
Ci sono epoche nelle quali la politica cambia attraverso le grandi leggi, le rivoluzioni, le piazze. E poi ce ne sono altre in cui cambia quasi senza farsi vedere, spostando di qualche centimetro il confine delle parole. È di queste ultime che bisognerebbe avere paura. Perché un Paese non diventa improvvisamente diverso da quello che era. Non si sveglia una mattina autoritario, intollerante, impaurito. Ci arriva per piccoli accomodamenti successivi. Prima una battuta. Poi un’esagerazione. Poi una provocazione. Poi qualcuno dice che non bisogna prendere tutto sul serio. Infine ci si accorge che le cose che ieri facevano ridere oggi sono diventate programmi politici. Ed è precisamente allora che non c’è più niente da ridere.
Da qualche tempo l’Italia sembra impegnata in una curiosa opera di restauro: invece di restaurare il futuro, restaura il passato.
Ricompaiono parole che pensavamo consegnate ai bauli dei nonni: patria, disciplina, virilità, ordine. Nessuna di queste parole è cattiva in sé. Anche le parole hanno diritto alla presunzione d’innocenza. Il problema è ciò che vi si mette dentro.
Così la patria rischia di diventare il recinto che distingue chi appartiene da chi disturba; la disciplina il nome elegante dell’obbedienza; la virilità una caricatura dell’uomo; l’ordine il desiderio che ciascuno torni finalmente al posto assegnatogli.
L’uomo a fare l’uomo. La donna possibilmente a fare la donna. I figli a ubbidire. Gli stranieri a casa loro. Gli omosessuali, se proprio devono esserci, almeno con discrezione. È un mondo straordinariamente semplice. Ed è forse proprio questa la sua forza. Perché la complessità stanca. Richiede studio, dubbi, sfumature. Costringe ad ammettere che una famiglia può avere forme differenti, che essere uomo non significa esercitare un comando, che una donna non appartiene a nessuno, che la libertà altrui qualche volta ci mette a disagio e tuttavia rimane libertà. Molto più comodo distribuire uniformi. A ciascuno la propria.
C’è poi questa fascinazione tutta italiana per il generale.
Non necessariamente per un generale in particolare. Per il generale come figura dello spirito.
L’uomo che arriva e mette ordine. Quello che non perde tempo con le subordinate, perché le subordinate sono già sospette di relativismo. Dice sì oppure no. Dentro oppure fuori. Normale oppure anormale. Noi oppure loro. Possiede quella meravigliosa sicurezza che hanno soltanto quelli che non vengono disturbati dai dubbi. E il dubbio, invece, è una delle poche invenzioni davvero civili dell’umanità.
La democrazia è lenta proprio perché dubita. Discute. Media. Torna indietro. Sopporta perfino gli sciocchi. È una macchina esasperante costruita per impedire che qualcuno possa dire: so io cosa è bene per tutti. La caserma funziona meglio.
Solo che non è una democrazia. Ed è curioso che proprio mentre invochiamo innovazione, intelligenza artificiale, digitalizzazione, competitività, futuro, una parte della nostra immaginazione politica sembri affascinata da un mondo antichissimo: gerarchie nitide, ruoli sessuali ordinati, autorità paterne, divieti rassicuranti.
Abbiamo ChatGPT sul telefono e il Novecento nel cassetto.
Altrove accade qualcosa di quasi opposto. Non paradisi, naturalmente. I paradisi lasciamoli alla pubblicità immobiliare e alle religioni. Ma amministrazioni che provano almeno a misurare la politica sulla vita quotidiana: un parco da aprire, un servizio che funziona, un biglietto accessibile, una casa vuota dentro una città dove qualcuno non riesce più a permettersi una casa.
Sono cose terribilmente poco epiche.
Nessuna fanfara. Nessuna marcia. Nessun petto gonfio. Soltanto l’idea, ormai quasi sovversiva, che governare significhi rendere un poco migliore la giornata di qualcuno.
Forse la politica dovrebbe essere soprattutto questo: manutenzione della vita comune.
Riparare il cestino rotto. Fare funzionare un autobus. Permettere a un ragazzo di entrare in un museo o assistere a una partita senza dover appartenere alla famiglia giusta. Occuparsi delle case vuote mentre altre persone non hanno una casa. Ascoltare perfino un bambino che chiede un parco.
Sono gesti minuscoli. Ma la civiltà è quasi sempre una somma di cose minuscole. La barbarie, invece, ama i grandi concetti.
Anche la scuola sembra essere entrata in questa disputa. Ed è forse la cosa che inquieta di più.
Perché quando una società non sa più quale futuro immaginare, comincia quasi sempre a discutere di come educare i bambini. Torna allora la parola disciplina. Torna l’idea dell’autorità.
Perfino il lessico militare esercita nuovamente una sua seduzione, come se il problema fondamentale della scuola italiana fosse che nelle aule ci siano troppo pochi soldati e troppi ragazzi.
Ma educare non significa addestrare. Sono verbi profondamente diversi. L’addestramento produce comportamenti. L’educazione dovrebbe produrre coscienze. Un buon insegnante non sogna studenti che obbediscano perfettamente. Sogna, semmai, il giorno in cui sapranno contraddirlo con argomenti migliori dei suoi.
L’autorità autentica non ha bisogno di mostrarsi continuamente. Nasce dalla competenza, dalla coerenza, dalla capacità di trattare chi hai davanti come qualcuno destinato a diventare adulto.
C’è una bellissima lezione raccontata da Erri De Luca: un professore davanti a una classe che si è trasformata in una barricata rinuncia alla forza della cattedra e parla ai ragazzi da pari. Non li umilia, non li assolve; restituisce loro la responsabilità delle proprie azioni. E proprio così riesce a sciogliere il conflitto. Quei ragazzi, scrive De Luca, si sentirono «più grandi»: non perché qualcuno li avesse messi sull’attenti, ma perché qualcuno li aveva considerati capaci di capire.
È una differenza enorme. Si può ottenere silenzio con la paura. Per ottenere attenzione serve autorevolezza.
E poi ci sono le donne. Che in questa restaurazione immaginaria hanno sempre un posto speciale. Generalmente quello di prima.
Fa impressione vedere riaffiorare, sotto forme apparentemente folcloristiche, un’idea antichissima: che esista un ordine naturale delle cose e che la libertà femminile consista soprattutto nel non disturbarlo.
È qui che le battute smettono definitivamente di essere battute. Perché le parole costruiscono il perimetro del possibile.
Prima si scherza sulla donna che deve essere protetta dall’uomo. Poi sulla donna che esagera. Poi sulla donna che provoca. Poi sulla donna che avrebbe dovuto scegliere meglio. E lentamente il linguaggio prepara un tribunale invisibile nel quale la vittima deve sempre spiegare qualcosa di sé.
La libertà, invece, comincia precisamente quando nessuno deve chiedere il permesso di esistere.
Forse il punto non è nemmeno la destra o la sinistra. O almeno non soltanto.
Il punto è quale idea di essere umano vogliamo mettere al centro della società. Una persona da sorvegliare oppure una persona da rendere libera. Un cittadino da disciplinare oppure da responsabilizzare. Un bambino da addestrare oppure da educare. Una donna da proteggere oppure semplicemente da riconoscere come padrona della propria vita. Uno straniero da respingere oppure un essere umano da giudicare per ciò che fa.
La politica viene molto dopo. Prima viene questa scelta. E non avviene nei programmi elettorali. Avviene nelle parole che tolleriamo, nelle battute alle quali continuiamo a ridere, nelle piccole rinunce quotidiane alla complessità.
Forse è per questo che bisognerebbe osservare con attenzione il momento esatto in cui smettiamo di ridere. Non perché sia scomparso l’umorismo. Ma perché, mentre ridevamo, qualcuno ha preso la caricatura e ne ha fatto un’idea di società.
E allora resta una domanda, piccola e ostinata. Non quale generale ci guiderà. Ma verso quale Paese abbiamo deciso di camminare. Perché il futuro, a differenza di una parata, non ha bisogno che marciamo tutti allo stesso passo. Ha bisogno che nessuno venga lasciato indietro.