
C’è una strana abitudine che abbiamo con le grandi storie: a distanza di tempo sentiamo il bisogno di metterle in ordine.
Di stabilire chi abbia fatto cosa, chi debba essere ricordato per le parole e chi per la musica, chi fosse il poeta e chi l’interprete. È rassicurante. Le categorie servono soprattutto a questo: a rendere semplice ciò che semplice non era.
Così, quando si parla di Mogol e Battisti, la formula arriva quasi automaticamente: Mogol scriveva i testi, Battisti componeva la musica e li cantava. Non è falso. È soltanto terribilmente poco.
Perché ci sono verità che, quando vengono troppo semplificate, finiscono per assomigliare alle bugie.
Mogol è stato ed è un grandissimo autore. Uno di quelli capaci di fare una cosa molto più difficile di quanto sembri: prendere sentimenti comuni e trovare per loro parole che comuni non sono. L’amore, l’abbandono, la gelosia, il desiderio, la nostalgia, certe minuscole infelicità quotidiane che appartengono a tutti e che proprio per questo è difficilissimo raccontare senza cadere nell’ovvio.
Ma il Mogol che è entrato nell’immaginario sentimentale italiano è soprattutto il Mogol che ha incontrato Battisti.
E questa differenza conta.
Perché Battisti non era il destinatario finale di un testo già compiuto. Non era quello che arrivava dopo, quando il lavoro importante era stato fatto, per mettere qualche accordo sotto le parole e poi cantarle.
Battisti entrava nelle parole.
Le ascoltava prima ancora di cantarle. Ne sentiva il peso, la metrica, il suono delle vocali, l’attrito delle consonanti. Una parola poteva essere perfetta sulla carta e non esserlo dentro una melodia. Un verso poteva avere bisogno di respirare diversamente. Una frase chiedeva una nota e quella nota, qualche volta, pretendeva un’altra frase.
Allora si tornava indietro. Si cambiava. La parola modificava la musica e la musica costringeva la parola a diventare qualcos’altro.
È questo che rende riduttiva l’immagine di un Mogol autore e di un Battisti musicista e cantante. Erano, piuttosto, due autori con strumenti diversi.
Uno lavorava soprattutto con le parole, l’altro con melodie, armonie, arrangiamenti, ritmo, suono e interpretazione. Ma entrambi lavoravano sulla stessa cosa: quella misteriosa costruzione che alla fine chiamiamo canzone.
Ed è precisamente lì che comincia l’alchimia.
Perché una grande canzone non è mai la semplice somma dei suoi ingredienti.
Se lo fosse, basterebbe prendere un grande testo, affidarlo a un grande compositore e farlo cantare dalla voce tecnicamente migliore disponibile.
Avremmo capolavori a comando.
Per fortuna l’arte continua a disobbedire alla matematica.
Emozioni, per esempio.
Le parole hanno una struttura quasi cinematografica: immagini che arrivano una dopo l’altra, piccoli fotogrammi dell’esistenza, apparentemente lontani fra loro eppure legati da qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato.
Poi arriva Battisti. E quelle immagini cambiano natura.
La musica non le accompagna. Le trasforma.
Costruisce intorno alle parole uno spazio emotivo che sulla pagina non esisteva. Le attese, gli slanci, le sospensioni, quella voce che sembra continuamente sul punto di spezzarsi e invece trova sempre il modo di raggiungere la nota successiva: tutto concorre al significato.
Ed è interessante proprio la voce.
Battisti non aveva quella che convenzionalmente chiameremmo una grande voce. Non possedeva la perfezione vocale di altri interpreti. Eppure basta ascoltare una sua canzone eseguita magnificamente da un cantante tecnicamente superiore per accorgersi che qualcosa può andare perduto.
È uno dei piccoli misteri dell’arte: qualche volta la perfezione peggiora le cose.
Perché la voce di Battisti non era soltanto lo strumento attraverso il quale passavano quelle canzoni.
Era parte delle canzoni.
Le incrinature, gli strappi, certe salite quasi impossibili, quel modo apparentemente fragile e invece precisissimo di stare dentro una frase erano materia compositiva quanto il basso, la chitarra, gli archi.
Togliere tutto questo e lasciare soltanto le parole significa conservare una parte dell’opera credendo di aver conservato l’opera intera.
È per questo che mi convince poco una certa canonizzazione di Mogol che ogni tanto riaffiora nel racconto della musica italiana. Non perché Mogol non meriti ogni riconoscimento possibile. Al contrario. Ma perché, celebrandone giustamente la grandezza, si rischia talvolta di costruire retrospettivamente un Battisti magnifico interprete delle parole di un altro.
E Battisti era molto di più.
Era l’altro autore.
Mogol senza Battisti sarebbe probabilmente rimasto ciò che il suo talento gli consentiva comunque di essere: un grandissimo autore di canzoni.
Ma non sappiamo se sarebbe esistito Mogol così come lo conosciamo oggi. Quello per il quale basta il cognome. Quello le cui parole sono diventate una specie di lessico sentimentale nazionale, entrate nelle automobili dei nostri genitori, nelle radio accese nelle cucine, nei mangianastri, nelle estati, nei primi amori, nelle separazioni che a vent’anni sembravano definitive.
E naturalmente vale anche il contrario.
Non sappiamo quale Battisti avremmo avuto senza Mogol.
Ed è proprio qui che la domanda su chi fosse più importante perde improvvisamente interesse. Perché le grandi collaborazioni artistiche non funzionano come società per azioni. Non esiste un cinquantuno per cento del capolavoro. Non si può aprire una canzone, smontarla sul tavolo e stabilire quale parte appartenga all’uno e quale all’altro.
Ci sono incontri nei quali due talenti non si sommano. Si moltiplicano. O, meglio ancora, si modificano reciprocamente.
Qualcuno entra nel tuo talento e ti costringe ad andare in un luogo nel quale da solo non saresti arrivato.
Forse è questa la forma più rara della collaborazione artistica. Non trovare qualcuno bravo quanto te. Trovare qualcuno che faccia diventare diverso ciò che sai fare.
Mogol portava la sua straordinaria capacità di trasformare la vita in parole. Battisti portava una concezione musicale modernissima, il senso della melodia, dell’armonia, degli arrangiamenti, del ritmo, una curiosità quasi ossessiva per il suono e, infine, quella voce imperfetta che rendeva perfettamente sue le canzoni. Poi accadeva qualcosa. Qualcosa che non era più soltanto di Mogol. E non era più soltanto di Battisti. Era nato nello spazio tra i due.
È questa la cosa che spesso dimentichiamo quando raccontiamo le grandi coppie creative. Conosciamo gli ingredienti, possiamo studiare il procedimento, ricostruire le sedute di lavoro, distinguere le competenze, attribuire le firme.
Ma resta sempre un punto nel quale la spiegazione si ferma. L’alchimia.
E le alchimie hanno una caratteristica piuttosto crudele: non si possono riprodurre per volontà.
Gli uomini possono separarsi. Possono continuare a scrivere, comporre, creare. Possono fare ancora cose bellissime. Qualche volta persino migliori. Ma quella cosa lì può non tornare mai più. Perché il talento rimane.
La tecnica può perfino migliorare.
L’incontro no.
Forse per questo, dopo più di mezzo secolo, continuiamo ad ascoltare quelle canzoni senza sentire davvero il bisogno di capire dove finisca Mogol e dove cominci Battisti.
La risposta più bella potrebbe essere che, in quelle canzoni, non finiscono e non cominciano da nessuna parte. Ci sono entrambi. E poi c’è qualcosa che appartiene soltanto al momento in cui quei due talenti si incontravano.
Qualcosa che nessuno dei due possedeva da solo. Il terzo autore.