Il dolore non vota…

Premessa necessaria, persino ovvia: il mio pensiero è lontano, in molti punti, da quello della Ministra Roccella. Lontano per sensibilità, per visione del mondo, per idea di società, per certe parole dette e per certe battaglie condotte. Ma c’è un punto in cui la distanza politica deve fermarsi. Non per cortesia. Per civiltà. Quel punto si chiama dolore.
Davanti al dolore di una persona, anche della persona che non ci rappresenta, anche della persona che abbiamo contestato, criticato, contrastato, dovrebbe intervenire una forma antica di misura. I Romani la chiamavano pietas: non semplice compassione, non educazione da salotto, non galateo funebre. Era qualcosa di più profondo e più severo: il riconoscimento di un vincolo. Il vincolo che ci tiene ancora dentro la specie umana quando tutto il resto — opinioni, appartenenze, risentimenti, bandiere — vorrebbe separarci.
Anche i Greci avevano una parola vicina, eusebeia: il rispetto dovuto a ciò che ci supera, a ciò che non possiamo profanare senza degradare noi stessi. E il dolore dell’altro ci supera sempre. Anche quando appartiene a chi non amiamo. Anche quando colpisce chi abbiamo giudicato. Anche quando ci sorprende nel campo opposto, dietro la barricata, nella casa ideologica del nostro avversario. Perché il lutto non è un argomento politico. Non è un’occasione polemica. Non è il momento in cui presentare il conto delle idee altrui. Non è una fessura attraverso cui infilare il coltello della propria superiorità morale. E invece siamo arrivati a questo: a uomini e donne che davanti alla tragedia non abbassano la voce, non tacciono, non esitano, non si vergognano. Anzi: producono frasi. Le lucidano. Le pubblicano. Le consegnano al piccolo tribunale dei simili, sperando in un applauso, in un ghigno, in un consenso di fogna travestito da libertà d’espressione.
Ma la libertà è una cosa troppo alta per essere confusa con lo sputo. La libertà di parola non è la licenza di disumanizzarsi in pubblico. Non è il diritto di entrare nel dolore altrui con gli scarponi sporchi. Non è la possibilità tecnica di scrivere qualunque cosa perché un telefono ce lo consente e una bacheca ce lo perdona. La libertà, se non conosce il limite, diventa soltanto rumore. E il rumore, quando passa sopra un lutto, non è più parola: è barbarie.
Il punto spaventoso non è soltanto l’odio. L’odio c’è sempre stato. Ha cambiato abito, lingua, strumenti, velocità. Il punto spaventoso è l’orgoglio dell’odio. Questa sicurezza con cui alcuni mostrano la propria ferocia come fosse intelligenza, la propria cattiveria come fosse coerenza, la propria mancanza di pietà come fosse coraggio civile.
Non c’è coraggio nel colpire chi piange. C’è solo una miseria che si crede pensiero.
Si può contestare una ministra, una linea politica, una visione del mondo. Si può farlo duramente, radicalmente, senza sconti. La democrazia vive anche di conflitto, e il conflitto, quando è serio, non chiede di essere addolcito. Ma proprio perché il conflitto è una cosa seria, non può nutrirsi della disgrazia privata. Non può aspettare che una persona cada nel punto più fragile della sua vita per sentirsi finalmente forte. Chi usa il dolore dell’altro come materiale da commento non sta facendo politica. Sta soltanto rivelando la propria forma. E forse la Rete, in questo, è un grande reagente chimico: non inventa la sostanza, la fa precipitare. Toglie pudore, toglie attesa, toglie distanza. Ci lascia davanti alla materia grezza di molti cuori: non sempre cuori cattivi, forse; spesso cuori allenati male, lasciati troppo a lungo nella palestra dell’invettiva, dell’indignazione automatica, del disprezzo come unica lingua disponibile.
Abbiamo imparato a reagire prima di capire. A giudicare prima di sapere. A colpire prima ancora di sentire. Eppure basterebbe poco. Una sospensione. Un silenzio. Una mano tenuta ferma prima di scrivere. Un pensiero elementare: qui non c’entra ciò che penso di lei. Qui c’entra ciò che resta di me. Perché la pietà non assolve le idee. Non cancella le divergenze. Non chiede di fingere vicinanze politiche che non esistono. La pietà fa una cosa più difficile: salva il confine minimo dell’umano. Quel confine oltre il quale possiamo anche vincere una disputa, raccogliere consenso, ottenere una risata, sentirci dalla parte giusta; ma intanto abbiamo perso la parte più importante.
La parte che sa fermarsi. La parte che, davanti al dolore di chiunque, anche del più distante, anche del più avverso, riconosce una soglia e non la varca.
Per questo oggi non mi interessa stabilire chi abbia ragione nel grande teatro delle idee. Mi interessa una cosa più piccola e più decisiva: ricordare che una persona pubblica, quando viene ferita dalla vita, smette per un momento di essere simbolo, funzione, bersaglio, bandiera. Resta una persona. E chi non riesce a vederlo non sta combattendo un nemico. Sta perdendo se stesso.

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