Binario morto…

Ogni tanto la politica italiana produce un personaggio secondario così ben riuscito che viene voglia di ringraziare lo sceneggiatore. Questa volta è un professore. E già la cosa merita attenzione, perché il professore, nell’immaginario politico contemporaneo, dovrebbe essere una figura piuttosto semplice: prende la complessità, la riduce a slogan, aggiunge due punti esclamativi, possibilmente una citazione latina sbagliata, e viene immediatamente candidato a responsabile culturale di qualcosa. Invece no.
Il professor Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale e dunque non esattamente un bolscevico sorpreso con Il Capitale nella tasca interna del cappotto, ha avuto la malaugurata idea di fare ciò che i professori, qualche volta, continuano ostinatamente a fare: pensare. E il pensiero, si sa, è una sostanza altamente corrosiva. Soprattutto quando cade accidentalmente dentro un partito.
Sforzini guarda l’area politica nella quale si trova e scopre, con l’aria vagamente perplessa di chi abbia ordinato un risotto e si veda servire un lanciafiamme, che qualcosa non torna. Parla di uomini liberi. Di persuasione. Di liberalismo. Del Risorgimento. Di Cavour e Ricasoli. Sostiene perfino che non bisognerebbe istituire polizie morali. Una roba estremista. Manca soltanto che chieda il rispetto delle minoranze e rischia l’espulsione per attività sovversiva.
Il problema non è che il professore sia diventato improvvisamente di sinistra. Il problema è molto più serio: sembra essere rimasto di destra. Di quella destra antica e un po’ impolverata che pensava allo Stato prima che allo stadio, alla libertà individuale prima dell’applauso della curva, alla nazione come costruzione civile e non come gigantesca chat Telegram amministrata da un caporale. Una destra che poteva perfino avere torto, naturalmente, ma pretendeva almeno di avere un pensiero. Oggi sembra quasi una stravaganza archeologica. Perché nel frattempo la politica ha scoperto la comodità delle tribù.
Non occorre più convincere nessuno: basta riconoscersi. Non servono idee: servono parole d’ordine. Non serve una visione del mondo: basta sapere chi deve essere insultato entro mezzogiorno. Il dibattito pubblico è diventato una specie di villaggio turistico ideologico nel quale ognuno indossa il proprio braccialetto colorato e viene invitato a non oltrepassare la piscina assegnata. Il professore, invece, ha commesso l’errore più grave. Ha guardato fuori. Dev’essere successo per distrazione. Magari stava leggendo Cavour e, alzando gli occhi dalla pagina, si è trovato davanti una processione di saluti romani, nostalgie littorie, testosterone geopolitico e quella singolare passione contemporanea per l’uomo forte che cresce soprattutto tra coloro che passano metà della giornata a lamentarsi dello Stato. Ha controllato il biglietto. Poi il tabellone. Poi di nuovo il biglietto. La destinazione diceva liberalismo nazionale. Dal finestrino, però, passavano altre stazioni. Autoritarismo. Identità. Obbedienza. Nemico. Disciplina. Una dopo l’altra. È in quel momento che deve aver capito. Aveva sbagliato treno. Capita. Solo che quando si sbaglia il regionale Napoli–Roma si scende a Formia, si bestemmia a bassa voce e si aspetta il successivo. Quando si sbaglia un treno politico è più complicato. Perché il convoglio continua a correre e intorno ci sono passeggeri entusiasti che spiegano che quella è esattamente la direzione giusta. Qualcuno sventola bandiere. Qualcuno canta. Qualcuno mostra orgogliosamente il manganello d’epoca del nonno. E tu, povero professore, seduto con il tuo Cavour sulle ginocchia, provi timidamente a osservare che forse il liberalismo prevedeva qualcos’altro. Silenzio.
Poi qualcuno domanda: «Professore, ma lei da che parte sta?» Ed è questa, forse, la domanda più interessante. Perché una politica adulta dovrebbe chiedere che cosa pensi una persona.
Una politica infantile chiede da che parte stia. La differenza sembra piccola. È enorme.
Nel primo caso esistono cittadini. Nel secondo tifosi.
Il nostro professore ha il merito involontariamente comico di essersene accorto mentre il treno era già partito. E adesso eccolo lì, elegantemente fuori posto, con il Risorgimento sotto braccio, mentre intorno qualcuno sogna il Novecento peggiore come se fosse una serie vintage tornata di moda. Fa quasi tenerezza. Perché c’è qualcosa di irrimediabilmente romantico nell’uomo che entra in un vagone convinto di incontrare Cavour e scopre che il capotreno ha tutt’altri baffi.
Forse sarebbe il caso che qualcuno glielo dicesse con gentilezza. Professore, guardi bene il paesaggio. Quelle montagne che vede dal finestrino sono bellissime. Ma se lei voleva andare a Napoli, temo davvero che abbia preso il treno sbagliato.

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