C’era un tempo in cui il mondo stava in una sfera di plastica, e quella sfera aveva un colore preciso: arancione fuoco. Non era soltanto un oggetto, ma una grammatica elementare dell’esistenza. Bastava poggiarlo a terra perché tutto trovasse ordine: i corpi, le alleanze, le inimicizie, perfino il tempo. Il pomeriggio cominciava lì, e lì finiva. Il Supersantos non era leggero nel senso banale del termine. Era leggero come lo sono le cose necessarie: perché non avevano bisogno di essere spiegate. Si giocava e basta. Senza istruzioni, senza arbitri, senza pubblico. Senza nemmeno la pretesa di diventare altro da ciò che si era: bambini con le ginocchia sbucciate e un respiro corto che sapeva di corsa e di sole. In quel cortile senza confini – perché ogni strada poteva diventare campo e ogni ostacolo regola – si imparava una cosa che nessuno insegnava: che la vita, prima di essere fatica, è slancio. Che esiste una forma di purezza che non coincide con l’innocenza, ma con la dedizione assoluta a un gesto. Correre dietro a un pallone come se fosse l’unica cosa necessaria al mondo. Poi, naturalmente, il mondo arrivava. Arrivava nelle voci degli adulti affacciati ai balconi, nei vetri rotti, nelle minacce gridate con un dialetto che era insieme rimprovero e appartenenza. Arrivava nelle crepe dell’asfalto, nelle cancellate troppo alte, nei palloni che non tornavano più. Arrivava, soprattutto, nella scoperta che non tutti giocano per giocare. Eppure, anche lì, tra il catrame e le ombre, restava qualcosa di irriducibile. Una specie di resistenza silenziosa. Perché finché il pallone rimbalzava, finché qualcuno urlava “porta!” disegnandola contro un muro, finché si accettava di perdere e di ricominciare, c’era ancora un margine di libertà. Il Supersantos era questo: una promessa che non si dichiarava mai, ma si compiva ogni volta che rotolava. Una promessa fragile – bastava un chiodo, una lama, un gesto di stizza a farlo esplodere – e proprio per questo assoluta. Come tutte le cose che contano davvero. Col tempo, si smette di giocare. O meglio: si smette di credere che giocare sia sufficiente. Arrivano i ruoli, le attese, le necessità. Si impara a stare fermi, a calcolare, a trattenere. E allora quella sfera arancione resta indietro, come un oggetto dimenticato su un balcone troppo alto per essere recuperato. Ma non scompare. Resta da qualche parte, in una memoria che non si lascia addomesticare. Resta come una misura segreta: di ciò che siamo stati e, forse, di ciò che avremmo potuto continuare a essere. Perché c’è un punto, in ogni vita, in cui il gesto più bello non è quello che serve a vincere, ma quello che serve a non interrompere il gioco. E allora, se davvero esiste un’origine, un prodromo di tutto ciò che siamo diventati, forse è lì: in quella corsa disordinata, in quel tiro storto, in quella porta disegnata male. In quel momento in cui il mondo non chiedeva niente, se non di essere abitato. Come una palla che rotola. E noi, dietro.
Ci sono dimostrazioni che non alzano la voce. Non hanno bisogno di convincere, perché non chiedono fiducia: chiedono attenzione. Si presentano con poche premesse, camminano con rigore, arrivano dove devono arrivare. E quando arrivano, non trionfano: semplicemente stanno. Il fascino di una dimostrazione matematica è nella sua necessità. Non persuade per carisma, non seduce per intuizionem brillante, non si impone per autorità. Regge. È questa la parola. Regge perché ogni passaggio è sostenuto da quello precedente, perché ogni deduzione è figlia legittima di un’ipotesi dichiarata. Se un anello è debole, la catena si spezza. Se un’idea è vaga, il ragionamento vacilla. La matematica non tollera ambiguità decorative. Eppure non è fredda. C’è una forma di bellezza severa in una dimostrazione ben costruita. Una bellezza che non dipende dall’ornamento, ma dall’ordine. Non dall’effetto, ma dall’essenzialità. È la bellezza delle strutture che si sostengono da sole, delle architetture invisibili che non hanno bisogno di colonne apparenti perché sono fatte di coerenza. La logica è il materiale con cui si edificano queste costruzioni. Non si vede, ma tiene. È il cemento discreto che impedisce alle idee di scivolare nell’arbitrio. In un tempo che spesso confonde l’opinione con l’argomento e la velocità con la profondità, il rigore di un ragionamento appare quasi un gesto controcorrente. Lì dove tutto è interpretabile, la dimostrazione traccia un confine netto: questo segue da quello. Questo implica quello. Questo, e non altro. Renato Caccioppoli ha scritto: «Per tre cose vale la pena di vivere: la matematica, la musica e l’amore». Non è una provocazione romantica. È una geometria essenziale dell’esistenza. La matematica è la forma che non mente. La musica è il ritmo che ordina il tempo. L’amore è la forza che dà senso alle connessioni. In una dimostrazione c’è qualcosa di musicale. Un tema iniziale — l’ipotesi — che si sviluppa, si trasforma, ritorna. C’è tensione quando il risultato sembra lontano, quando il percorso si complica. E poi c’è la risoluzione, quando ogni passaggio trova il proprio posto e l’insieme si chiude con naturalezza. Non c’è enfasi in quel momento, ma chiarezza. Anche l’amore, in fondo, è un atto di coerenza: scegliere e restare, assumere e mantenere. Non basta l’istinto, serve fedeltà a ciò che si è dichiarato. La matematica, la musica, l’amore: tre modi diversi di cercare un ordine che non sia imposto, ma riconosciuto. Una dimostrazione conclusa non cambia il mondo. Non risolve le sue contraddizioni, non placa le sue incertezze. Ma per un istante offre un’esperienza rara: quella della solidità. Il pensiero non ondeggia, non approssima, non indovina. Sa. E sa perché ha percorso una strada che non poteva essere diversa. Forse è questo il suo fascino più profondo: ricordare che esiste almeno uno spazio — la pagina, la mente, la lavagna — in cui le cose stanno dove devono stare. Non per volontà, non per fortuna. Per necessità. E in quella necessità, silenziosa e precisa, si intravede qualcosa che somiglia alla musica e all’amore.
C’è una frase che arriva sempre prima di noi. Non la inviti, non la cerchi: entra. Si siede. Si prende spazio. È una frase che sa di corridoio e di sigaro spento, di comitive di adulti che si danno di gomito per riconoscersi: “ai miei tempi”. La dicono con quel tono da sentenza mite, da piccola rivelazione. Come se stessero per consegnarti una chiave. E invece, quasi sempre, stanno solo appoggiando un peso in più sulle spalle di chi già cammina storto. “Ai miei tempi” è una coperta. Serve a scaldare chi la pronuncia quando sente freddo di futuro. È un modo elegante per non dover fare la cosa più semplice e più difficile: sedersi davvero e dire ok, qui c’è un problema, da qui si riparte. Perché ripartire costa. Richiede fatica, umiltà, e soprattutto una cosa che agli adulti manca più spesso di quanto ammettano: la disponibilità a sentirsi responsabili senza sentirsi offesi. “Allora si studiava di più.” “Allora si rispettava di più.” “Allora…” Allora, in realtà, si racconta. Ci si costruisce un museo personale dove ogni cosa è migliore perché è ferma, immobile, senza contraddizioni. E si scambia l’età per un certificato di qualità. Come se avere vissuto prima significasse avere capito meglio. Come se l’esperienza fosse sempre saggezza e non anche, più banalmente, la capacità di ripetere gli stessi errori con maggiore sicurezza, con più stile, con una retorica più lucida. La verità, però, è molto più semplice: i nostri tempi sono andati. Finito. Non torneranno. Non per cattiveria del mondo, ma perché il tempo fa quello che deve: passa. E allora perché usare ciò che non esiste più come una clava? Che senso ha misurare ragazze e ragazzi con un metro costruito su un’aria diversa, su una società diversa, su una scuola che – se vuole avere ancora una dignità – non può permettersi di chiamare “rigore” ciò che spesso era soltanto esclusione? C’è, ad esempio, quella parola splendida: “filtro”. È quasi ingegneristica, fa pensare a qualcosa di pulito, razionale, necessario. Poi la guardi bene e capisci che, nella pratica, “filtrare” ha significato molto spesso eliminare il problema dalla vista. Non risolverlo. Semplicemente spostarlo altrove. Fuori dalla classe, fuori dal registro, fuori dalla nostra coscienza. E ci siamo raccontati che bocciare era coraggio, quando a volte era solo impotenza con la cravatta. Se c’è un problema di preparazione – e può esserci, certo che può – la risposta non è il sarcasmo. Non è l’insulto travestito da realismo. Non è quel piacere un po’ torbido di dire “lo vedi? non sanno fare niente” come se fosse una rivincita personale. La risposta è adulta: ci si siede. Si ricostruisce. Si guarda cosa manca, perché manca, dove si è spezzato il passaggio di testimone, in quale punto abbiamo smesso di parlare la stessa lingua e abbiamo iniziato a gridare, ognuno dal proprio palco. Perché nei rapporti educativi gli attori sono due, sì, ma la responsabilità non è simmetrica. Uno dei due, per definizione, dovrebbe essere quello che regge. Che sa. Che ha strumenti. Tempo. Mestiere. E anche la capacità di attraversare la frustrazione senza trasformarla in moralismo. Entrare in classe convinti di poter fare qualcosa non è romanticismo. È la base. È il nostro dovere minimo: quella fiducia ostinata, quasi testarda, che dice io posso e devo mostrare strade. Non perché siano strade perfette, ma perché il contrario è l’abdicazione. E questa fiducia non nasce dai programmi ministeriali: nasce dal guardare davvero chi hai davanti. Dal capire che quei ragazzi e quelle ragazze hanno dubbi, passioni, aspettative, delusioni, egoismi e slanci di altruismo. Esattamente come li avevamo noi. Cambiano le forme, cambiano i nomi, cambiano le tecnologie. Il materiale umano è lo stesso. E, proprio per questo, l’ironia crudele sugli “incompetenti” è una forma di vigliaccheria. E poi – permettetemi – l’Italia adulta non è un santuario di competenze. Noi adulti, noi che pontifichiamo, siamo mediamente disastrosi in matematica, in lettura, in comprensione del mondo. Basta guardare i dati, quando li guardi senza inventarti scuse poetiche. Quindi l’idea di ergersi su piedistalli inesistenti è grottesca due volte: prima perché è falsa, poi perché è inutile. Non serve a nessuno. Non salva nessuno. Non educa nessuno. Serve solo a sentirsi, per cinque minuti, dalla parte giusta della storia. È troppo facile dire “la scuola ha fallito” come se la scuola fosse un’entità astratta, un palazzo vuoto, una macchina difettosa. La scuola siamo noi. Con le nostre stanchezze, con i compromessi, con le lezioni preparate a notte fonda, con i giorni in cui perdi qualcuno e ti resta addosso quel senso di colpa come una giacca pesante. E anche con i giorni buoni, quelli in cui un ragazzo capisce, una ragazza si fida, e improvvisamente quel mondo lì – tra una sedia rotta e una finestra che non chiude – diventa vastissimo. Ti ricorda perché sei lì. Forse anche l’università dovrebbe ricordarsi una cosa: insegnare non è un rito d’iniziazione per pochi. Non è una gara di virilità intellettuale. Non è il vecchio “misuriamocelo” riproposto con grafici, graduatorie, ranking delle scuole “migliori”. Se una materia è importante, allora vale la pena insegnarla con tempi e spazi adeguati. Vale la pena provare davvero a rendere competenti tutti e tutte, invece di celebrare l’ennesimo delirio di test a batteria e poi usare la difficoltà come una prova morale: “se non ce la fai è perché non ti impegni”. Come se il mondo fosse sempre un giudice e mai un luogo da costruire. E intanto, quando qualcosa si inceppa, parte il grande scaricabarile: è colpa loro, è colpa della scuola superiore, è colpa delle medie, è colpa della primaria. Tra un po’ sarà colpa del nido. Colpa del latte. Colpa della gravità. Tutto pur di non dire la frase che cambia davvero le cose: dobbiamo lavorarci insieme. Io, quando sento “ai miei tempi”, penso ai binari. Ai binari di una stazione: stanno fermi e sembrano sicuri, ma non decidono dove vai. Decidono solo dove non puoi andare. Ecco: l’educazione non dovrebbe essere questo. Non un recinto, non un rimpianto organizzato, non una nostalgia trasformata in regolamento. Dovrebbe essere una mappa. E la capacità di insegnare a leggerla anche quando il mondo cambia. Anche quando cambia troppo. Anche quando ci fa paura. Siamo vecchi, sì. Vecchi rispetto a loro. E quindi tocca a noi fare la fatica più grande: osservare, ascoltare, cambiare postura, imparare perfino a spiegare da capo ciò che davamo per scontato. Testa bassa e a lavorare, certo. Ma non per punire qualcuno. Per il bene comune. Che nella scuola ha un nome molto semplice e molto difficile: entrare ogni mattina in classe con l’idea ostinata che un vento possa alzarsi. E che noi, se non altro, dovremmo smettere di riderne.
A un certo punto della vita ti accorgi che non tutti i mostri mettono i denti in copertina. Alcuni si presentano come un clown, altri come un contratto a tempo indeterminato, altri ancora come la voce dentro di te che ti ripete da anni che non sei abbastanza. Stephen King, in IT, fa la cosa più onesta che si possa fare con il male: smette di raccontarlo come un’eccezione e lo mostra come il fondo abitato di tutto. Derry è solo il nome di un qualsiasi luogo in cui crescere fa male. La prima cosa che colpisce, in questo romanzo, non è il palloncino rosso, ma la compagnia di chi lo guarda salire in cielo. Il cosiddetto “club dei perdenti” è una delle invenzioni più politiche travestite da storia dell’orrore che mi sia capitato di incontrare. Presi uno per uno, quei ragazzi sono inadeguati, goffi, fragili, deformi secondo i parametri del catalogo ufficiale della normalità. Nessuno di loro, da solo, reggerebbe un pomeriggio di vita adulta. È quando si mettono insieme che succede la magia: l’eroe smette di essere un singolo e diventa plurale. Non c’è il Prescelto, non c’è il genio solitario, non c’è l’uomo forte che salva tutti; c’è un noi fatto di scarti, di timidezze, di balbuzie, di povertà emotive e materiali. Ed è esattamente questo noi, collezione di difetti, a diventare l’unica forma di salvezza possibile. Se sei cresciuto ai margini, se da piccolo non eri quello scelto per primo in squadra, IT è un promemoria ostinato: non sei tu ad essere sbagliato, è che ti manca ancora la tua banda. Dentro a questo coro di voci ce n’è una che stona rispetto alla tradizione dell’horror scritto da uomini: Beverly. Non è la “quota rosa” del gruppo, non è la ragazza-ricompensa, non è l’angelo del focolare infilato di traverso in una storia di mostri. È una persona intera, piena di contraddizioni, ferite, desideri, paure che non hanno niente di ornamentale. Il romanzo non la protegge, non la mette sotto campana moralistica, non la usa come sermone su ciò che una donna “dovrebbe” essere. La mostra com’è: forte dove non vorrebbe esserlo, vulnerabile dove nessuno la vede, segnata dalla violenza non come “caso di cronaca” ma come condizione strutturale del mondo che abita. In un genere narrativo che spesso usa il corpo femminile come superficie su cui incidere metafore, IT ha il coraggio discreto di trattarlo come un corpo che sente, sanguina, desidera, sbaglia. È impressionante accorgersi di quanto sia raro. Il tempo in cui tutto questo accade è quello più frainteso dagli adulti: l’adolescenza. Fuori, la raccontiamo come un’età di passaggio, un ponte, un corridoio da attraversare con un po’ di pazienza e molti brufoli. Dentro IT, invece, è lo stato di grazia in cui gli occhi vedono ancora le cose per quello che sono, prima che l’adattamento faccia il suo mestiere e chiuda a chiave mezzo mondo sotto strati di rimozione. Gli adulti di Derry camminano tranquilli sopra una città infestata, e non vedono nulla. I ragazzini sono persi, confusi, senza un posto preciso, e proprio per questo vedono tutto. È il paradosso più onesto del romanzo: chi è “sistemato” non vede, chi è “fuori posto” ha lo sguardo più lucido. Forse è per questo che certe letture bisognerebbe farle prima che la vita ci sedimenti addosso, ma anche dopo, quando ci accorgiamo che quel sedimento ci ha reso comodi e ciechi insieme. C’è poi il modo in cui questa storia viene raccontata, che assomiglia più a una regia che a una scrittura. La voce del narratore non cammina mai da sola: si sposta da una testa all’altra, entra ed esce dai pensieri dei personaggi, cambia angolazione come se ogni pagina fosse un piano sequenza complicatissimo. Eppure il lettore non si perde: sente mille voci ma sa sempre dove si trova. È come guardare una città dall’alto e, allo stesso tempo, sentire il respiro di chi corre nei vicoli. Questa moltiplicazione di punti di vista è perfettamente coerente con quello che racconta il libro: se l’eroe è collettivo, anche lo sguardo deve esserlo. Non esiste una sola prospettiva “giusta”, c’è un mosaico di coscienze che, incastrandosi, restituisce la figura del mostro e quella di chi lo affronta. E poi c’è il sangue. Non solo quello che schizza sulle pagine, ma quello che torna come idea ostinata: si impara cadendo, non c’è altro modo. IT sembra ripetere che il mondo non è progettato per risparmiarci l’impatto, ma per renderlo sopportabile. Siamo bassi, piccoli, vicini al suolo – non per caso – come se qualcuno avesse messo in conto che caderemo spesso, che sbaglieremo direzione, che ameremo male, che ci faremo male, che faremo male. Il prezzo c’è sempre, e il romanzo non lo nasconde: si paga per ciò che si ottiene, si paga per ciò che si perde, si paga perfino per ciò che si è stati. Ma dentro questa contabilità crudele c’è una forma di giustizia sottile, quasi impercettibile: quello che ti appartiene, prima o poi, trova la strada per tornare. Non illeso, non integro, non come lo avevi immaginato. Ma torna. Alla fine, più che un libro dell’orrore, IT assomiglia a un manuale di sopravvivenza per esclusi: ti insegna che non sei il solo a tremare al buio, che la vergogna di essere “sbagliato” è il carburante con cui puoi alimentare un noi, che crescere non significa smettere di avere paura ma imparare a chi tenere la mano mentre la senti arrivare. Il mostro fa il suo mestiere: torna, cambia faccia, infesta di nuovo. Tocca a noi ricordarci che non lo si affronta mai da soli. E che, se stai sanguinando, vuol dire almeno una cosa: sei ancora in gioco.
A volte un film arriva di traverso, come una porta lasciata socchiusa in un corridoio buio. Non entra con garbo, non chiede permesso: ti costringe semplicemente a guardare da dentro gli occhi di qualcun altro. Padrenostro fa esattamente questo. Non offre un racconto lineare, non concede appigli: ti trascina nella memoria tremante di un bambino che ha visto troppo, troppo presto, e che non ha ancora le parole per difendersi dal mondo. Claudio Noce non costruisce una storia: la lascia accadere. E ciò che accade è un impasto di luce e paura, di giorni che filano come sogni confusi, di realtà che ogni tanto si incrina per permettere all’immaginazione di salvarsi. Valerio sta lì, con quegli occhi azzurri che sembrano sapere più di quanto dovrebbero, e noi stiamo con lui, costretti a leggere il caos con la grammatica fragile dei sei anni. Christian è l’enigma che tiene tutto insieme e tutto in sospeso. Presenza e assenza, carne e fantasma, bisogno e invenzione. Compare esattamente quando Alfonso non c’è, quando la mancanza del padre rischia di sfondare il petto del bambino. Scompare quando la realtà pretende di nuovo la sua parte. E quando i due — Christian e il padre — finiscono nello stesso fotogramma, è come assistere allo smascheramento di un segreto che nessuno ha davvero il coraggio di confessare. Una gelosia primordiale, un dolore antico, una lotta silenziosa per un posto nel cuore di Valerio. Eppure Padrenostro è, prima di tutto, una storia di uomini. Di padri che tremano anche quando non devono. Di figli che imparano a respirare per loro. Di maschi cresciuti in un’epoca in cui la fragilità era una colpa, e che proprio per questo finivano per esserne intrisi. C’è quella scena — forse la più bella di tutte — in cui Valerio prende la mano del padre e gliela appoggia sulla pancia per guidarlo nel respiro. Un gesto antico, umano, quasi sacro: il figlio che insegna al padre come tornare vivo. Le donne restano lontane dal centro dell’inquadratura, ma non perché irrilevanti. È solo che quel mondo maschile, chiuso e stanco, pretendeva di raccontarsi da sé. E Noce non fa altro che restituirlo com’era: imperfetto, ingombrante, emotivamente analfabeta. Alla fine Padrenostro non ti spiega nulla. Ti lascia con domande che non cercano risposta, con un’inquietudine gentile, con la sensazione di aver attraversato un dolore che non è proprio, ma potrebbe esserlo stato. E rimani lì, come Valerio quando osserva il padre tornare all’orizzonte, a chiederti quale parte di te sia reale e quale sia solo un modo — infantile, necessario — per sopravvivere alle cose che fanno paura.
C’è un tempo, nella crescita, in cui ogni cosa dovrebbe accadere con lentezza. Non per nostalgia del passato o paura del futuro, ma perché il pensiero — come un muscolo — ha bisogno di resistenza, non di scorciatoie. E invece viviamo nell’epoca del pensiero delegato: un clic, una risposta pronta, un algoritmo che anticipa persino le domande. Ci hanno convinti che sapere significhi ottenere, non cercare. Ma non si cresce così. Crescere, in fondo, è imparare a reggere la frustrazione di non sapere subito, di non riuscire ancora. È accettare la fatica come compagna, non come nemica. Un tempo la chiamavano esperienza, oggi la scambiamo per perdita di tempo. I genitori — e forse anche noi insegnanti — ci illudiamo di poter difendere i ragazzi tenendoli al riparo dal rischio, come se il dolore potesse essere messo in quarantena. Ma crescere è sempre un atto di esposizione. Ogni autonomia nasce da un rischio calcolato, da una fiducia concessa un po’ prima del dovuto. Chi non inciampa mai, non impara a camminare davvero. C’è qualcosa di tragico nella stanza digitale: un luogo che promette il mondo e invece lo cancella. I ragazzi ci vivono dentro, con la convinzione di essere connessi a tutto, mentre lentamente perdono il contatto con se stessi. Parlano, giocano, scoprono — ma lo fanno attraverso superfici lisce, inodori, senza peso. E così la realtà, con la sua ruvidità, li spaventa. Abbiamo trasformato la sicurezza in una religione, e il rischio in un tabù. Ma un figlio che non conosce l’incertezza diventa un adulto che non sa sopportare l’imprevisto. Forse dovremmo smettere di proteggerli da tutto, e cominciare a proteggerli per qualcosa: per la vita, che non è mai priva di urti, né di ombre. E noi adulti, noi educatori, dovremmo smettere di stare “davanti” o “dietro” ai ragazzi come guardiani o spettatori. Dovremmo imparare a camminare “accanto”, abbastanza vicini da poterli ascoltare, abbastanza lontani da lasciarli provare. Perché l’educazione non è un recinto: è un ponte. E su quel ponte, ogni tanto, bisogna anche lasciarli andare un passo avanti, a vedere se il vento regge. Forse tutto si riduce a questo: restituire profondità al reale. Far riscoprire ai ragazzi che la vita non accade nello schermo, ma nella lentezza di un pensiero che prende forma, nel disagio di un errore che insegna, nella bellezza imperfetta di ciò che non si può programmare. Allenare la fatica, dunque. Non per farli soffrire, ma per restituire loro la forza. Perché solo chi ha imparato a stare nella fatica saprà un giorno riconoscere la gioia — quella vera, che non si scarica da nessuna parte.
Era il 1979, o forse un anno simile, in cui la tecnologia cominciava a delineare nuovi orizzonti. Il Ti-99/4A della Texas Instrument fece la sua apparizione, e con esso un gioco che sembrava straordinario. Una semplice strada disegnata sullo schermo, un percorso da seguire, ostacoli da evitare. Quel gioco diventò un passatempo avvincente, un’opportunità di svago senza dover uscire di casa. Le ore trascorse davanti allo schermo, affinando le abilità, cercando di battere il mio record. Era un modo di sperimentare la tecnologia emergente, di esplorare i confini dell’immaginazione. Oggi, ricordando quei tempi passati, mi ritrovo a programmare quel gioco, trasformandolo in codice Python. Le linee di comando prendono vita sullo schermo, disegnando la strada e gli ostacoli, creando un’atmosfera di sfida e divertimento. È un modo per rievocare quel senso di meraviglia e scoperta di allora, ma da una prospettiva assai diversa. La strada si snoda, si modifica, si evolve, come una metafora della vita stessa. Il tempo scorre inesorabile, ma i giochi continuano a divertire e a stimolare la nostra mente. Ci ricordano che, nonostante le trasformazioni e i cambiamenti, la passione per l’esplorazione e per il gioco rimane intatta. Così, mentre programmo il gioco, mi ritrovo a pensare a quelle emozioni che mi hanno accompagnato durante le prime partite – anche se da una visuale assai diversa: giocatore, allora; programmatore, adesso. È un viaggio nel tempo, un modo per ritrovare una connessione con il passato e allo stesso tempo apprezzare le conquiste del presente. La tecnologia ci ha donato nuove possibilità, ma la semplicità di un gioco può ancora regalare momenti di piacere e divertimento…
La storia agghiacciante di Bibbiano [*] fa capire a quale basso livello s’è piegata la polemica politica nostrana. Con molti poi che commentano e rilanciano false notizie propagandistiche senza nemmeno verificare una riga o conoscere i fatti. Orribile, visto che si tratta di bambini! E il tutto non depone tanto a favore della lucidità del Paese. Anzi.
Davanti al corpo di un giovane uomo che si è dato la morte non si può non pensare all’insopportabile peso della disperazione e dell’incomprensione. Sì, è vero: i padri hanno il dovere di dire ai propri figli che la vita è così forte e così bella da riuscire a superare ogni dolore. Ma a questo dovere andrebbe aggiunto la condivisione di un peso terribile – quello della coscienza del dolore, dell’ingiustizia e dell’indifferenza. Chi riesce a crescere lo fa anche perché, in mezzo a tanto marcio, chiude gli occhi, tappa il naso, e infine respira forte il profumo della propria fredda ostinazione. Eppure, questa legittima capacità di resistere al dolore e alle delusioni per certuni quasi non è spiegabile: sembra pura viltà, rinuncia all’amore e al coraggio. “L’animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto.” (Dante, Inferno, canto XIII, vv.70-72)
Facciamo poco, noi padri, per raccontare ai nostri figli quanto ci è costato crescere. E ancora meno sappiamo dire loro che ciò che li offende, riesce a offende anche noi. Noi, che a volte, per vergogna, non riusciamo nemmeno più a piangere.
Al netto della notizia e degli sviluppi sul caso [*], a dir poco, sconcertanti che vedono come protagonisti l’oramai ex parroco di Casapesenna, Don Michele Barone, una minore affetta da gravi problemi di salute, i familiari di quest’ultima e un vicequestore – mix micidiale di stregoneria, ignoranza, credenze, paganesimo, potere, abusi, soprusi, ragiri e altro e altro ancora – sconcerta la posizione assunta dal Vescovo di Aversa sul caso. Rimane l’impatto (fortissimo, perché documentato da un video) di una mentalità e una cultura giuridica perlomeno carente – ma, se volete, sconcertante può essere l’aggettivo molto più adatto al caso. L’intera Curia diocesana fa la figura di un mondo a parte, una potentissima consorteria che ritiene al di fuori (o al disopra?) delle leggi dello Stato i suoi membri. In quel video di fronte a una denuncia di abusi (anche sessuali, da quanto si è appreso, poi) da parte del sacerdote, si suggerisce di mantenere il più stretto riserbo, viene consigliato di “ritirare l’esposto”, di non denunciare, di occultare, di sopportare cristianamente per sottrarre dallo scandalo il prete maneggione. Né traspare, da quel documento che registra un atteggiamento omertoso, alcuna coscienza del fatto che un reato, qualunque reato, è sottoposto al giudizio della magistratura e di nessun altro. È spiacevole dirlo, ma al di là della penosissima e grave vicenda umana raccontata, se ne ricava, da parte della Curia (ma, il discorso potrebbe e forse dovrebbe allargarsi anche a tutta la Chiesa), una sorta di superbia a-sociale. Ed è ben paradossale che tanta attenzione venga riservata alla legislazione di questo Paese (ostacolando qua e là ogni forma di emancipazione dei diritti di questa o quella categoria sociale), quando poi si tenta di sottrarre la condotta dei sacerdoti al vaglio di queste stesse leggi.