Il male che non pensa: quando l’assenza di radici cancella ogni limite

C’è un paradosso sottile in quella frase di Arendt. Noi siamo abituati a pensare che il “peggior male” sia quello radicale: dichiarato, ideologico, urlato, con una bandiera in mano e un nemico da odiare. Il male “vero”, nella nostra immaginazione, ha un volto riconoscibile, parole estreme, una dottrina feroce alle spalle. Arendt invece ti sposta il pavimento sotto i piedi: il male più pericoloso non è quello che affonda in radici profonde, ma quello che non ne ha affatto. Un male radicale, per quanto spaventoso, presuppone almeno una coerenza interna. Ha delle premesse, delle argomentazioni distorte, delle cause che si possono discutere, smontare, confutare. È un albero velenoso: malato, deformato, ma pur sempre un albero. Se segui le radici, arrivi a un terreno, a un contesto, a una storia. È terribile, ma è situato. Puoi studiarlo, riconoscerlo, chiamarlo per nome, opporgli altri argomenti, altri valori, altre radici. Il “male senza radici” è diverso. Non è un albero: è polvere che si sposta con il vento. Non nasce da un grande progetto, non si dichiara, non alza il tono della voce. Si insinua nelle abitudini, nei “si è sempre fatto così”, nei “non dipende da me”, nei “io eseguo soltanto”. È il male burocratico, amministrativo, impersonale, quello che passa attraverso moduli, procedure, algoritmi, regolamenti. Nessuno ne è “autore”, tutti diventano semplici “esecutori”. Per questo “non conosce limiti”: perché non ha un centro a cui chiedere conto, un responsabile che si assuma la colpa, una dottrina da confutare. È il male che si dissolve nella catena delle responsabilità, in cui ognuno fa soltanto il suo pezzetto, talmente piccolo da non sembrare mai decisivo. È la logica del “non sono stato io”: è stato il sistema, il mercato, l’algoritmo, la regola, l’ufficio, il capo, la piattaforma. Tutti un po’ colpevoli, quindi nessuno davvero. Arendt questo lo aveva intuito osservando non i grandi mostri della storia, ma i piccoli uomini obbedienti. Dietro a molti disastri collettivi non ci sono solo i fanatici, ma soprattutto i normali. Persone ordinarie che sospendono il pensiero critico, che rinunciano a domandarsi “che cosa sto facendo, davvero?”, che smettono di collegare il proprio gesto concreto alle conseguenze reali sulle vite degli altri. Il male senza radici è, prima di tutto, un male senza pensiero. Radici, infatti, non sono solo tradizioni, ideologie, appartenenze. Radici sono anche domande. Quando ti chiedi “perché”, stai già mettendo radici. Quando ti chiedi “fino a che punto posso spingermi senza tradire ciò che credo giusto”, stai tracciando un limite. Il pensiero – quello lento, faticoso, non urlato – è una forma di radicamento. Non ti rende automaticamente buono, ma ti rende meno disponibile a diventare ingranaggio inconsapevole. Il male senza radici prospera dove il pensiero è considerato un lusso, un fastidio, una perdita di tempo. Dove conta solo che qualcosa “funzioni”, che i numeri tornino, che i target siano raggiunti. Non ha bisogno di odio: gli basta l’indifferenza. Non ha bisogno di violenza esplicita: gli bastano le omissioni, le distrazioni, il “non voglio problemi”. È un male tiepido, grigio, quotidiano. Proprio per questo, quasi inavvertibile. Se sposti questa idea nel presente, ti accorgi che la frase di Arendt è meno teorica di quanto sembri. Pensa a quante decisioni ormai passano attraverso sistemi automatizzati, ranking, punteggi, scelte suggerite da software che “ottimizzano”: curriculum esclusi senza un nome, mutui negati da un algoritmo, contenuti amplificati non perché veri o giusti, ma perché massimizzano l’attenzione. Chi è il responsabile? Il progettista? Il dirigente? La piattaforma? La cultura che ha reso tutto questo normale? Il male senza radici abita esattamente qui: nei processi che nessuno sente più il bisogno di interrogare. Anche nella vita di tutti i giorni è meno raro di quanto pensiamo. È quando assisti a un’ingiustizia piccola, minuscola, e ti dici che non ti riguarda. È quando ti adegui a una prassi che senti sbagliata, ma “è così che si fa, non posso farci niente”. È quando smetti di chiederti se le parole che usi feriscono qualcuno, perché “stiamo solo scherzando”. In tutti questi casi non ti senti cattivo. Non ti senti neanche protagonista. Eppure, un granello di polvere in più si aggiunge al male senza radici. Paradossalmente, allora, la cura non è diventare più radicali nelle idee, ma più radicati nella responsabilità. Non si tratta di proclamare grandi principi una volta per tutte, ma di mantenere viva la capacità di domandarsi, ogni giorno, fino a che punto sei disposto ad andare pur di non vedere, non sentire, non complicarti la vita. Le radici, qui, non sono catene: sono punti fermi che impediscono di scivolare dovunque. Forse il senso più semplice della frase di Arendt è questo: guardati dal male che non sembra tale, dal male che non ha storia, non ha volto, non ha biografia. Il male che ti chiede solo di non pensare e di non sentire troppo. Il male che cresce dove la parola “coscienza” diventa una formalità e non una fatica quotidiana.
Non serve essere eroi, né santi, né martiri. Basta non diventare terreno neutro. Coltivare qualche radice, anche piccola: un’idea di giustizia a cui non sei disposto a rinunciare, un limite che non vuoi superare, una domanda che non smetti di farti. È poco, sulla scala del mondo. Ma è esattamente da lì che, per Arendt, comincia la resistenza al male che non conosce limiti.

Essere umani…

Ci sono i disperati. Li riconosci dal passo, da come abbassano gli occhi senza abbassarli davvero. Hanno imparato a non chiedere, a non disturbare, a fare spazio anche quando non ce n’è. Vivono nel mezzo: tra un dovere e una rinuncia, tra la fatica e un sorriso di cortesia.
Sono quelli che non dormono, non perché hanno troppo da fare, ma perché la mente non smette di girare. A contare debiti, preoccupazioni, futuri improbabili. Quelli che combattono contro torti che non avranno mai un colpevole, contro sistemi che non cambiano, contro la sensazione di essere sempre un passo indietro.
Hanno il volto stanco ma dignitoso, le mani che lavorano, le parole misurate. Parlano poco, ma capiscono tutto. Si fanno in quattro per non far pesare la loro fatica, per non far sentire colpa a nessuno. Soffrono in silenzio, con quella discrezione che è quasi un atto d’amore.
E intanto guardano il mondo correre, gridare, farsi selfie di felicità. I furbi si moltiplicano, gli arroganti pontificano, gli incompetenti decidono. Loro tacciono. E resistono. Non perché ci credano ancora, ma perché non sanno fare altrimenti. Perché c’è una forma di dignità anche nella stanchezza.
Ogni tanto li senti ringhiare, ma piano, quasi per non disturbare. È la voce del senso di giustizia che non muore, anche se non serve. Altre volte li vedi seduti, a guardare il vuoto come se fosse un orizzonte. Non aspettano nulla, non sperano nulla, ma restano lì. Fermi. Vivi.
E sono proprio loro, i disperai, a tenere insieme tutto.
Con la loro ostinazione silenziosa, con la loro onestà che non fa rumore, con la loro umanità che nessuno celebra.
Non salvano il mondo, no.
Ma — senza saperlo — lo rendono umano.

L’ombra lunga dell’omicidio Mattarella

Quarantacinque anni. Tanto è trascorso da quel 6 gennaio 1980. Eppure, sembra ieri. La mattina fredda, il rumore secco di spari, un uomo che si accascia sul volante. Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Siciliana, un uomo che voleva cambiare le regole del gioco, giace senza vita sotto gli occhi della moglie e dei figli.
E noi, oggi, siamo ancora qui, a fare i conti con il passato. Con una giustizia incompiuta. Con verità monche e ricordi che non smettono di bruciare. I mandanti, sì, li conosciamo: i boss della Cupola di Cosa nostra. Ma gli esecutori? Quei due uomini giovani, col volto da bravi ragazzi, li abbiamo lasciati scivolare via tra il fumo e il silenzio. Fino ad ora.
La Procura di Palermo riapre il fascicolo. Nuovi nomi, nuovi indizi, forse una verità che pulsa sotto la polvere. Due sospettati. Uomini di mafia, legati a doppio filo a quel sistema che Mattarella voleva smantellare. E allora la mente corre. Corre a quel tempo, a quella Sicilia, dove la politica era una terra di mezzo, un mercato di voti e favori. E lui, Piersanti, voleva dire basta.
Ma basta non si poteva dire. Non allora. Non in una terra dove il potere era cosa di pochi e il coraggio si pagava caro. “Un uomo solo,” lo chiamavano. Perché a sfidare i sistemi corrotti si resta soli. Isolati. E la mafia non perdona.
E noi? Noi che facciamo? Guardiamo indietro e ci sentiamo distanti, come se fosse un’altra epoca, un’altra storia. Ma non è così. La corruzione, il compromesso, il silenzio non sono fantasmi del passato. Sono veleni che respiriamo ancora, ogni giorno. Solo che adesso sono più eleganti, più sottili. Ma ci sono.
Riaprire il caso Mattarella significa riaprire un nervo scoperto. Significa ammettere che qualcosa non ha funzionato. Che la giustizia ha fallito. Significa guardare in faccia il mostro e chiederci: siamo pronti a combatterlo davvero? Perché la verità, quella vera, non è solo trovare i colpevoli. È capire cosa ha permesso loro di agire, di uccidere, di sparire nell’ombra. È ammettere che un sistema malato non si regge da solo: ha bisogno di complicità, di sguardi che si voltano, di coscienze che si piegano.
E allora il caso Mattarella non è solo storia. È il nostro presente. È la nostra responsabilità. Non possiamo più aspettare che qualcun altro faccia luce. La luce dobbiamo accenderla noi. Ogni giorno, in ogni scelta. Perché il buio, quello della mafia, quello della corruzione, si nutre della nostra indifferenza.
Forse stavolta la verità verrà a galla. Forse no. Ma c’è una cosa che possiamo fare, che dobbiamo fare: ricordare. Non dimenticare mai che un uomo ha pagato con la vita il suo sogno di un’Italia più giusta. E chiederci se, oggi, siamo all’altezza di quel sogno.

Animali Notturni…

“Animali Notturni” (Nocturnal Animals), il secondo lungometraggio di Tom Ford, intreccia magistralmente realtà e finzione, offrendo una profonda riflessione sulla vendetta, il rimpianto e la natura umana. Vincitore del Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2016, il film si basa sul romanzo “Tony & Susan” di Austin Wright e presenta una narrazione stratificata che esplora le conseguenze delle scelte personali e l’impatto dell’arte sulla vita.

La trama segue Susan Morrow (Amy Adams), una gallerista di Los Angeles intrappolata in una vita insoddisfacente e in un matrimonio fallimentare. Un giorno, riceve un manoscritto intitolato “Animali Notturni”, scritto dal suo ex marito Edward Sheffield (Jake Gyllenhaal), con cui non ha più contatti da anni. Il romanzo narra la storia di Tony Hastings (interpretato dallo stesso Gyllenhaal), un uomo la cui moglie e figlia vengono brutalmente uccise durante un viaggio in Texas. Mentre Susan legge il manoscritto, la narrazione si sviluppa su tre piani temporali: la sua vita presente, la trama del romanzo e i flashback del suo passato con Edward.

La struttura narrativa del film è complessa e richiede una visione attenta per cogliere le sfumature e le connessioni tra i vari livelli. La storia nel romanzo funge da metafora della relazione tra Susan ed Edward, evidenziando temi di vendetta e rimpianto. La violenza e la brutalità presenti nel manoscritto riflettono il dolore emotivo causato dalla fine del loro matrimonio e le scelte che hanno portato alla loro separazione.

Tom Ford utilizza una regia elegante e una fotografia raffinata per creare un’atmosfera tesa e inquietante. Le performance degli attori sono notevoli: Amy Adams offre una rappresentazione sfumata di una donna tormentata dai rimpianti, mentre Jake Gyllenhaal interpreta con intensità sia Edward che Tony, mostrando la dualità dei personaggi. Michael Shannon, nel ruolo del detective Bobby Andes, aggiunge profondità alla narrazione con la sua interpretazione di un uomo determinato a ottenere giustizia.

Il finale del film è ambiguo e aperto a diverse interpretazioni. La decisione di Edward di non presentarsi all’incontro con Susan può essere vista come un atto di vendetta emotiva o come un segno della sua crescita personale e della sua capacità di andare avanti. Per Susan, questo rifiuto rappresenta una dolorosa presa di coscienza delle conseguenze delle sue scelte passate e della superficialità della sua vita attuale.

“Animali Notturni” è un film che invita lo spettatore a riflettere sulle proprie scelte e sulle loro ripercussioni. Attraverso una narrazione intricata e una messa in scena visivamente affascinante, Tom Ford esplora temi universali come l’amore, la perdita, la vendetta e il rimpianto, offrendo un’esperienza cinematografica intensa e provocatoria.

9.11.2001

In una mattina come un’altra, Andrea Haberman, mossasi dai ritmi delicati del cuore, si era impegnata in un gioco d’amore con il suo fidanzato. Era una sorta di dolce competizione: chi riusciva per primo a chiamare l’altro, all’alba di ogni giornata separati dalla distanza, era incoronato vincitore di quella mattina. In quella fatidica giornata, Andrea ebbe il sopravvento. Era giunta in anticipo nel luogo dove il cielo si confonde con le costruzioni, l’ufficio della Torre nord del World Trade Center, per una riunione delle 9:00. Usando il tempo come complice, il fuso orario le permise di fare la sua telefonata. Ma le ore mutevoli avevano in serbo un altro destino. Circa 40 minuti dopo quella voce, un aereo, spinto da forze oscure, si lanciò contro l’edificio, solo un piano al di sopra del suo respiro. Quel giorno, Andrea e altre 2976 anime vennero strappate dal tessuto del mondo.
Il tempo passò, e nelle viscere di Ground Zero, mani stanche ritrovarono tracce di Andrea. Il suo cellulare, testimone muto dell’ultima chiamata, fu ritrovato. Ora, tra le pareti del “9/11 Memorial Museum”, esso sussurra a chiunque voglia ascoltare, la storia di un amore interrotto e di un giorno che cambiò il mondo.

L’iPhone del signor Harrigan…

Un racconto, un ruscello di parole che si avventura in valli ancora vergini, là dove l’occhio umano non ha ancora scandagliato. La tecnologia, quel vento che non risparmia nulla, trascina vite, sogni, anche le ombre sfuggenti di noi mortali. S’incarcera in un iPhone, sasso levigato dal tempo e lustrato dall’uso, un ponte ardito che sfida le acque tumultuose della morte.

Ma ascolta, nell’aria sottile del vuoto, c’è un canto. Non è un canto innocente, non è una ninnananna. È un grido che risuona nelle valli, un peso che ci opprime il petto. Il desiderio di potere, l’ansia della vendetta, contamina l’armonia del canto, lo trasforma in una freccia avvelenata. Un veleno che si diffonde, che acceca i cuori e offusca i pensieri, eredità oscura di un’epoca che, presuntuosa, si crede onnisciente, onnipotente.

Qui, nel cuore stesso del racconto, là dove pulsa l’essenza, là dove risiede l’anima, qui sanguina la storia. Si infiltra nelle pieghe più intime del nostro bisogno di dominio, si insinua nelle crepe del muro che erigiamo per proteggere la nostra umanità. L’iPhone del signor Harrigan non è solo un oggetto, è un testimone silenzioso, uno specchio in cui si riflette il nostro tempo, una lente che amplifica e distorce le nostre paure, i nostri sogni, le nostre ambizioni.

Ecco una melodia che risuona antica, un canto di sirene che ci invita verso il pericolo, che alimenta il nostro desiderio. Ci ricorda di ascoltare, di guardare oltre l’apparenza, ci sussurra che le parole non sono solo piume al vento, che le azioni sono pietre lanciate in uno stagno e che creano onde che si propagano all’infinito. La tecnologia, attenzione, non è solo un mezzo, può diventare il nostro scopo, può diventare il labirinto nel quale ci perdiamo. Ecco il richiamo, la lezione sospesa tra le righe, il canto amaro che risuona solitario nel silenzio della nostra epoca.

La banalità del nor-male…

Nell’epilogo di questa tragica vicenda, Alessandro Impagnatiello ha commesso un atto efferato: ha ucciso Giulia. Di fronte al suo corpo dilaniato, Alessandro non si ferma a contemplare l’orrore né a riflettere sulla gravità del suo gesto. Invece, corre immediatamente sul mondo virtuale, affannato nella ricerca spasmodica di soluzioni. Brama di cancellare le prove, far sparire il sangue e cancellare i messaggi di WhatsApp dai telefoni. Ma cosa cerca davvero? Cosa cerca in quel mondo di pixel e codici? Sembra aver dimenticato che la vita, quella vera, è fatta di carne e sangue, di emozioni e conseguenze ineluttabili.
Eppure, da una sfida goliardica come quella evocata nella canzone di Battisti e Mogol, “guidare a fari spenti nella notte”, si passa a una gincana ancora più tragica. Si tralascia l’amore, i sentimenti, persino la gravidanza, come se fossero solo degli ostacoli da superare, delle pedine sacrificabili in questa insana partita di sopravvivenza. La battaglia con il rischio diventa estrema, quasi elettrizzante, alimentata da una sorta di tossica endorfina. Ma cosa succede quando, per un crudele destino, ci si ritrova con un cadavere nella vasca da bagno? Ci si affida all’onniscienza di “Madre”, come se fosse l’androide del Nostromo di Ridley Scott, pronto a risolvere ogni problema. E persino le parole di Alessandro, che pronuncia senza pentimento alcuno, confermano la sua tragica confusione tra la realtà e un mondo parallelo, dove si può premere “esc” per azzerare tutto, per cancellare le tracce dei propri atti.
Questa concezione della vita come un gioco, in cui non esistono conseguenze morali, in cui si minaccia il suicidio per abbandonare la partita o si spegne tutto premendo un pulsante, è segno di una profonda mancanza di responsabilità. La connessione tra azioni e conseguenze, la comprensione della responsabilità morale, sembra essere scomparsa in questa dimensione virtuale. Eppure, c’è un errore ancor più grave che possiamo commettere: quello di giustificare l’omicidio di Giulia come un fatto isolato, attribuendolo a una presunta follia di Alessandro. Questo ci impedisce di affrontare la radice profonda e dilagante di questa vera e propria malattia sociale.

Dopo l’orrore di questo tragico evento, si è scatenato l’indecente sfruttamento di alcuni influencer, che hanno cercato di trarre profitto dalla morte di Giulia, fingendo di essere suoi affezionati seguaci. Questa triste realtà ci dimostra quanto profondamente radicato e diffuso sia il male in questo mondo virtuale, in cui i profili e gli account si scambiano come monete, lontano dai corpi fisici e dalle emozioni autentiche vissute dalle persone. Ci troviamo di fronte a una banalità del male (o del nor-male) che si diffonde, in cui tutto sembra perdersi nella miseria di una ricerca su Google.
La tragica storia dell’omicidio di Giulia ci pone di fronte a una cruda realtà, in cui l’incapacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni, la manipolazione delle relazioni umane e la mercificazione della morte sono all’ordine del giorno. È un campanello d’allarme che richiede una profonda riflessione sul modo in cui viviamo e interagiamo in questo mondo digitale. Solo attraverso una maggiore consapevolezza e responsabilità possiamo sperare di preservare la dignità e il valore della vita umana, al di là delle luci sfavillanti di un flipper virtuale.

il momento giusto per usare la forza…

Le idee di Pasolini vengono rievocate: gli esecutori dell’ordine, polizia e carabinieri, traggono le loro radici dal medesimo humus popolare, un humus che molti, avvolgendo sé stessi nel manto del benessere, guardano da lontano. Essendo gemme dello stesso albero popolare, diventa agghiacciante constatare l’emergere continuo di filmati (gli ultimi due provenienti da Milano e Livorno) che ritraggono una veemenza contenuta che genera sconcerto, veemenza direzionata a quei cittadini che, nel gran quadro sociale, non figurano tra i più potenti.

Ci si richiama alla memoria il palcoscenico descritto da Pasolini, con i proletari (poliziotti) che fronteggiavano i rampolli (studenti). Ma oggi, a subire la violenza sono gli esclusi, il popolo comune. Non si vuol dire che sia meno grave aggredire un magnate o una dama di nobili origini; lo Stato dovrebbe adoperare lo stesso rigore con tutti, ma anche lo stesso rispetto. Questo serve a chiarire che l’interpretazione strumentale del Pasolini “pro-polizia”, cara alla destra, deve essere inquadrata nel suo contesto storico; non è opportuno invocarla quando si osservano figure in divisa, uomini e donne, che aggrediscono transessuali, commercianti ambulanti o senzatetto.

È l’inquietudine di un timore, quello che la destra al potere (non trascurando, per equità, una componente fascista) stia consentendo comportamenti rigidi. Che ragazzi dalle radici semplici, solo per il fatto di indossare un’uniforme, pensino che “ora” sia il tempo giusto per far uso della forza. Un dovere fondamentale della destra al governo dovrebbe essere illustrare che la linea tra il lecito e l’illecito, in uno Stato di diritto, non cambia in base a chi presiede il Viminale, destra, sinistra o chi per loro. Di solito, i criminali considerano il corpo altrui un territorio da violare. E lo fanno con brutalità. Ma coloro che rappresentano lo Stato non devono e non possono comportarsi allo stesso modo, a prescindere da chi sia emerso vittorioso nelle urne.

Perché qui, il dolore, è una costante.

“Il Colibrì”, l’emozionante opera di Sandro Veronesi, offre un’immersione profonda nel tumulto dell’esistenza umana. Questo intricato affresco letterario dipinge la vita di Marco Carrera, figlio dell’alta borghesia fiorentina, un uomo che, nonostante le sue personali sfide fisiche, incarna l’essenza della resilienza e del coraggio.

Nel cuore di questo romanzo, la metafora del colibrì si fa portavoce di una potente simbologia: l’uccellino che batte le ali con fervore per rimanere fermo, diventa un emblema di tenacia e resistenza, un faro di forza interiore nel tumulto delle tempeste della vita.

Ma il mondo di Marco si frantuma quando sua moglie Marina chiede il divorzio, portando in grembo il figlio di un altro uomo. Eppure, come il colibrì, Marco rimane saldo, ancorato nei suoi valori, un monolite di tenacia e coraggio nell’oceano delle avversità.

Attraverso una scrittura che oscilla tra rapidità e risolutezza, caos e delicatezza, Veronesi traccia il percorso di vita di Marco. La storia del protagonista si intreccia con la nostra, in un balletto intricato di sfortune, malattie, perdite, lutti e amore (quello per Luisa) incondizionato.

Verso la fine, “Il Colibrì” ci conduce verso un capitolo finale di amara dolcezza. Marco, avendo vissuto il tormento della morte lenta del padre a causa di un tumore, prende una decisione estrema ma di una nobiltà straziante. Scopertosi ammalato, decide di praticare l’eutanasia, non per sé, ma per proteggere le persone a lui più care dal dolore della sua possibile sofferenza. Questo gesto finale di sacrificio è un ulteriore richiamo alla forza e alla resistenza del colibrì, e un esempio straordinario della profondità dell’amore di Marco per coloro che lo circondano.

“Il Colibrì” è una sinfonia di emozioni, un viaggio attraverso il dolore e la gioia, la sconfitta e la vittoria, la morte e la vita. Non si tratta solo di un romanzo, ma di un’ode alla resistenza umana, all’amore incondizionato e alla nobiltà del sacrificio. È un’opera che lascerà un’impronta indelebile nell’anima del lettore; un libro capace di invitare alla riflessione, che scava nell’intimo e che non teme il dolore. Perché qui, il dolore, è una costante.

Ciascuno di noi…

Ciascuno di noi esprime le proprie paure nel modo che ritiene opportuno.
Non giudico nessuno, ma in questi frangenti mi rendo conto di quanto non siamo cittadini ma abitanti, di quanto non sentiamo la nostra responsabilità collettiva ma solo la voglia di dire la nostra. Questa emergenza che stiamo attraversando fa emergere il vero tratto che ci identifica come Paese: una sconfinata egomania senza senso, che si rivela nella furia di comprare generi alimentari in un supermercato, di girare con una inutile mascherina o nel proporre ricette alternative all’Amuchina o, ancora, di mettere in dubbio ogni singolo provvedimento delle autorità preposte.
Un Paese così, secondo voi, come può vincere sfide ben più importanti?