
Resistere con il corpo.
Che pare una cosa minima, quasi elementare, quasi volgare rispetto alla grande eleganza astratta con cui oggi abbiamo imparato a sparire. Sparire bene, sparire educatamente, sparire in alta definizione. Essere presenti senza essere davvero lì. Rispondere senza voce. Guardare senza occhi. Toccare senza mani. Amare senza odore. Lasciare tracce ovunque e impronte da nessuna parte.
E invece il corpo.
Il corpo che arriva prima di noi e spesso capisce dopo. Il corpo che arrossisce quando avremmo preferito restare impeccabili. Il corpo che trema, che desidera, che si annoia, che si siede male, che inciampa, che ha fame, che cerca acqua, sonno, pelle, strada, vento. Il corpo che non sa mentire con la stessa perizia della mente. Il corpo che ha una sua grammatica antica, quasi animale, e per questo ancora credibile.
Se il virtuale è la norma, allora il reale diventa disobbedienza.
Non una nostalgia da vecchi, non la solita elegia del “si stava meglio quando”. Si stava male pure prima, e spesso senza nemmeno poterlo dire. Ma c’era almeno un attrito. Una resistenza della materia. Un volto davanti al quale abbassare o alzare gli occhi. Una voce che poteva incrinarsi. Una mano da non sapere dove mettere. Un caffè preso troppo in fretta. Una passeggiata senza meta che, proprio per questo, diventava destino. Il teatro. Il cinema. I legami. Gli incontri. Gli amori. Le amicizie. Le attese ai tavolini, le sigarette al freddo, le stanze piene di gente, le strade percorse senza motivo apparente, i ritorni a casa con addosso una frase detta male, detta troppo tardi, non detta affatto.
Abbiamo creduto che il virtuale ci avrebbe liberati dal peso.
E in parte è vero. Ha alleggerito distanze, tempi, procedure, solitudini pratiche. Ha portato vicino ciò che era lontano. Ha dato voce a chi non ne aveva. Ha aperto stanze, archivi, possibilità. Ma poi, come tutte le cose che promettono salvezza, ha chiesto qualcosa in cambio. Non tutto. Solo un poco alla volta. Un poco di presenza. Un poco di attesa. Un poco di pudore. Un poco di rischio. Un poco di corpo.
E il corpo, quando non viene più convocato, si offende.
Diventa stanchezza, insonnia, fame nervosa, malinconia senza oggetto. Diventa quella strana nostalgia di qualcosa che non sappiamo nominare perché non è propriamente una persona, non è propriamente un luogo, non è propriamente un tempo. È piuttosto il bisogno di essere interi. Di non essere soltanto immagine, opinione, messaggio, risposta, profilo, notifica, reperibilità.
Essere corpo significa anche accettare la lentezza scandalosa dell’incontro.
Perché un incontro vero non si carica, non si aggiorna, non si ottimizza. Arriva con i suoi tempi storti. Con l’imbarazzo, con i silenzi, con la possibilità di non piacere, di non capire, di essere fraintesi, di dire una cosa mediocre e non poterla cancellare. È per questo che fa paura. Il reale non ha il tasto modifica. Il reale conserva le sbavature. E forse proprio lì, in quella imperfezione non emendabile, resta ancora qualcosa di umano.
Fare l’amore in tutti e tre i sensi del termine: carnale, simbolico, politico.
Carnale, perché siamo pelle prima ancora che pensiero, e nessuna idea ci salva davvero se non attraversa almeno una volta il respiro.
Simbolico, perché ogni gesto del corpo significa più di se stesso: una mano sulla spalla può essere una tregua, un abbraccio può essere una casa provvisoria, una passeggiata può diventare il modo più discreto per dire resta.
Politico, perché in un mondo che ci vuole isolati, efficienti, disponibili, misurabili, tracciabili, desiderare ancora la presenza è già un atto di libertà. Sedersi a un tavolo con qualcuno e perdere tempo. Guardarsi. Tacere senza consultare il telefono. Andare al cinema. Camminare senza produrre niente. Offrire un caffè. Toccare una spalla. Ridere in una stanza. Dire ti voglio bene con la voce, cioè mettendo il fiato dentro una frase e consegnandola all’aria.
La speranza forse non si fabbrica con grandi proclami.
Si fabbrica con la prossimità. Con l’umanità minuta. Con il coraggio quasi ridicolo di esserci. Con i corpi che ancora si cercano, si riconoscono, si aspettano. Con la libertà fragile di sottrarsi per un momento alla grande liturgia luminosa degli schermi e tornare alla materia del mondo: una strada, una mano, una bocca, un volto, un passo accanto a un altro passo.
Perché forse resistere non significa opporsi al futuro.
Significa entrarci senza consegnargli tutto.
Senza lasciare che ci convinca che basti apparire per essere, comunicare per incontrarsi, desiderare per amare.
Il virtuale potrà anche essere la norma. Ma il corpo resta la prova.