Il contrario dell’amore…

C’è qualcosa di terribilmente antico nelle storie che continuano a riempire le cronache di donne uccise da uomini che dicevano di amarle. Antico non perché appartenga al passato, ma perché viene dal fondo più oscuro di un’idea di relazione che il tempo ha saputo modernizzare nei modi senza riuscire ancora a estirpare nelle coscienze: quella secondo cui amare qualcuno significhi, in una misura più o meno dichiarata, averne diritto. Ed è forse questo l’equivoco dal quale bisognerebbe cominciare.
Perché l’amore non attribuisce diritti sull’altro. Semmai li toglie. Toglie il diritto di decidere, di trattenere, di sorvegliare, di chiedere conto di ogni distanza. L’amore comincia esattamente nel punto in cui si accetta che l’altro possa scegliere persino ciò che ci fa soffrire. Può andarsene. Può non amarci più. Può cambiare idea. Può costruirsi una vita nella quale noi non siamo previsti.
È una delle verità più dolorose dell’esistenza adulta e, insieme, una delle sue più semplici: nessuno ci appartiene.
Quando un uomo uccide una donna perché quella donna ha deciso di sottrarsi alla relazione, non siamo davanti all’esplosione incontrollata di un sentimento. Siamo davanti alla sua negazione. Non è l’amore diventato folle. È il dominio che, perdendo l’oggetto del proprio dominio, mostra finalmente il suo volto. L’assassino non dice davvero ti amo troppo. Dice: non riconosco il tuo diritto a esistere fuori da me. Ed è proprio qui che il femminicidio smette di essere soltanto una tragedia privata e diventa un fatto politico, nel significato più profondo della parola. Perché riguarda la libertà. Quella concreta, quotidiana, quasi invisibile libertà di una donna di decidere dove vivere, con chi stare, chi lasciare, chi amare, chi non amare più.
Una libertà che sulla carta abbiamo già riconosciuto da tempo e che, tuttavia, una parte della società continua a percepire come negoziabile. Abbiamo cambiato le leggi più velocemente di quanto abbiamo cambiato gli immaginari. Abbiamo consegnato alle donne diritti che per secoli erano stati negati, ma non sempre abbiamo educato gli uomini alla perdita dei privilegi che quei diritti comportavano. Ed è forse questa la parte più difficile di ogni emancipazione: perché ogni libertà conquistata da qualcuno rende inevitabilmente impossibile il potere che qualcun altro esercitava su di lui. La libertà femminile non sottrae nulla agli uomini, naturalmente. Ma sottrae loro una cosa che per secoli era sembrata naturale: il diritto di decidere al posto delle donne.
È qui che educazione e cultura diventano decisive.
Non bastano le campagne contro la violenza se continuiamo a raccontare la gelosia come misura dell’amore. Non basta indignarsi davanti all’ennesima fotografia di una donna morta se continuiamo a trovare romantico chi controlla, chi pretende password, chi considera un abito una provocazione, chi interpreta l’autonomia della persona amata come una minaccia.
Le tragedie non cominciano con un coltello. Molto prima c’è un vocabolario.
Ci sono parole apparentemente innocue: mia, nostra, devi, non voglio che, con chi eri?. Ci sono piccole occupazioni di territorio che abbiamo imparato a considerare normali. Ci sono comportamenti che chiamiamo premura quando sono sorveglianza, protezione quando sono controllo, passione quando sono possesso.
Naturalmente non ogni gelosia diventa violenza e non ogni conflitto contiene un assassino. Sarebbe sciocco e ingiusto sostenerlo. Ma esiste una cultura nella quale certi gesti trovano giustificazione prima ancora che condanna. Ed è quella cultura che bisogna disinnescare.
Forse dovremmo insegnare molto presto una cosa che nessun programma scolastico riesce davvero a contenere: la libertà dell’altro è intangibile soprattutto quando ci ferisce.
È facile rispettare una persona quando fa ciò che desideriamo.
La civiltà comincia quando quella persona dice no. Quando chiude una porta. Quando cambia strada. Quando sceglie se stessa. È in quel momento che si misura la distanza tra amore e proprietà.
E forse dovremmo smettere anche di domandarci soltanto come proteggere le donne dagli uomini violenti e cominciare a chiederci quale idea di uomo continuiamo a costruire. Perché un maschio educato a considerare la sconfitta sentimentale un’umiliazione, l’abbandono una perdita di prestigio, il rifiuto un affronto alla propria identità, è un uomo al quale abbiamo consegnato strumenti fragilissimi per affrontare una delle esperienze più normali dell’esistenza: non essere scelto.
Bisognerebbe insegnare anche questo ai ragazzi: si può essere lasciati e continuare a vivere.
Si può soffrire senza punire. Si può perdere qualcuno senza perdere se stessi. Si può amare una persona abbastanza da accettare che non ci ami più.
Tutto il resto è un’altra cosa.
E forse la parola più importante, in queste storie, non è nemmeno amore. È libertà.
Perché una società civile non si misura soltanto dai diritti che proclama, ma dallo spazio reale che concede alle persone per esercitarli senza paura.
Finché una donna dovrà temere le conseguenze del proprio no, quel no non sarà ancora completamente libero. E noi potremo continuare a chiamarci moderni.
Ma sarà soltanto una data sul calendario.

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