Cose sulla pelle…

Mi sono fatto scrivere cose sulle pelle che avevo paura di dimenticare.

Ché mica ci avevo pensato io che non c’è un posto più sicuro della pelle per appuntarsi i ricordi?

Mi sono fatto scrivere cose sulla pelle che solo provando a dirle mi si inceppava il pensiero.

Non è facile fare la pace con gli odori e le immagini e i ricordi (quelli belli e quelli brutti, intendo) e tutto il resto; fortuna che sulla pelle c’è spazio a sufficienza per chiedere scusa e non scordarselo mai.

Mi sono fatto scrivere cose sulla pelle, cose che mi ricordino di dimenticare.

mi piacciono gli abbracci

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A me piace vedere le persone riunite, forse è sciocco, ma che dire, mi piace vedere la gente che si corre incontro, mi piacciono i baci e i pianti, amo l’impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno.

[Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, traduzione di Massimo Bocchiola, Parma, Guanda 2005]

giornalai…

Il Corriere, nel riportare ‘sta notizia, produce un capolavoro di pavidità che al confronto quello svergognato di Emilio Fede mi si erge come modello di giornalista dalla schiena dritta. “In un tweet prima e nel corso di un’intervista a SkyTg24 Salvini – si legge nell’articolo – aggredisce le parole di un’abitante di un campo nomadi della periferia milanese”. Sarebbero state aggredite le parole, capite?, le parole, non la persona… roba da pazzi!

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la paura

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Il coraggio, il coraggio di fare a pezzi la paura, pezzi piccoli piccoli, e calpestarli, strapazzarli finché gli abiti non cambiano colore per il sudore; il coraggio di ignorare la paura, di prenderla a schiaffi, a calci, a pugni sopra gli zigomi, con le nocche delle mani allineate, pugni forti, decisi a sentire il rumore sordo delle ossa spaccarsi.
Bisogna avere il coraggio di capirla la paura, assecondarla affinché si sveli, provocarla, convincerla a mostrarsi, e solo allora, solo allora, guardarla negli occhi per dirle che lì, oramai, per lei non c’è più posto. Anche quando c’è questa sensazione che pesa sul cuore, questo dolore sordo che s’attacca alla viscere, questa impossibilità di trovare un rifugio, un appiglio, una mezza soluzione. Anche quando tutti gli accorgimenti del mondo non sono affatto sufficienti – ché la malattia, bastarda!, striscia sotto la superficie e si prende il corpo da dentro, come un peso interiore che trascina a fondo, inesorabilmente. E l’acqua scura e pesante avvolge il corpo, le mani e la testa in un vortice profondo. Ecco, sì, anche in queste situazioni, la paura bisogna rimandarla al mittente, rifiutarla, spaventarla, spaccarla, pugnalarla, mortificarla, stringerla forte fino a toglierle il fiato.
Masticala e sputala, deridila, scacciala, umiliala! Sempre. Se ci si vuole salvare, alla paura bisogna avere il coraggio di farle tutto, tranne che scriverne come se esistesse davvero o , peggio ancora, fingere di non averne.