare vivi.