
Ci sono due modi molto comodi per non fare niente. Il primo è negare che ci sia qualcosa da fare. Il secondo, più elegante e forse più contemporaneo, è ammettere che il problema esiste ma dichiararlo troppo grande per noi.
Nel primo caso ci si salva con l’ignoranza. Nel secondo con l’impotenza.
Il risultato, curiosamente, è lo stesso: si resta fermi.
Abbiamo imparato a misurare la sproporzione tra i nostri gesti e il mondo con una precisione quasi scientifica. Un albero non fermerà il riscaldamento globale. Una bottiglia riciclata non salverà gli oceani. Mangiare meno carne non cambierà l’industria alimentare. Prendere un treno invece dell’automobile non farà arretrare di un millimetro la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Dieci strade alberate non raffredderanno una città intera.
Tutto vero. Ed è proprio questo il problema.
Perché abbiamo trasformato la verità matematica dell’irrilevanza individuale in una formidabile assoluzione morale.
Se il mio gesto vale quasi zero, allora tanto vale zero. È un ragionamento impeccabile, purché nessun altro lo faccia.
La cosa curiosa è che nessuno ragionerebbe così quando si tratta delle cose che ama. Nessuno smette di accarezzare un figlio perché una carezza non potrà proteggerlo da tutte le sofferenze che incontrerà. Nessuno rinuncia a telefonare a un amico malato perché quella telefonata non modifica una diagnosi. Annaffiamo una pianta pur sapendo che un giorno morirà. Mettiamo in ordine una stanza benché sappiamo perfettamente che tornerà in disordine.
Facciamo continuamente cose inutili rispetto all’immensità del problema e indispensabili rispetto alla nostra parte di mondo. Forse è questa la parola che abbiamo smarrito: cura.
La cura non pretende di salvare il mondo.
Se ne occupa. È una differenza minuscola e gigantesca. Abbiamo invece sviluppato una specie di fascinazione per l’apocalisse. Se tutto è compromesso, finalmente siamo liberi dall’obbligo di aggiustare qualcosa. La catastrofe possiede questo involontario privilegio: ci restituisce innocenti. Non siamo più responsabili. Siamo spettatori. E lo spettatore può lamentarsi, indignarsi, condividere fotografie di incendi, alluvioni e ghiacciai che arretrano, spiegare che ormai è troppo tardi e, terminata l’analisi della fine del mondo, ordinare qualcosa che attraverserà mezzo pianeta per arrivare domani mattina davanti alla porta. La rassegnazione è diventata una forma colta del disimpegno. Ha letto i dati, conosce le temperature, sa cosa significa overshoot, ha visto i grafici. Non nega niente. Anzi: sa tutto. Soltanto, non fa più nulla. Eppure una città che toglie asfalto e pianta alberi non sta soltanto abbassando di qualche frazione la temperatura di una strada. Sta dicendo qualcosa. Sta dicendo che il futuro continua a essere considerato una responsabilità politica.
Un uomo che rinuncia qualche volta all’automobile non sta salvando il pianeta. Sta decidendo da quale parte stare. Una persona che consuma meno, spreca meno, ripara, ricicla, pianta, rinuncia, sceglie diversamente non è un eroe dell’Antropocene. È semplicemente qualcuno che non vuole disertare. Perché esiste una dimensione delle azioni che i numeri raccontano male. Un gesto può essere trascurabile nei suoi effetti e enorme nel suo significato. Le civiltà, dopotutto, sono costruite soprattutto così: milioni di comportamenti individualmente insufficienti che, a un certo punto, smettono di esserlo. Non servono santi ecologici. E nemmeno asceti con la borraccia termica. Serve qualcosa di molto meno spettacolare e molto più difficile: accettare una quota ragionevole di rinuncia. Consumare un po’ meno. Spostarsi un po’ meglio. Buttare meno. Riparare qualche cosa. Piantare dove possiamo. Pretendere alberi dove c’è cemento. Sopportare magari una casa di ventisei gradi invece di trasformare agosto in novembre con un telecomando.
Piccole cose. Terribilmente piccole. Ma abbiamo commesso un errore strano nel giudicare la grandezza: abbiamo cominciato a credere che soltanto ciò che risolve un problema meriti di essere fatto. Non è così che funziona la vita. Quasi niente di ciò che facciamo risolve definitivamente qualcosa.
Puliamo. Educhiamo. Ripariamo. Curiamo. Ricominciamo. E il giorno dopo, spesso, bisogna farlo ancora.
Forse essere adulti significa precisamente questo: occuparsi delle cose sapendo che torneranno a rompersi. Senza l’eroismo di credere che dipenda tutto da noi e senza la vigliaccheria di credere che, siccome non dipende tutto da noi, allora non dipenda da noi niente. Tra l’onnipotenza e l’impotenza esiste uno spazio. È piccolo. È scomodo. È il nostro. E forse il futuro, se ne avrà uno, comincerà proprio da lì: da milioni di persone che, senza avere la presunzione di salvare il mondo, avranno almeno avuto la decenza di non disertarlo.