
Ci sono vite che sembrano interrompersi all’improvviso, e altre che continuano per decenni pur essendosi fermate molto tempo prima.
Non è la morte a spaventarmi. È l’idea di essere sorpreso nel mezzo. Con una frase ancora da finire. Con una riconciliazione rimandata a domani. Con un libro aperto sul comodino e la convinzione sciocca che ci sarebbe stato tutto il tempo per arrivare all’ultima pagina. Perché il tempo ci educa a una menzogna gentile: quella secondo cui ci sarà sempre un’altra occasione.
Un altro viaggio.
Un’altra estate.
Un’altra telefonata.
Un’altra fotografia.
Un altro tentativo.
E invece la vita non promette repliche. Concede soltanto il presente, che noi spendiamo come fosse una moneta inesauribile.
Se tutto finisse oggi, non mi peserebbero le cose che non ho avuto. Mi peserebbero quelle che non ho saputo essere. Le parole che ho lasciato in gola per orgoglio. Le scuse rinviate fino a dimenticarne perfino il motivo. Gli affetti trattati come se fossero eterni e, proprio per questo, trascurati. Le persone che aspettavano soltanto un po’ del mio tempo e alle quali ho offerto, in cambio, la fretta. Mi accorgerei di aver impiegato un’enorme quantità di energia per difendere convinzioni che oggi nemmeno ricordo, e troppo poca per custodire ciò che davvero meritava di durare. Vorrei aver imparato che cambiare non è tradire se stessi, ma smettere di essere prigionieri della persona che eravamo ieri. Vorrei aver scritto almeno una pagina capace di restare nella memoria di qualcuno, non per la sua bellezza, ma perché gli abbia fatto compagnia in una sera difficile. Vorrei aver scattato fotografie sufficienti a dimostrare che i luoghi non sono mai immobili: siamo noi che, tornando diversi, li costringiamo a raccontare ogni volta una storia nuova. Vorrei aver avuto più coraggio di quello che spesso ho spacciato per prudenza. Perché molte delle nostre rinunce non nascono dalla saggezza: nascono dalla paura con un nome più elegante.
Forse vivere significa proprio questo: ridurre, giorno dopo giorno, il numero dei rimpianti possibili. Arrivare alla fine non con il conto delle vittorie, ma con quello delle omissioni sempre più leggero.
Per questo non desidero una vita più lunga. Desidero una vita meno rimandata.
Che ci sia ancora il tempo di chiedere perdono senza aspettare che sia troppo tardi. Di dire grazie prima che diventi un epitaffio. Di ricominciare senza pretendere che sia lunedì, gennaio o il primo giorno di qualcosa. Perché il momento giusto ha un’abitudine ostinata: arriva sempre travestito da adesso.