La libertà di sparire…

Bisognerebbe avere il coraggio, ogni tanto, di sparire.
Non per offesa.
Non per posa.
Non per quella teatralità infantile di chi chiude una porta facendo rumore, sperando che qualcuno dall’altra parte misuri il vuoto lasciato.
Sparire davvero.
Come si spegne una luce non necessaria.
Come si chiude un rubinetto che gocciola da troppo tempo.
Come si interrompe una frase prima che diventi supplica.
Perché il problema dei social non è soltanto il tempo che rubano. Sarebbe ancora poco. Il tempo, in fondo, lo sprechiamo in molti modi: guardando fuori dal finestrino, inseguendo pensieri inutili, restando fermi davanti a un caffè che si raffredda. Il vero furto è un altro. Più sottile. Più indecente. I social non ci prendono solo il tempo: ci prendono il criterio.
A un certo punto non scriviamo più per capire cosa pensiamo. Scriviamo per verificare se siamo ancora desiderabili.
La frase nasce già con un destinatario invisibile. Non cerca più la verità, cerca l’aggancio. Non si domanda: “è giusto?”, “è necessario?”, “è mio?”. Si domanda: “funzionerà?”. E in quel verbo tecnico, quasi da officina pubblicitaria, c’è già tutta la nostra resa.
Funzionerà.
Piacerà.
Arriverà.
Farà numeri.
E così la parola, che dovrebbe essere lo strumento più alto della nostra libertà interiore, diventa una ciotola lasciata fuori dalla porta. Aspetta qualcosa. Una conferma. Una carezza numerica. Un segnale minimo, luminoso, quasi miserabile, capace però di regolare l’umore dell’intera giornata.
Si scrive e poi si controlla.
Si controlla e poi si riscrive.
Si pubblica e poi si torna.
Si torna ancora.
Si torna sempre.
Come chi finge di aver lasciato andare qualcuno e invece resta sotto casa a vedere se si accende una finestra.
Il like, in sé, è una cosa piccola. Quasi ridicola. Una monetina gettata sul banco della nostra vanità. Ma la schiavitù non comincia mai dalle catene grosse. Comincia dai gesti minuscoli che ripetiamo senza più interrogarli. Dal dito che apre l’app prima ancora che il pensiero si sia svegliato. Dall’occhio che cerca notifiche come un malato cerca il termometro. Dal bisogno di sapere se siamo piaciuti, se siamo stati visti, se qualcuno, da qualche parte, ha certificato per un secondo la nostra esistenza.
È qui che la scrittura si ammala.
Perché scrivere dovrebbe essere una stanza. Una stanza anche disordinata, anche piena di polvere, ma nostra. Un luogo in cui entrare per mettere ordine nel caos, per dare forma a una ferita, per capire da che parte cade la luce. Scrivere dovrebbe servire a pensare meglio, non a piacere più spesso.
Quando invece la parola nasce già sotto sorveglianza, non è più parola: è comportamento. È strategia. È addestramento. Si comincia a tagliare ciò che potrebbe non essere capito. A smussare ciò che potrebbe disturbare. A esagerare ciò che potrebbe attirare. Si impara, senza accorgersene, la grammatica del consenso. E il consenso è un maestro vigliacco: premia ciò che riconosce, non ciò che scopre.
Allora diventiamo prevedibili.
Anche quando vogliamo sembrare profondi.
Anche quando vogliamo sembrare liberi.
Soprattutto quando vogliamo sembrare liberi.
C’è una forma di prigionia che non somiglia alla censura, ma all’applauso. Nessuno ti impedisce di parlare. Anzi: ti invitano continuamente a farlo. Ti chiedono cosa pensi, cosa provi, dove sei, con chi sei, cosa hai letto, cosa hai mangiato, cosa ti ferisce, cosa ti salva. Ti consegnano un palco portatile e ti fanno credere che quella sia libertà. Ma intanto ti abituano a non esistere più senza pubblico. E quando l’uomo non riesce più a pensarsi senza pubblico, la sua interiorità è già stata occupata.
Per questo, a volte, il rimedio non può essere moderato. Non basta promettersi misura. Non basta dire: “ci starò meno”. Le schiavitù eleganti sono bravissime a contrattare. Concedono pause, purché non si rompa il patto. Ti lasciano uscire un’ora, se poi torni spontaneamente in cella.
A volte bisogna troncare.
Verbo duro, sgradevole, quasi chirurgico. Ma ci sono momenti in cui la delicatezza è solo una forma ben vestita della codardia. Troncare significa riconoscere che non tutto va educato: certe cose vanno interrotte. Non corrette. Non addomesticate. Interrotte.
Tagliare il filo.
Togliere il pubblico dalla stanza.
Restituire alla parola il suo buio necessario.
Perché il pensiero ha bisogno anche di non essere visto. Ha bisogno di crescere senza essere subito fotografato. Ha bisogno di rimanere informe, contraddittorio, impresentabile. Il pensiero vero, prima di diventare frase, è spesso brutto. È storto. È timido. Non sa ancora difendersi. Se lo esponiamo troppo presto alla piazza, imparerà a camminare come camminano gli altri.
E invece bisogna salvare dentro di noi almeno un luogo non monetizzabile, non notificabile, non misurabile. Un luogo dove scrivere non serva a diventare qualcuno, ma a non perdersi del tutto.
La libertà, oggi, forse non è dire tutto.
È non doverlo dire subito.
È non doverlo dire a tutti.
È poter pensare una cosa fino in fondo senza trasformarla immediatamente in merce affettiva.
La vera rivoluzione, nel tempo dell’esposizione continua, è custodire.
Custodire una frase.
Custodire un dolore.
Custodire una gioia senza metterle addosso la livrea della condivisione.
Custodire persino il silenzio, che non è assenza di contenuto ma rifiuto di consegnarsi interamente al mercato degli sguardi.
Bisogna tornare a scrivere come chi chiude una porta per sentire meglio la propria voce. Come chi non cerca approvazione ma esattezza. Come chi sa che una parola vera può anche non piacere a nessuno e restare, proprio per questo, necessaria.
E forse il gesto più alto, più difficile, più adulto, sarà proprio questo: pubblicare meno per pensare di più. Controllare meno per respirare meglio. Piacere meno per appartenersi ancora.
Perché non siamo nati per essere continuamente aggiornati agli occhi degli altri. Siamo nati, almeno qualche volta, per scomparire abbastanza da ritrovarci.

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