…e siccome sei molto lontano / più forte ti scriverò

(lettera a me stesso)

Se tutto andrà come deve, non la rileggerai mai. Rimarrà lì, in fondo a qualche cartella, come quelle fotografie che non cancelli ma nemmeno cerchi più. Forse ti capiterà di inciampare in queste righe in un giorno distratto, quando la memoria ti farà uno scherzo e ti sembrerà di sentire di nuovo la voce di chi allora ti teneva sveglio.
E ti verrà da sorridere, credo. Non per nostalgia, ma per quella specie di vertigine che prende quando ci si accorge che si è stati davvero vivi.
Vorrei ricordarti com’eri — anche se non so bene se serva a te o a me.
Ti vedevo camminare con l’aria di chi sa dove sta andando, eppure bastava un refolo d’aria contrario per farti cambiare direzione. Avevi quella fame addosso, quella urgenza di scoprire tutto, di capire tutto, di toccare tutto come se il mondo fosse un laboratorio da smontare e rimontare.
Ti bastava un’idea per accenderti, un fallimento per ricominciare.
Eri eccessivo in tutto — nel bene, nel male, nella tenerezza, nella rabbia.
Non c’era via di mezzo, e forse è per questo che ogni cosa ti bruciava: perché la vivevi fino al fondo.
Ti ricordi quella volta in cui ti sembrava di aver trovato la tua misura? Quella sera che ti sei detto “ecco, adesso sì”? Non durò, naturalmente. Non dura mai. Ma quella notte avresti potuto giurare che il mondo intero ti appartenesse, che ogni gesto avesse un senso, che bastasse la volontà a piegare la realtà.
E io, che ti guardavo da dietro, non ebbi il coraggio di fermarti.
Ti ho visto perderti, Biagio. Ti ho visto inciampare nelle stesse domande cento volte e poi rialzarti come se niente fosse.
Hai amato con lo stesso rigore con cui progetti un’ala: cercando equilibrio, calcolo, portanza. Ma l’amore non si progetta, lo sai. Si subisce.
Eppure, a modo tuo, hai volato. Hai volato davvero.
Mi piacerebbe dirti che tutto quello che è venuto dopo è servito. Che ogni crollo aveva un motivo, che ogni silenzio era un passo verso qualcosa di più alto. Ma non lo so.
So solo che eri autentico.
Che non c’era finzione nei tuoi slanci, né prudenza nelle tue parole.
E che ogni volta che ti sei sentito perso, lo eri per davvero.
Non per posa. Non per debolezza.
Per verità.
Oggi, se ti penso, mi viene voglia di chiederti scusa.
Per quando ti ho imposto di essere forte, di non mostrare crepe, di fingere che la lucidità fosse una virtù e non una corazza.
Avresti meritato qualcuno che ti dicesse che non c’era niente di sbagliato nel tremare, che l’orgoglio non salva, che il controllo non consola.
Ma non c’era nessuno, e così hai imparato a fare da solo.
E forse è lì che sei diventato quello che sei adesso: un uomo che costruisce ali anche quando non deve volare, che spiega la fisica del vento ai ragazzi e intanto pensa a quanto sia fragile il suo stesso respiro.
Non so se sei felice.
So che resisti.
Che hai imparato a trasformare le ferite in mestiere, la nostalgia in metodo, la solitudine in linguaggio.
E questo, credimi, non è poco.
Se tutto andrà come spero, domani non avrai più bisogno di rileggere queste righe.
Ma se dovesse capitarti di sentirti smarrito, torna qui.
Troverai un uomo che ti conosce a memoria, che ti ha accompagnato per tutta la vita e che, nonostante tutto, non ha mai smesso di credere in te.
Ci vediamo tra le righe,
dove tutto si accende.
E si spegne.

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