La democrazia non si eredita…

C’è qualcosa di troppo semplice nel dire che l’Europa sta andando a destra. Le carte elettorali cambiano colore, i partiti cambiano nome, le parole si aggiornano; ma sotto, molto più in profondità, si muove una cosa antica: la paura che cerca un padrone.
È questa, forse, la materia di cui sono fatti molti dei nazionalismi che attraversano oggi il continente. Non soltanto nostalgia, non soltanto xenofobia, non soltanto protesta. Sarebbe comodo liquidarli così, consegnandoli alla categoria rassicurante dell’ignoranza altrui. Sono anche il prodotto di società che hanno smesso di sentirsi protette, rappresentate, qualche volta perfino ascoltate. E quando il futuro diventa una minaccia, il passato acquista improvvisamente il fascino bugiardo delle cose ordinate.
Il nazionalismo funziona proprio perché offre una risposta elementare a domande complicate.
Dice noi quando la società non sa più chi sia.
Dice confine quando il mondo sembra diventato incontrollabile.
Dice ordine quando la politica appare impotente.
Dice prima quando nessuno riesce più a spiegare cosa verrà dopo.
È una grammatica povera, ma molto efficace.
Soprattutto perché la democrazia, al contrario, parla una lingua faticosa. Chiede mediazioni, attese, compromessi, responsabilità. Non promette che ogni problema abbia un colpevole riconoscibile. Non offre quasi mai un uomo solo, una frase sola, una soluzione sola. È per sua natura imperfetta, lenta, irritante. E proprio questa imperfezione, che ne costituisce la grandezza, diventa il suo punto debole nei periodi di paura.
L’uomo forte arriva sempre presentandosi come una scorciatoia.
Non dice quasi mai di voler togliere libertà. Dice di voler restituire sicurezza. Non annuncia di voler ridurre il pluralismo: promette di mettere fine al caos. Non si presenta contro la democrazia, ma come colui che finalmente la farà funzionare.
È così che molte libertà sono state perdute nella storia: non tra gli applausi dei tiranni, ma tra quelli di persone convinte di essersi finalmente liberate dall’incertezza.
C’è poi una questione più scomoda, che una parte dell’Europa democratica ha preferito ignorare. I principi vivono meglio quando hanno una casa in cui abitare. Se il lavoro diventa precarietà permanente, la scuola perde forza, la sanità arretra, le periferie si sentono abbandonate e l’ascensore sociale resta fermo tra due piani, parlare soltanto di valori può diventare insufficiente.
Non perché i diritti abbiano bisogno del benessere per essere veri. Ma perché una democrazia che non sa ridurre la paura finisce per lasciare la paura nelle mani di chi sa sfruttarla.
Qui sta forse l’errore più grave delle classi dirigenti europee: avere immaginato che la democrazia, una volta conquistata, potesse vivere di rendita.
Non è così.
La democrazia non è un monumento davanti al quale deporre una corona una volta l’anno. È una pratica quotidiana. Va insegnata, esercitata, difesa. Deve entrare nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei giornali, nelle istituzioni, perfino nel modo in cui accettiamo che qualcuno possa pensarla diversamente da noi.
E vale soprattutto per quei Paesi che hanno conosciuto a lungo regimi autoritari. Non perché siano condannati dalla loro storia — sarebbe un giudizio ingiusto e persino arrogante — ma perché nessuna costituzione può cancellare in pochi decenni abitudini politiche sedimentate per generazioni. Si possono cambiare le bandiere molto più rapidamente delle mentalità.
La libertà, del resto, ha un difetto magnifico: non dà garanzie.
Lascia che gli altri parlino. Consente loro perfino di sbagliare. Espone le società al conflitto e costringe tutti alla responsabilità. Il nazionalismo offre invece qualcosa di più seducente: appartenenza senza dubbio, identità senza complessità, innocenza senza responsabilità.
C’è sempre qualcun altro a cui attribuire la colpa.
Lo straniero. Bruxelles. Le élite. I poveri. I ricchi. Gli intellettuali. I migranti. I giudici. I giornalisti.
Cambiano i nomi, resta intatta la necessità del nemico.
Ed è proprio qui che la destra nazionalista diventa qualcosa di più di una normale alternanza politica. Non quando propone politiche conservatrici — perfettamente legittime dentro una democrazia — ma quando trasforma l’avversario in un estraneo, il dissenso in tradimento, la nazione in una proprietà privata concessa soltanto a chi possiede i requisiti dell’identità corretta.
Perché una nazione può essere una casa. Il nazionalismo, invece, comincia spesso dalla porta. E decide chi deve restare fuori.
La risposta a tutto questo non può essere il disprezzo. Non servirà chiamare arretrati gli elettori, né spiegare loro dall’alto che hanno votato male. La democrazia muore anche di superbia, soprattutto quando smette di interrogarsi sulle ragioni per cui milioni di persone non la sentono più come una promessa.
Occorrerà ricostruire fiducia, protezione sociale, partecipazione. Ma insieme servirà qualcosa di ancora più difficile: tornare a pronunciare parole come libertà, uguaglianza, solidarietà senza vergognarsene, senza considerarle reperti di un Novecento polveroso. Perché una società può anche avere ordine, lavoro e sicurezza e restare tuttavia profondamente infelice. Gli esseri umani non vivono soltanto di pane. Ma nemmeno soltanto di bandiere.
Forse è questa la battaglia che l’Europa deve ancora decidere se combattere: non contro una parte politica, ma contro l’idea che la paura sia una forma di governo.
Perché il contrario dell’autoritarismo non è il disordine.
È una cosa molto più fragile, molto più difficile e infinitamente più preziosa.
La libertà di non avere bisogno di un padrone.

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