
C’è una forma di indignazione che non aggiunge nulla all’indignazione. È quella che, davanti all’ennesima ingiustizia, si accalca nei commenti con una sola parola: «Bastardi!». È quasi sempre il commento più applaudito. Quello che raccoglie più consensi perché non pretende nessuno sforzo: non di pensiero, non di linguaggio, non di coscienza.
Eppure mi lascia ogni volta una sensazione di povertà. Non perché manchi la rabbia. La rabbia, in certi casi, è perfino doverosa. Manca invece il lavoro che dovrebbe venire dopo: quello delle parole. Perché il linguaggio non serve a scaricare ciò che sentiamo, ma a comprenderlo. E, se possibile, a renderlo comprensibile anche agli altri. Un insulto è una scorciatoia. Ti evita la fatica di nominare il male.
Dire «bastardi» non dice quasi nulla del gesto. Dice qualcosa di chi lo compie? Forse. Ma soprattutto dice qualcosa di chi lo scrive. È un’esclamazione che consuma l’indignazione nell’istante stesso in cui la produce, lasciando il fatto esattamente dov’era: intatto, inesplorato, impunito perfino sul piano del pensiero. Le parole migliori, invece, fanno il contrario. Separano la persona dall’azione, osservano il gesto, ne mostrano la miseria, la vigliaccheria, la crudeltà, l’ingiustizia. Lo mettono sotto una luce da cui diventa impossibile distogliere lo sguardo.
L’insulto liquida. Il linguaggio giudica. Ed è una differenza enorme.
Forse abbiamo smesso di credere che il lessico abbia una responsabilità morale. Pensiamo che basti essere dalla parte giusta perché ogni parola pronunciata da quella parte diventi automaticamente giusta. Non è così. Anche la giustizia, quando rinuncia alla precisione del linguaggio, finisce per assomigliare a ciò che combatte: reagisce d’istinto, non comprende; colpisce, ma non convince.
Le parole non sono un semplice recipiente delle emozioni. Sono il luogo in cui le emozioni vengono educate.
Per questo diffido sempre delle indignazioni che si esauriscono in un epiteto. Non perché siano false, ma perché sono facili. E la facilità, quando si parla del male, raramente è una forma di profondità. La vera condanna non consiste nel trovare l’insulto più feroce. Consiste nel trovare le parole così esatte da rendere il gesto indifendibile.
Quelle sì che fanno male.
Più di un «bastardi». Molto di più.