Il canto fermo…

A Caserta, in fondo a una gabbia d’oro, c’è un orologio.
Lo regalò una regina a un’altra regina, una sorella all’altra, prima che la Storia si ricordasse di entrambe e ne facesse esempio. Bronzo dorato al mercurio, le ore in numeri romani e i minuti in cifre arabe, un quadrante che si lascia leggere soltanto guardando dal basso — come certe verità, che chiedono di chinare il capo.
Ai quattro angoli vegliano quattro figure: l’infanzia, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia. Tutta la durata di una vita raccolta agli spigoli di una gabbia, a fare la guardia.
Un tempo, dentro, due uccelli di metallo. Allo scoccare di ogni ora un cilindro girava, sfiorava le canne di un piccolo organo, e l’uccello voltava il capo, batteva le ali, fingeva il suo cinguettio. L’ora aveva una voce. Il tempo, per un istante, si faceva canto.
Oggi quelle ore passano ancora. Il meccanismo è rimasto al suo posto, là dove lo lasciò la mano di chi credeva di possederlo. Ma al posto degli uccelli meccanici ne hanno messi due imbalsamati. Veri, una volta. Vivi, un tempo. Ora soltanto somiglianti a sé stessi.
Si conserva la forma e si perde il canto. Restano le piume, l’ala distesa, la posa esatta di chi sapeva volare. Manca l’ora che cantava.
Catturiamo gli uccelli per tenerceli vicini, e li teniamo finché smettono d’essere uccelli. Imbalsamiamo le ore credendo di averle salvate. Le appendiamo al muro, le riempiamo di numeri precisi, vegliamo agli angoli con tutte le età che abbiamo avuto e che avremo. E intanto, dentro, qualcosa ha smesso di cantare e nessuno se n’è accorto.
Il quadrante si legge ancora, chinandosi. Segna un’ora che non torna. Nessun cinguettio la annuncia più.

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