È pretestuoso lo scopo e vergognoso il metodo…

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Spira un vento di stupida emulazione americana dietro l’imbrattamento della statua di Indro Montanelli: c’è sempre più gente in giro che non avendo un cazzo da fare se la prende con i monumenti scatarrando rabbia, insulti e vernice a effetto mediatico. Ecco, come si può giudicare questo sfregio alla memoria se non con il metro dell’imbecillità ottusa e violenta? Perché è pretestuoso lo scopo e vergognoso il metodo, che si commenta da solo: si può discutere, contestare e condannare un episodio che appartiene a una storia lontana, a una guerra coloniale con orrori e sopraffazioni comuni a ogni guerra, evitando di scatenare furiose invettive che sfociano in gesti di pura violenza e in scritte insensate e vigliacche.
Se qualcuno ha avuto l’idea di erigere in memoria del vecchio giornalista una statua nei giardini pubblici di Milano è perché Montanelli è stato un simbolo, il testimone di un secolo, un monumento lui stesso per il giornalismo e per la cultura liberale aperta al dissenso. Vista con i nostri occhi la storia della giovane abissina e del soldato che ne fa la sua sposa bambina per un’usanza vergognosa dell’esercito regio è una storia certamente sbagliata. Ma ci fa vergognare di più chi se la prende con un episodio di novant’anni fa da inserire nel contesto di un’epoca e di una guerra coloniale, quando ancora oggi in tante parti del mondo tante donne (minori e non), indifese e sole, sono vittime di soprusi inaccettabili, di usurpazioni e violenze tollerate da famiglie e da governi ciechi, che ignorano ogni umanità. Quella che Montanelli aveva, e i suoi vili calunniatori non hanno affatto.

Ma la memoria dei fatti e delle cose…

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Nel paese rintronato dalla campagna elettorale, in cui tocca leggere che per le strade vengono a mani fascisti e comunisti, può sembrare una inezia che qualcuno abbia scritto “A morte le guardie” in Via Fani a Roma [*], lì dove cinque uomini della scorta dell’onorevole Moro furono trucidati il 16 marzo 1978 dalle Brigate rosse. E ci abbiano poi disegnato a “decoro” delle svastiche, sul basamento di cemento della lapide, perché i rimbecilliti senza storia e memoria non sanno che quel luogo e quella strage non sono affatto cosa loro – dei nazisti, intendo – nemmeno nel più delirante immaginario.
Ma qualcuno con qualche anno in più si ricorda ancora dov’era e cosa stava facendo quella mattina di quel lontano marzo in cui venne rapito Aldo Moro: la diretta TG interrotta da Vespa e la voce affannata di Paolo Frajese che armeggiava con microfono e telecamera a spalla intorno alle macchine della scorta crivellate di colpi. E di quella inezia, quello sfregio alla memoria e alla dignità, può, o almeno dovrebbe, sentirsi disgustato o quantomeno ferito. Anzi, a ben vedere, ancora più disgustato che dai quarant’anni di processi, illazioni, ipotesi e commissioni parlamentari, libri, rancori, alibi, affaire e congetture, depistaggi e non detti e non chiariti che sono lentamente trascorsi. Ché fascisti e comunisti, con le loro spranghe, bandiere e rancori repressi, forse davvero non saranno la nuova emergenza nazionale. Ma la memoria dei fatti e delle cose, questo è urgente: “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” – scrisse Montanelli.
Ecco, tutto qui.

cos’è il fascismo…

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Accade, di tanto in tanto, dover provare a fornire una spiegazione, a qualcuno o a noi stessi, di cosa sia il fascismo. E ci si accorge, con un lieve fastidio, che è categoria sfuggente assai: non è solo violenza, ché ci sono state violenze di vari colori; non è solo uno stato corporativo (esistono e sono esistiti corporativismi non fascisti); non è solo dittatura, nazionalismo, bellicismo, ché questi sono (stati) vizi comuni ad altre ideologie. Insomma, togli questo e quello, alla fine si rischia di definire come “fascismo” l’ideologia degli altri. Poca roba, insomma. Davvero poca roba.
Esiste, però, a ben vedere, una componente dalla quale è riconoscibile il fascismo allo stato puro, dovunque si manifesti, comunque si manifesti. Condizione – potremmo enunciare – necessaria e sufficiente per poter stabilire con assoluta sicurezza che da quelle premesse non potrà che venire il fascismo è il culto della morte.
Nessun movimento politico e ideologico che non sia il fascismo si è mai così decisamente, incontrovertibilmente, assolutamente, orgogliosamente identificato con la necrofilia eletta, appunto, a rituale e a ragion ultima di vita.
Si badi: molta gente muore per le proprie idee, molta altra ancora fa morire gli altri (per ideali o per interesse), ma – e qui il punto – quando la morte non viene considerata un mezzo per ottenere qualcos’altro bensì un valore in sé, assoluto, allora, statene certi, lì abbiamo il germe del fascismo e dovremo perciò chiamare fascismo ciò che si fa agente di questa schifosa (è giudizio mio – giusto per mettere le cose in chiaro) promozione. Dico la morte come valore da affermare per se stesso. Insomma, non la morte per cui vive il filosofo, che sa che sullo sfondo di questa necessità, e tramite la sua accettazione, vengono meno, uno a uno, tutti gli altri valori; non dico la morte dell’uomo di fede, che non rinnega la propria mortalità e la giudica anche provvidenziale, benefica, santa e Sorella, ché attraverso di essa arriverà a godere un’altra vita. Intendo la morte sentita come urgente perché è gioia, verità, giustizia, purificazione, orgoglio, sia che venga offerta ad altri sia che venga realizzata su di sé.
L’amore della morte (che domina anche le pratiche dei drogati) fa si che appaia bello sprecare la propria vita. Per amare la morte bisogna profondamente odiare la vita (ci sono invece martiri e suicidi che muoiono senza odiare la vita, anzi, per eccesso d’amore). Amare la morte significa credere in fondo al cuore che essa risolva molte cose, e meglio.
Questo schifoso puzzo di morte, questo strano bisogno di morte, questo interesse smisurato per la morte, si sente purtroppo oggi in Italia.
Se è questo che volevano i fomentatori di odio (nel loro animo profondamente, ancestralmente squadristi) l’hanno avuto, sono riusciti a ottenerlo. Sono stati capaci di far emergere pulsioni profonde, fascismi diversamente mascherati, ignoti anche a chi li celava repressi nell’inconscio. E ha saputo farli ribollire nel ventre a persone altrimenti miti e nobilissime, che per un attimo hanno ceduto al richiamo delle Madri oscure, e hanno dimenticato che anche Mussolini appeso per i piedi e penzolante a piazzale Loreto, pestato a sangue e crivellato di pallottole, forse era giustizia, ma non affatto bene.
Ed è stato così che lettori di Beccaria hanno parlato come Julius Evola. Forse dovremmo difenderli anche da se stessi, perché non è questo che vogliono, non è questa l’alleanza che cercavano, né tantomeno la soluzione.
A mo’ di soluzione, invece, andrebbero fatti rivedere a tutti, i volti dei fucilati della Comune, le schiene dei fucilati di Villarbasse, i corpi martoriati in piazza della Loggia, le teste mozzate dal capolavoro del dottor Guillotin, i rastrellamenti a Palagano, i volti dell’eccidio di Montalto di Cessapalombo, quelli del poligono di Carpi, la faccia di chi nella camera a gas aspetta che la pastiglia cada nella vaschetta dell’acido a formare il vapore tossico. E i bambini impalati dal voivoda Dracula, e le ragazze streghe mandate sul rogo, e poi Moro, Bachelet, Tobagi, Alessandrini, Siani, Falcone, Borsellino, Livatino e qualche scheletrico ebreo nel campo di Birkenau. Una grande sagra della morte, insomma, messa in scena in tutte le nostre città da far venir su alle narici un puzzo mortifero da rimanere sbigottiti, il sapore della morte, l’impressione tattile del liquame che esce dagli orifizi di un corpo in decomposizione; lo schifo della morte provocata ad arte in nome di una qualsiasi giustizia. Indurre il vomito alle donne incinte, costringere la gente a fare le corna, a grattarsi i testicoli, a rintanarsi in casa come se ci fosse un morto all’uscio. Solo per un giorno, uno solo, in modo che il Paese si accorga che sta prendendo gusto alla morte e ricordi cos’è la morte, e tutti si chiedano se non stiamo diventando pazzi. Poi però occorrerebbe la forza di smettere subito, ché a giocare troppo con l’immagine della morte si rischia, ahimè, di prenderci gusto.

i sondaggi…

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“Lo dicono i sondaggi” è diventato il nuovo “l’ha detto la televisione”. Scienza infusa, insomma. Noi – rimbambiti, oramai, da una miriade di percentuali che ci piovono addosso da ogni dove – non possiamo che prenderne atto. Però, permettettemi lo sfogo: non è giusto! Il sondaggio è una macchina infernale a senso unico. Riceve e basta. Non comunica, non è dialettico, non è pedagogico. Perché se un tizio – uno di Rimini, tanto per dire – vi viene a dire che sì, lui è d’accordo sull’affermazione “Per un mondo più pulito torna in vita zio Benito”, voi potete almeno replicargli (con tutta la gentilezza che il caso vi suggerisce) che quello che pensa è una cagata pazzesca di fantozziana memoria, potete suggerirgli di studiare, di informarsi, magari addirittura di provare a pensare. Invece il sondaggista, a uno gli afferma che “quando c’era Lui le cose funzionavano”, non può che prende atto della cosa, registrare la risposta, girare i tacchi e andare via. Questo è diseducativo (la neutralità della scienza il più delle volte è diseducativa). Bisogna inventare urgentemente sondaggi pedagogici che abbiano il compito di dire, di fronte a una risposta sbagliata (non un’opinione, attenzione: proprio una risposta sbagliata) che quella risposta è sbagliata. Punto. In rosso, fargli comparire la scritta: Prego correggere. Risposta non ammessa. Come nei giochi per i più piccini. Il massimo sarebbe che di fronte alla risposta palesemente da coglione partisse lo scappellotto. Allora sì che potrei incominciare a credere anch’io ai sondaggi.

Chissà…

 

Chissà come si svolge concretamente l’attività di un revisionista neofascista dei giorni nostri. Chissà dove si dà appuntamento coi colleghi di studio e con quali parole. E in quale locale mangia prima di dedicarsi al suo hobby di appassionato divulgatore. Chissà se esiste una qualche forma di destrezza o, come si dice oggi, di professionalità, se è considerata prioritaria la lettura dei documenti del tempo o, chessò, l’analisi attenta e ragionata del pensiero dei contemporanei. Se inizia lo studio “matto e disperatissimo” prima o dopo un qualche dibattito. Chissà…
Ultimo gradino nella pur lunga scala della vigliaccheria, il revisionista neofascista avrà pure una casa, una famiglia, un banco di scuola o un luogo di lavoro. Un suo habitat dove sentirsi serenamente sciacallo. Forse ne conosciamo uno, lo salutiamo mentre esce di casa la sera, prima della discoteca o la birreria, o durante le ore di lavoro.
Ogni volta che vedo uno di quei documentari sui campi di sterminio, la cosa che mi sembra più atroce non sono le immagini dei forni e delle cataste dei morti – chissà, forse perché col tempo certe immagini non hanno più il potere di incidere profondamente nella coscienza. Sono le casette dei vili villaggi intorno, fiorite, pulite, dove mamma pulisce l’insalata e babbo fuma beato la pipa.