Il veleno delle scorciatoie…

Le fallacie logiche hanno un difetto di eleganza: sembrano pensieri e invece sono scorciatoie. Hanno la forma composta del ragionamento, l’andatura educata della deduzione, persino un certo profumo di latino che le fa sembrare nobili. Poi, a guardarle meglio, si scopre che non stavano pensando: stavano solo correndo.
Una delle più insidiose è quella che scambia la vicinanza per parentela, la successione per destino, la coincidenza per causa. Due eventi accadono insieme, oppure uno dopo l’altro, e subito qualcuno si alza in piedi, prende il gesso, traccia una freccia tra le due cose e dice: ecco, vedete, è evidente. Evidente, spesso, è soltanto la nostra fretta.
I logici l’hanno chiamata, con la consueta asciuttezza del latino, cum hoc ergo propter hoc oppure post hoc ergo propter hoc: insieme a questo, dunque a causa di questo; dopo questo, dunque a causa di questo. È un errore semplice, proprio per questo pericoloso. Perché assomiglia molto al modo spontaneo con cui la mente prova a mettere ordine nel mondo. Accade una cosa, poi ne accade un’altra, e noi, che detestiamo il caso, il disordine, la complessità, la zona grigia delle spiegazioni parziali, sentiamo il bisogno di legarle. Di dare loro una trama. Di trasformare una sequenza in una colpa, una coincidenza in una sentenza.
Il punto, naturalmente, non è negare che tra due fatti possa esistere una relazione. Il punto è non scambiare una relazione possibile per una causa dimostrata.
In logica, e ancora di più nel metodo scientifico, la causalità non nasce dal semplice accostamento di due eventi. Che A e B accadano insieme non basta a dire che A produca B. Che B venga dopo A non basta a dire che B sia conseguenza di A. Tra due fenomeni possono esistere almeno tre possibilità: il primo causa il secondo; il secondo causa il primo; oppure entrambi dipendono da una terza causa che non abbiamo ancora visto, o che fingiamo di non vedere perché complicherebbe troppo la frase. La fallacia sta esattamente qui: nel saltare il passaggio più faticoso del ragionamento. Non si dimostra il nesso, lo si presume. Non si cercano le variabili, le si cancellano. Non si misura l’incidenza, la frequenza, la probabilità, la distribuzione dei casi, il confronto con popolazioni simili; si prende un evento, lo si avvicina a un altro evento, e tra i due si tira una linea. Quella linea, però, non è ancora una prova: è un desiderio di spiegazione.
È umano, persino comprensibile. Davanti al dolore vogliamo una causa, perché una causa dà forma al caos. Una causa nomina il male, lo rende afferrabile, gli mette addosso un volto. Ma il bisogno di trovare una causa non coincide con l’averla trovata. La consolazione psicologica non è ancora una dimostrazione logica.
L’esempio più celebre, quasi da manuale, è quello dei pirati e della temperatura del pianeta. Se nei secoli le temperature aumentano e, nello stesso periodo, il numero dei pirati diminuisce, potremmo concludere — con la gravità di chi crede di avere scoperto una legge naturale — che i pirati raffreddavano il mondo. Una sciocchezza, certo. Ma le sciocchezze, quando sono abbastanza ordinate, quando hanno un grafico, un tono grave, una faccia indignata, smettono di far ridere e cominciano a convincere.
Il problema non è il grafico. Il problema è la freccia.
Perché una freccia, se messa male, non spiega: accusa. Non illumina: inchioda. Non cerca la verità: le mette addosso un cappotto già pronto, anche quando non è della sua misura.
E allora bisogna avere il coraggio, impopolare e un poco ingrato, di dire una cosa semplice: non ogni dolore è una prova. Non ogni morte è una dimostrazione. Non ogni tragedia, per il solo fatto di accadere in un luogo ferito, diventa automaticamente figlia di quella ferita.
Questo non significa assolvere i veleni. Non significa chiudere gli occhi davanti alle responsabilità, ai roghi, alle omissioni, alle terre violate, alle vite cresciute con il sospetto nell’aria e nella gola. Sarebbe una volgarità contraria, più comoda ancora: negare tutto per non dover distinguere nulla.
Significa, invece, chiedere alla verità di non diventare slogan proprio quando riguarda ciò che abbiamo di più serio: la malattia, la morte, la paura, la dignità di chi resta.
La Terra dei fuochi è già un nome abbastanza pesante. Dentro quelle parole c’è cenere, c’è cronaca, c’è colpa, c’è politica, c’è abbandono. Ma proprio per questo non può diventare una formula magica da appiccicare su ogni lutto. Perché quando ogni tumore viene spiegato allo stesso modo, non stiamo rendendo giustizia alle vittime: stiamo semplificando il mondo fino a farlo diventare irriconoscibile.
Una cosa è dire che in un territorio contaminato possono aumentare certi rischi sanitari, e che quei rischi vadano indagati, misurati, denunciati, perseguiti. Altra cosa è dire che ogni singola morte avvenuta in quel territorio sia necessariamente causata da quella contaminazione. La prima affermazione è seria, dolorosa, politicamente e moralmente doverosa. La seconda, se non accompagnata da prove specifiche, diventa una scorciatoia. Ed è una scorciatoia pericolosa proprio perché nasce da una cosa giusta: la richiesta di giustizia.
Il dolore ha diritto alla pietà. La verità ha diritto al metodo. Confondere le due cose produce una retorica potente, ma fragile; commovente, ma rischiosa. La pietà consola gli esseri umani. Il metodo impedisce che la consolazione diventi superstizione.
Non basta che una morte avvenga in un luogo contaminato perché quella contaminazione sia, in quel singolo caso, la causa necessaria. Potrebbe esserlo. Potrebbe non esserlo. Potrebbe concorrere. Potrebbe pesare statisticamente senza spiegare individualmente. Potrebbe essere una delle ombre, non l’unica. Ed è proprio questo spazio difficile — questo “potrebbe” che non entra nei titoli, che non piace ai comizi, che non consola nessuno — il luogo in cui il pensiero resta onesto.
L’onestà, certe volte, è meno spettacolare dell’indignazione.
L’indignazione vuole chiudere subito il cerchio. Il pensiero, invece, lo tiene aperto finché può. L’indignazione cerca un colpevole abbastanza grande da contenere tutto il male. Il pensiero sa che il male, spesso, non ha la cortesia di presentarsi in forma unica, pulita, dimostrabile a colpo d’occhio.
Eppure proprio per accusare meglio bisogna ragionare meglio.
Perché una causa vera merita prove vere. Una responsabilità reale merita un ragionamento solido, non una coincidenza travestita da sentenza. Se tutto è causa di tutto, alla fine niente è più dimostrabile davvero. E quando tutto viene gridato, anche ciò che andrebbe inciso nella pietra finisce nel rumore.
La logica non è freddezza. È una forma di cura.
È il modo con cui proteggiamo le parole importanti dall’uso sgangherato che ne facciamo nei giorni di rabbia. È il modo con cui impediamo alla verità di diventare una bandiera qualsiasi, buona per coprire insieme le vittime, i colpevoli, gli innocenti, gli studi fatti bene, le paure legittime e le conclusioni tirate via. La verità non ha bisogno di essere semplificata per essere terribile. Le basta essere vera. E forse il punto è tutto qui: non dobbiamo scegliere tra il rispetto per chi soffre e il rispetto per il ragionamento. Dobbiamo pretendere entrambi. Dobbiamo saper dire che una terra può essere stata offesa senza per questo trasformare ogni morte in una prova automatica. Dobbiamo saper chiedere giustizia senza rinunciare alla precisione. Dobbiamo saper guardare il dolore senza usarlo come scorciatoia.
Perché il dolore, se lo ascolti davvero, non chiede una frase pronta. Chiede silenzio, responsabilità, rigore. E una verità che non abbia fretta di sembrare vera.

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