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Bianca


[Come sempre, quando è di tanto che si avrebbe voglia di scrivere, ci si ritrova davanti alla pagina bianca senza riuscire bene a infilare in riga due o tre parole giuste; senza sapere bene da cosa cominciare e, soprattutto, dove andare a finire. E non si scrive. È il cortocircuito della grafomania che al grafomane fa girar assai i coglioni; cortocircuito che spinge in genere a soluzioni disperate come tentar di condensare il pensiero tutto in poche righe, a risolvere in battuta un costrutto del pensiero molto più complesso e articolato. Ed è inevitabile che in quelle poche righe non vi si scorga traccia leggibile dei temi che si voleva trattare, dei problemi che si voleva cercare di afferrare e fermare su carta o altro supporto più o meno reale, ma solo l’umore che muove la scrittura in mezzo a essi. E di solito non è affatto un buonumore – e no, direi proprio di no – tuttalpiù è grasso sarcasmo, che vira al grottesco e il più delle volte al macabro.
Capita – di rado, ma capita – che si arrivi a rinunciare anche a quelle poche righe, allo sberleffo sguaiato, per accontentarsi di esprimere il proprio malumore in una citazione letteraria o in un pezzo musicale, che quasi sempre riescono a riassumere bene il malumore che si prova ma solo a chi le sceglie.
Dal troppo voler dire, e dal sentire di doverlo dire, si arriva – sublime paradosso – a non dir niente o quasi: ‘na pernacchia, una bestemmia, un lamento anche mal riusciti, e l’unica certezza è una lucida coscienza di assoluta impotenza. Impotenza non nel provare a metter ordine nel mondo per mezzo della scrittura – problema, invero, tosto assai a risolvere – ma anche solo ad aver la forza di esprimere con la chiarezza e la lucidità necessarie quel disordine che spinge a provarci, che arriva a prendere possesso degli individui e dei fatti dopo averli piegati fino a renderli intrattabili a ogni forma di logica e dunque intrattabili a essere narrati con qualunque mezzo. Si è sorpresi dall’inutilità del provarci: sospesi tra l’irrefrenabile voglia di agire e il massacrante desiderio di desistere.
Oggi, per esempio, ci sarebbe da scrivere – e tanto – sugli spazi concessi dalla stampa nazionale al viaggio del papa in America e sulla superficialità con cui vengono trattate le dichiarazioni – che ci son state – riguardanti, invece, la pedofilia del clero. È un indicatore – ritengo sia il più emblematico – dello sfacelo culturale e dell’assenza dell’autonomia del pensiero critico del Paese e allora ci sarebbe da scrivere – e tanto – su ciò che l’ha posto in premessa. Già qui sta in agguato una prima vergine: averne già scritto e ampiamente – sicché siamo poi certi che repetita iuvant? E a chi?
Si è oramai consolidata la convinzione che al Paese non tocchi altro che il commissariamento – apertamente istituzionalizzato, dico – ecclesiastico: triste revival degli anni intercorsi tra il 752 al 1870. Ridotti a sudditi del mostro a due teste che ha sempre malamente inculato ogni illuso che sognasse per l’Italia un qualsiasi destino laico, sarebbe meglio che qualsiasi parodia di Prometeo buttasse via lo stampo che ci fece uomini: donare il fuoco ai ciechi è inutile oltre che dannoso.]

Bravo, Vicie’!

Lique

Su certe credenze mosse dalla fede, non vale neanche la pena provare a muovere una pur minima obiezione di logica, di opportunità, sprecar fiato per dimostrare l’assurdo enorme quanto una montagna di merda. Sulle prodigiose qualità del liquido che la tradizione vorrebbe fosse il sangue di San Gennaro, ad esempio, non vale neanche la pena provare a discutere. Così come non vale la pena di discutere sulla fede, ché quella la fede non tollera discussione, né tanto meno – almeno certe volte, dico – tollera i dubbi. Meno che mai – neanche in astratto, dico – varrà la pena di discutere su cosa muova i napoletani a credere nella liquefazione del contenuto delle due ampolline e al fatto che dalla liquefazione o meno del liquido dipenda, con certezza assoluta, la buona sorte del popolo tutto. Sarebbe carino, magari, provare a spendere, eventualmente, due parole su cosa sarebbe Napoli, oggi, dopo che il prodigio s’è verificato, conti alla mano, più di 1.800 volte, se solo un centesimo – un centesimo, dico – delle speranze riposte nel miracolo avessero trovato riscontro nei fatti, lungo i secoli: sarebbe un paradiso terrestre. Oppure, specularmente, cosa sarebbe Napoli, oggi, se non avesse goduto dei 1.800 e più favori del santo: potrebbe essere – solo a pensarlo – peggio di com’è? No, neanche su questo varrà la pena spenderci qualche parola. Così come – a ragionarci su – non conviene spendere neanche mezza parolina sul fatto che la Chiesa non considera un “miracolo” la periodica liquefazione del contenuto delle due ampolline, ma consente che la tradizione popolare lo ritenga tale, e un suo cardinale, Crescenzio Sepe, definisca il momento dell’annunciazione – quest’anno, poi, ha fatto anche il verso al cardinale protodiacono scimmiottandone il famosissimo “annuntio vobis” – “solenne”. Insomma, dobbiamo lasciar perdere ogni questione che investirebbe la logica: siamo dinnanzi a un fatto – e che fatto! – che non tollera alcun genere di analisi né, tanto meno, alcun tentativo di decostruzione. Al massimo è consentito il chiacchiericcio, come si fa al bar quando ci si intrattiene a parlare della formazione delle squadre di calcio, della prestazione agonistica di quel tale attaccante, o, che ne so, del tempo che fa. Piove? Sì, cazzo quanta ne viene giù! Fa caldo? Come, no; co’ ‘st’afa poi, non si respira.
E dunque anche quest’anno, puntuale come i treni quando c’era Lui, San Gennaro non ha mancato all’appuntamento. Anzi, non hanno fatto in tempo a tirar fuori l’ampolla dalla teca che – l’ha detto Sepe, l’ha detto – subito s’è avuta la lieta notizia: il sangue, o quello che è, era già bello che squagliato.
Non importa il motivo, la ragione di questo affrettarsi a “squagliarsi”. Non importa. L’importante è che anche quest’anno i napoletani possano sentirsi sotto l’ala protettiva del loro santo, sennò sai che casino ne verrebbe fuori?! Camorra, disoccupazione, munnezza, uccisioni per le strade, cose così. Ma per fortuna il santo ha detto chiaro e tondo no – e in fretta, cazzo se l’ha detto di fretta – e in città finalmente si respira. Ché – sia detto senza alcuna punta di ironia – sarà gente maltrattata dalla storia, come recitano i polverosi volumi lassù in alto sugli scaffali della mia biblioteca, o di plebaglia riottosa a diventar popolo, ma quello che le dà la forza di tirare avanti è la stampella delle superstizioni, delle credenze indissolubilmente radicate e guai a toccargliela. Anzi, siente a me, se non vuoi offendere la sua zoppia e vedere come è lesto a correre per scommarti di sangue, conviene rispettargliela come terza gamba ‘sta stampella.
E così, anche il governatore De Luca – Vicienzo, per gli amici – può dirsi emozionato e sperare che “l’esempio del Martire ci aiuti a costruire una comunità solidale ed impegnata a realizzare ogni giorno un futuro migliore contro violenza e povertà”. E certo, no?! Conviene sempre farsi dare una mano, una stampella appunto, ché sai quanto ci mette la plebaglia a fare un culo tanto a un Masaniello? Bravo, Vicie’, ti conviene sperare nell’aiuto del santo: appoggiati pure sulla stampella, prego. La Chiesa non dice si tratti di un miracolo, non sai se davvero è sangue quello che sta lì dentro, ma ti basti sapere che si tratta di onorare una superstizione e, se rifiuti l’aiuto, poi quelli i superstizioni si sentono offesi, e pare brutto. E giustamente, mi fai una dichiarazione da governatore, altruista – mica stai lì a pensare ai cazzi tuoi, a chiedere una grazia come tutti gli altri scafessi del popolino – no, tu mi vesti i pani istituzionali e così s’è capito che stai chiedendo questo piacere al santo per tutti, anche per i non credenti che ti hanno votato ritenendoti il primo furbacchione menopeggio e più sfaccimmo a rappresentarli, compresi i cinesi e i musulmani di Piazza Mercato ai quali hai chiesto il voto non più di qualche mese fa.

Il prete, il sindaco e la cultura gender…

Brugnaro e Patriciello

Leggo su la Repubblica di stamani la rubrica di Augias dedicata al pio Brugnaro, e mi è partito un link con una lettera aperta pubblicata il 19 agosto scorso su Avvenire a firma di Maurizio Particiello.
A meno di un mese di distanza, la cazzata conserva il suo potere di attrazione sulle anime ingenue. La cazzata? Sì, è la cazzata che mi ha fatto il link.

Augias, parlando di Brugnaro, riporta parte di un discorso, sgrammaticato e incoerente assai, in cui il nostro rievoca e giustifica un gravissimo episodio di ferocia criminalità nazista del 1944, quando – la faccio breve – sette veneziani vennero fucilati innocenti con 500 cittadini obbligati ad assistere, i cadaveri sorvegliati da sentinelle per evitare rimozione e seppellimento.
Non riporto volutamente il giudizio di Augias in merito al discorso – l’articolo è spassoso, vi consiglio di leggerlo; riporto invece le parole di Particiello nell’articolo di Avvenire:

Interprete della Costituzione e del sentire del popolo che lo ha voluto alla guida della città, il sindaco Brugnaro ha ritirato dalle scuole della città i libri sull’educazione all’omosessualità imposti dall’amministrazione precedente.

L’argomento, ve ne sarete accorti, è un argomento inservibile perché viziato da almeno due fallacie retoriche.
È falso – inizio dalla fallacia meno grave – che Brugnaro sia interprete della Costituzione o, addirittura, titolare di un mandato popolare anti-gender. La fallacia ad populum punta, infatti, ad argomentare a sostegno o contro una tesi facendo appello al fatto che la maggioranza è favorevole o contraria: come se il fatto che la maggioranza sia d’accordo possa essere motivo sufficiente per riconoscere la verità della tesi. Tanto più che Brugnaro è stato eletto sindaco con il voto di un quarto degli aventi diritto voto a Venezia.
La fallacia però più subdola inoculata nel testo di Patriciello è quella dell’ambiguità, che, in un argomentare, prova a far leva sul cambiamento del significato di un termine chiave, ché non “educazione alla omosessualità” ma, semmai, educazione alla tolleranza e al rispetto, ad esempio, dei figli delle coppie omosessuali, che nelle scuole sono già numerosi.
Rozzo nel fondo e ipocrita in superficie, la ratio di quell’articolo ci dà – ove ve ne fosse bisogno – ulteriore prova di quanto il dire di certi uomini, esponenti di culture cosiddette “civili”, altro non sia che un modo ipocritamente mascherato di agire contro la libertà; libertà che si va affrancando da antiche regole, le quali non reggono più da tempo alle pesanti istanze rappresentate dai bisogni degli individui. E qui, in quella lettera aperta che s’innestava nella polemica del pericolosissimo “gender” che si vorrebbe insinuare nelle scuole e in quella difesa dallo sgrammaticato sindaco di Venezia rievocata da Augias, l’unica differenza tra la tradizione difesa da Patriciello e quella difesa da Brugnaro è che la prima non ha nemmeno gli strumenti per imporsi con degli argomenti convincenti, sicché è costretta a vagheggiare i fucili di cui si serviva la seconda. Senza nemmeno potersi permettere di farlo in modo esplicito, ma dissimulando in una profezia di sventura. Siamo davvero messi male, direi.

Oplà! Tutto qui!

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Il Papa ha riformato il processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità matrimoniale. Con i motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et misericors Dominus Iesus i costi per ottenere la dichiarazione di nullità del matrimonio scendono a prezzi stracciati e si semplificano di parecchio. Manco a dirlo, parliamo dei matrimoni celebrati con rito religioso, ché per quelli celebrati con rito civile c’è il divorzio, che — come i più sanno e il restante immagina — impone tempi lunghi e spese quasi sempre onerose assai. Va però rimarcata subito una differenza: “Non si tratta di un processo che conduce all’annullamento del matrimonio. Si tratta — sto usando le parole del cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i Testi legislativi — di un processo che conduce alla dichiarazione di nullità. In altre parole, si tratta di vedere se un matrimonio è nullo e poi, in caso positivo, dichiararne la nullità”. Per farla breve? Un conto è il divorzio col suo carico di problemi per la società, per i figli della coppia e per il conto in banca del marito e tutt’altra cosa è la dichiarazione di nullità, che non è annullamento, ché il matrimonio, inteso come sacramento, manco il Padreterno in persona lo può annullare, è — come usa dire — indissolubile, ma, come lasciava intendere il cardinale, ‘sta dichiarazione di nullità è la piana constatazione che, al momento in cui i due si sposavano, le fondamenta a un matrimonio come-Dio-comanda non c’erano, ergo non si trattava di matrimonio vero e i due non sono più sposati, anzi, mai stati. Guardate che finezza, apprezzate la serietà dell’istituzione Chiesa che seriamente tratta le serissime questioni riguardanti i sacramenti. Lo Stato? Beh, quello tratta il matrimonio come squallido contratto tra le parti e come tale ne prevede il diritto di recesso con penali accluse. La Chiesa, no. La Chiesa me lo considera, alla lettera, indissolubile ché quello così disse Gesù. È roba tosta, sacra, e guai a permettersi di scherzarci sopra. Ti sei impegnato davanti al prete con un sì, ma non avevi capito fino in fondo cos’è che esattamente il tipo acchitato a festa ti chiedeva? Tranquillo, il matrimonio è nullo. In cuor tuo sapevi di non esser capace di assumerti l’onere che il pretuzzo ti stava chiedendo, ma hai detto comunque sì? Il matrimonio è nullo. Anche dopo anni e anni dal sì? Sì! Come? Dici che mammà ci teneva assai a che ti sposassi quella piccerella? Disgraziato, ma in questo modo lo sai che hai preso per il culo non solo a mammà ma pure a Dio? Siente a me, scegliti un buon avvocato esperto di sacre pratiche, sgancia il sacro denaro e mi torni zitello in men che non si dica senza — e dico senza — l’obbligo neppure di passare i sacri alimenti a quella (ex) piccirella che tanto piaceva a mammà.
Oh, ben inteso. Se il matrimonio è nullo, non sei mica divorziato, no?! E tu, disgraziato mio bello, non ti sei, carte alla mano, mai sposato e dunque puoi risposarti subito, anche in chiesa; e stavolta, voglio sperarlo per te, consapevolmente. Come?! Pure stavolta non avevi tutte le intenzioni per fare il sacro passo? Testa di cazzo eri e testa di cazzo rimani: sgancia il sacro obolo e ti rifanno di nuovo zitello; ché il cattolicesimo questo ha di bello, ti viene incontro e più sei stronzo — oh, mia pecorella smarrita — e più ti viene incontro. Stronzo in tutte le accezioni, stai tranquillo, l’importante, beninteso, è che tu sia in grado di far finta d’esserlo nel modo che merita il perdono. Ed è per questo che, conti alla mano, converrebbe a che ‘sto cattolicesimo fosse dichiarata di nuovo religione di Stato, in culo alla laicità! Primo atto dell’ipotetica conquista: abolizione della legge sul divorzio. Senza troppe conseguenze, tuttavia, anzi. Quella stronzetta che hai sposato è oramai buona solo a prosciugarti il conto corrente a botta di shopping e cerette? Bene! (Anzi, male) Te ne vai dal vescovo diocesano, che è giudice nella sua chiesa particolare e che assume un ruolo decisivo nel nuovo processus brevior, gli racconti che in cuor tuo non avevi proprio tutte le sante intenzioni per sposarti a ‘sta sanguisuga, e in trenta giorni (più ulteriori quindici di proroga) la mandi a fanculo alla stronzetta a lei, allo shopping e ai peli superflui. Oplà! Tutto qui! E — cosa importante — senza quelle gran rotture di coglioni delle uduenze, degli avvocatucci e dell’assegno mensile da sganciare alla scassacazzi pelosa.

senza oneri per lo Stato…

  
“Il governo è pronto a inserirla nella prossima legge di stabilità o a scrivere un decreto per sancire che le scuole paritarie non devono pagare l’Ici/Imu/Tasi.” Attacca così l’articolo a firma di Giovanna Casadio, su la Repubblica di oggi, in cui viene discussa la sentenza della Cassazione che ha dichiarato illegittima l’esenzione fiscale sugli immobili in cui si svolgono attività didattiche gestite da religiosi.
Dovrei, a questo punto, intrattenermi almeno un pochino sull’argomento, ché questo pare sia il temino sul quale la blogosfera è chiamata a fare il compito in classe, e a consegnare il foglio in bianco si fa una figuraccia, non sia mai detto. Ma — ma… — il rischio, visto il supporto dei filoclericali che siedono al Governo e in Parlamento e vista, soprattutto, l’offensiva clericale in atto, beh — visto tutto sto po’ po’ di roba, dicevo — pare impresa a dir poco assurda: provare a illustrare e a contestare punto per punto i motivi avanzati contro la sentenza è davvero tempo perso. Ché poi, a conti fatti, sono sempre i soliti motivi. Quali? Beh, quelli che da decenni hanno allegramente ignorato — neanche pisciato di striscio, ecco — l’articolo 33 della Costituzione: «la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Perdere tempo a discutere sul resto, davvero, non mi sembra il caso e comunque, visto i presupposti, c’è davvero poco da discutere.

lente digestioni…

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Facciamo così, giochiamo a carte scoperte, ché quello è il modo migliore di tenerle nascoste. Fate una cosa, prendete dallo scaffale della vostra libreria non il tomo di quel rozzo anticlericale dell’Ottocento, no; prendete il De Divinatione di Cicerone, per l’esattezza il libro secondo, e sfogliatelo fino al paragrafo 58. Fatto? Bene, leggete con me: “E pensi che Talete, Anassagora o qualsiasi altro filosofo naturale avrebbe creduto a notizie del genere? Sangue e sudore possono provenire solo da un corpo vivente. Mentre invece una qualche alterazione del colore causata dal contatto con la terra può produrre effetti simili al sangue, e l’umidità proveniente dall’esterno, come accade sugli intonaci dei muri nei giorni di scirocco, può rassomigliare a sudore”. Ecco, io credo che lo scandalo non sia che Cicerone storcesse il naso verso l’incursione del soprannaturale nella forma dell’evento portentoso (che qui, visto che non vogliamo offendere nessuno, non chiamiamo “miracolo”), ma che, di tali eventi così simili a quelli dei nostri tempi (l’ultimo che ho letto è qui raccontato) pieni zeppi di paura e insicurezza, ne accadessero a iosa anche prima che nascesse Cristo. A Cuma – giusto per citare il primo che mi viene in mente – nel 130 avanti Cristo, una statua del dio Apollo pianse – almeno così dicono le cronache – per ben quattro giorni di fila. Una del dio Mercurio, invece, sudò ad Arezzo nel 93 avanti Cristo; un’altra del dio Marte iniziò a sudare a Roma esattamente quarant’anni dopo. Anche nell’Eneide di Virgilio c’è una statua che suda: il celebre Palladio che rappresentava la dea Atena. Ulisse e Diomede – il lettore se lo ricorderà – avevano strappato questa statua ai Troiani, ma la dea non ne voleva proprio sapere di stare nel campo greco: il simulacro era addirittura sobbalzato tre volte da terra, i suoi occhi avevano lanciato fiamme e un “sudore salato” aveva invaso le sue membra.
Se quelle statue di Atena e Apollo che piangevano sangue o sudavano essenze profumate erano frodi, l’intento sarà stato certamente l’abuso della credulità popolare – questo, suppongo, vorrà concederlo anche un fesso, sempre che non sia talmente fesso da credere ancora ad Atena e ad Apollo. Ma se il fesso cade in ginocchio davanti a una statua della Madonna che si inumidisce allo stesso modo e parla di evento portentoso, anzi di “miracolo”, solo perché non s’è potuto dimostrare la frode, gli additeremo i creduli che sono inginocchiati dietro di lui (nel tempo e nello spazio), gli mostreremo a che scopo dei furboni ne abusino (e ne abusarono), e finiremo col dire che per molte delle statue di Atena e di Apollo che piangevano non fu mai possibile accertare la frode. Certo, anche in quei tempi remoti, quando la frode fu scoperta, i creduli si levarono, spolverarono le ginocchia, ma non smisero di avere fede negli dei – semmai ebbero conferma della cattiveria umana.
Ma qui, lungi dal voler convincere nessuno, si vuole fare una considerazione altra e diversa. Il cristianesimo crebbe come un insaziabile parassita nel ventre dell’Impero che andava lento ammalandosi, si nutrì d’ogni sua parte, legge, cultura, usanza. Metabolizzò ogni cosa della paganità, per poi far piazza pulita dei resti indigeribili, di quelli che proprio gli davano rogne a masticarli – alcuni dei quali furono malamente bruciati nelle pubbliche piazze. Quella delle statue che piangevano sangue o che trasudavano, evidentemente, era cosa gustosa e digeribilissima e il cristianesimo di allora se ne cibò a sazietà con gusto. I fessi, oggi, stanno ancora lì a cagarla.

La donna non ha più le cosce…

 

«[L]a donna è caduta dal mistero dell’alcova e da quello dell’anima. E sa che penso?
— chiede il professore Roscio a Laurana ne “A ciascuno il suo” di Sciascia — Che la Chiesa cattolica stia registrando oggi il suo più grande trionfo: l’uomo odia finalmente la donna. Non c’era riuscita nemmeno nei secoli più grevi, più oscuri. C’è riuscita oggi. E forse un teologo direbbe che è stata un’astuzia della Provvidenza: l’uomo credeva, anche in fatto di erotismo, di correre sulla via maestra della libertà; e invece è finito in fondo all’antico sacco».
È a questa pagina del testo di Sciascia che penso con insistenza quando il tipo qui al mio fianco,  mi ripete con sospiro malinconico «La donna non ha più le cosce».
Siamo fermi, in fila, a mollo nel caldo umido dell’ufficio postale di F.: e davanti a noi è tutto un via vai di donne in pantaloncini e minigonne. Il tipo, un attempato signore in maniche di camicia, ha viscere cattoliche estremamente sensibili; una croce in vista, appuntata sul bavero della giacca che tiene piegata sul braccio, testimonia il mio sospetto. Voltandosi verso di me ribadisce secco: «Eh sì, non ne ha più… Non le vede?». Il fatto di vederle, raffinato paradosso, significa per lui l’invisibilità. Il fatto di poterle ammirare, osservarle semplicemente con gli occhi invece che di intravederle, di indovinarle, di provare a sognarle, genera un cortocircuito alla sua erotica contemplazione, un’assenza, una mancanza, una mutilazione. Ogni parte del corpo femminile che la moda del momento denuda, ecco che per lui svanisce come tratto di matita sotto l’azione della gomma. Se le donne — delizioso paradosso — andassero in giro a mostrar nudo tutto il corpo, soltanto le teste rotolerebbero davanti a lui, come dalla ghigliottina nel paniere. Ecco, sì: una cosa molto cattolica. Ma — chiedo — non è cosa ugualmente cattolica, di cosa altra dal cattolicesimo, questa scelta, più o meno consapevole, della donna di sparire come corpo appunto denudandosi? — e un teologo, in questa prospettiva altra, continuerebbe a dire che, in fondo, “è stata un’astuzia della Provvidenza”?