La casa non è un regno…

I bambini non appartengono a nessuno.
Non appartengono al padre, alla madre, al sangue, al cognome, alla stanza dove dormono, alla porta che si chiude la sera, alla voce adulta che dice: è mio figlio, è mia figlia, so io cosa è bene. I bambini attraversano una famiglia come attraversano una stagione: vi nascono dentro, ne prendono il clima, l’odore, la lingua, le paure, ma non ne diventano proprietà. Sono persone in principio. Persone non ancora finite, e proprio per questo più intere di noi, perché custodiscono ancora tutte le possibilità.
La famiglia è il primo luogo del mondo. Ma non ogni primo luogo è un riparo. Esistono case che sono nidi ed esistono case che sono gabbie; cucine dove la sera ha il sapore del pane ed altre dove il silenzio pesa come una minaccia; stanze dei giochi che insegnano la fiducia e stanze dove la paura impara a stare ferma, a non fare rumore, a non chiedere aiuto.
La parola “casa” non assolve nulla. Non basta una tavola apparecchiata a fare una famiglia, non basta una fotografia sorridente a cancellare il terrore, non basta il fatto che una porta sia privata perché dietro quella porta tutto diventi lecito. Il male domestico è il più difficile da vedere perché indossa le pantofole, conosce gli orari dei vicini, saluta per le scale, accompagna i figli a scuola, firma le autorizzazioni, sorride ai colloqui. Ha documenti in regola, frasi normali, abitudini rispettabili.
Per questo i bambini devono essere guardati.
Guardati non come si guarda una cosa fragile per paura che si rompa, ma come si guarda una fiamma sapendo che da quella fiamma dipende la luce della stanza. Guardati dai parenti, dai maestri, dai vicini, dagli amici dei genitori, dai medici, da chi incrocia un volto troppo spento, una parola troppo pronta, un livido spiegato male, una paura che si ritira negli occhi prima ancora di parlare.
C’è una forma di pudore che è solo vigliaccheria ben vestita. È quella che dice: non mi riguarda. È quella che arretra davanti alle mura domestiche come davanti a un confine sacro. È quella che scambia il rispetto con l’indifferenza, la discrezione con l’abbandono, la famiglia con un piccolo Stato assoluto nel quale nessuno può entrare, nessuno può chiedere, nessuno può disturbare il sovrano.
Ma un figlio non è suddito.
Un bambino non è materia su cui esercitare l’arbitrio degli adulti. Non è la continuazione biologica di qualcuno, non è il risarcimento di una solitudine, non è il luogo in cui un padre o una madre depositano la propria frustrazione, il proprio fallimento, la propria rabbia. Un bambino è un cittadino del mondo prima ancora di saperlo dire. È titolare di diritti prima ancora di conoscere la parola diritto. Ha bisogno di mani, ma non appartiene alle mani che lo tengono. Ha bisogno di amore, ma l’amore non è mai possesso. Ha bisogno di autorità, ma l’autorità senza cura diventa dominio.
La società civile comincia esattamente qui: nel punto in cui il dolore di un bambino smette di essere considerato un fatto interno alla famiglia e diventa una questione pubblica, collettiva, nostra. Non c’è comunità dove i piccoli vengono lasciati soli davanti alla violenza dei grandi. C’è solo una somma di individui che si voltano dall’altra parte, ciascuno protetto dalla propria prudenza, ciascuno assolto dalla propria frase: non sapevo, non immaginavo, non volevo intromettermi. E invece bisogna intromettersi. Bisogna esercitare l’arte difficile dell’attenzione. Non il sospetto cieco, non la caccia alle streghe, non l’invadenza rumorosa di chi vuole sentirsi giusto. L’attenzione. Quella facoltà mite e severa che coglie le incrinature, che misura gli scarti, che non archivia subito l’anomalia come capriccio, che sa distinguere il gioco dalla richiesta muta, la timidezza dalla paura, la stanchezza dall’addestramento al silenzio.
Una scuola, un cortile, un pianerottolo, un ambulatorio, una parrocchia, una palestra: ogni luogo in cui passa un bambino diventa, per il tempo del suo passaggio, un piccolo presidio della sua vita. Nessuno può salvarsi da solo nell’infanzia. L’infanzia è il tempo in cui la salvezza dipende dagli altri. Da chi vede. Da chi domanda. Da chi non minimizza. Da chi non chiude il registro, la finestra, la coscienza.
E quando la famiglia non protegge, la distanza non è una crudeltà: è una cura estrema. Allontanare un bambino dal male non significa strapparlo alla vita, ma restituirgli la possibilità di credere ancora che il mondo non sia tutto fatto della stessa materia della paura. Significa ricostruire altrove ciò che altrove è stato distrutto: la fiducia, prima di tutto. Perché la fiducia è il pavimento invisibile su cui impariamo a camminare. Chi cresce senza fiducia non cammina: si difende. E una società che non difende i bambini perde il diritto di chiamarsi adulta.
Non basta piangere dopo. Il pianto viene sempre puntuale, solenne, collettivo; riempie le cronache, attraversa le bocche, si posa sui nomi come una neve tardiva. Ma il pianto non restituisce ciò che l’attenzione avrebbe potuto custodire. La commozione è nobile solo se diventa vigilanza. Altrimenti è cerimonia. E le cerimonie, davanti ai bambini traditi, sono troppo poco.
Bisogna imparare una grammatica nuova dello sguardo. Una grammatica civile. Sapere che guardare non è violare: è rispondere. Che proteggere non è appropriarsi: è riconoscere. Che amare un bambino, anche quando non è nostro, significa ammettere che nessun bambino è del tutto degli altri. I bambini sono affidati al mondo. E il mondo, quando li perde, non può dire di non essere stato chiamato.

Lascia un commento