
Nessuno decide davvero che l’estate è finita. Non c’è un ultimo giorno ufficiale, né qualcuno che venga a spegnere il mare. Succede piuttosto che una sera la spiaggia cominci a raccogliersi. Una sdraio viene impilata sulle altre, un tavolino scompare, le voci diventano più rade. E quella stoffa che per settimane aveva occupato il cielo si stringe improvvisamente attorno a un palo.
È un gesto piccolo, quasi domestico. Eppure dentro c’è già qualcosa che viene dopo.
Le stagioni hanno questa forma di discrezione. Non bussano, non dichiarano la propria fine. Cominciano a sottrarre: qualche minuto di luce, una sedia, un ombrellone, una persona dalla spiaggia. Finché ci accorgiamo che ciò che chiamavamo presente ha già cominciato a diventare ricordo. Forse accade così anche alle nostre stagioni.
Ci sono cose che smettono lentamente di appartenerci mentre ancora le stiamo vivendo. Abitudini che fino a ieri sembravano definitive e improvvisamente diventano provvisorie. Luoghi dai quali un giorno andremo via senza sapere che, qualche tempo prima, avevamo già cominciato a salutarli. E poi c’è quello che viene dopo. Non ha ancora una forma precisa. È fatto soprattutto di possibilità: qualche speranza, energie che credevamo consumate, prospettive che non avevamo considerato. E naturalmente anche quella piccola inquietudine che accompagna tutto ciò che non conosciamo. Perché il nuovo non arriva mai da solo. Porta entusiasmo e paura, curiosità e nostalgia, desiderio di partire e una strana tentazione di voltarsi indietro. Ci chiede fiducia prima ancora di averci dato una ragione per concedergliela.
Forse è proprio questo il privilegio degli inizi. Per qualche tempo niente è ancora deciso.
Le persone che incontreremo non hanno ancora un posto nei nostri ricordi. I luoghi che attraverseremo non possiedono ancora una storia. Ci sono conversazioni che non abbiamo avuto, errori che non abbiamo commesso, giorni qualunque che un giorno, senza sapere perché, ricorderemo. Tutto è ancora possibile proprio perché quasi nulla è ancora accaduto.
Con gli anni, forse, ricominciare diventa più difficile. Accumuliamo mappe, abitudini, piccole certezze. Impariamo a stare bene persino dentro alcune cose che non ci somigliano più, semplicemente perché sappiamo come funzionano.
Il nuovo, invece, ci rimette per qualche istante nella condizione più scomoda e più fertile: quella di non sapere. E bisogna accettarlo.
Non sapere esattamente come andrà.
Non sapere chi incontreremo.
Non sapere quale parte di noi servirà e quale potremo finalmente lasciare indietro.
C’è una leggerezza possibile anche in questo.
Non quella di chi parte senza peso, ma quella di chi ha imparato che non tutto ciò che ha portato fin qui deve necessariamente accompagnarlo oltre.
Per questo quell’ombrellone chiuso non mi sembra triste. Ha semplicemente terminato il proprio compito.
Il mare è ancora lì. La luce resiste un poco sull’orizzonte. Qualcosa finisce e qualcos’altro, da qualche parte, ha già cominciato senza che ce ne accorgessimo.
Forse gli inizi sono tutti così. Non promettono che andrà bene. Non garantiscono felicità. Non cancellano ciò che è stato. Dicono soltanto che davanti esiste ancora uno spazio non scritto.
E forse, arrivati a un certo punto, è già una fortuna enorme poter avere davanti qualcosa che non sappiamo ancora raccontare.