La parte più difficile della pietà…

Ci sono storie davanti alle quali anche le parole dovrebbero togliersi le scarpe.
Entrare piano. Senza la presunzione di spiegare, soprattutto senza quella volgarità contemporanea che pretende di assegnare in pochi minuti colpe, ragioni, assoluzioni. Ci sono fatti che non chiedono un commento: chiedono che si rimanga abbastanza a lungo davanti alla loro oscurità perché gli occhi imparino almeno a distinguerne i contorni.
Una bambina di cinque anni, gravemente disabile. Una madre e un padre che per anni hanno costruito la propria esistenza intorno a lei, alle cure, alle speranze, ai tentativi. Poi una casa diventata improvvisamente silenziosa. Tre vite finite insieme. Persino il cane, quasi che nessuno dovesse restare indietro a testimoniare. Sarebbe facile chiamarlo amore. Ed è proprio la parola dalla quale bisogna guardarsi.
Perché l’amore può spiegare molte cose, ma non santificarle tutte. La disperazione merita pietà, non consacrazione. Una bambina non può diventare proprietà nemmeno del dolore di chi l’ha generata, e nessuna sofferenza dei genitori può trasformare automaticamente la morte inflitta a un figlio in un gesto di libertà. Comprendere l’abisso non significa dichiararlo innocente.
Eppure fermarsi qui sarebbe altrettanto comodo. Perché prima dell’ultimo gesto ce ne sono stati migliaia. Mattine. Ospedali. Esami. Terapie. Denaro. Attese. Diagnosi che diventano vocaboli domestici. Speranze comprate a caro prezzo e altre offerte gratuitamente, che spesso costano ancora di più. Ci sono famiglie che smettono lentamente di essere famiglie e diventano reparti ospedalieri senza infermieri, centri di assistenza senza turni, economie di guerra fondate sull’amore di due persone che nessuno ha mai preparato a essere medici, fisioterapisti, psicologi, amministratori e sentinelle ventiquattr’ore al giorno.
La società ama molto la parola famiglia. Purché la famiglia riesca a cavarsela da sola.
La celebriamo nei discorsi, la disegniamo nei manifesti, la invochiamo quando serve difendere qualche principio. Poi, quando dentro una casa arriva una malattia grave, la retorica resta fuori dalla porta e dentro rimangono due persone con le bollette, le notti insonni, le pratiche burocratiche e una domanda che col tempo diventa sempre più spaventosa: che cosa accadrà quando noi non ci saremo più? Forse il vero centro di questa storia è proprio lì. Non nella pistola. Molto prima. Nel momento in cui due esseri umani possono arrivare a pensare che non esista più nessuno a cui consegnare il proprio peso.
La disperazione raramente comincia con un gesto estremo. Comincia con una sottrazione. Una telefonata che non arriva. Un sostegno insufficiente. Una lista d’attesa. Un contributo negato. Un medico che non sa cosa dire. Un parente che si allontana. Una giornata nella quale nessuno chiede più semplicemente: come state?
Finché resta soltanto quella frase terribile che dovrebbe essere ascoltata molto prima di diventare un epitaffio: non ce la facciamo più da soli.
E poi c’è l’altra industria del dolore. Quella della speranza.
Esiste un momento, nella malattia incurabile, nel quale sperare può diventare pericoloso. Perché attorno alla disperazione si muove un mercato enorme di guarigioni improbabili, terapie miracolose, apparecchiature dai nomi scientifici, frequenze, magnetismi, protocolli alternativi. Basta qualche parola pronunciata in inglese, un’università prestigiosa accanto a un curriculum, una fotografia in camice bianco, e ciò che dovrebbe essere sottoposto alla prova diventa promessa. Chi soffre non compra una terapia. Compra domani. Ed è forse una delle forme più oscene di commercio che abbiamo inventato.
La medicina seria conosce una parola che i mercanti dei miracoli detestano: limite. Sa che qualche volta curare significa guarire e qualche altra significa accompagnare. Sa che dire «non possiamo» non è necessariamente una sconfitta morale. Può essere, al contrario, l’ultima forma di rispetto dovuta a una persona. La speranza senza verità non è speranza. È credito con interessi altissimi.
Resta allora la domanda più difficile: se vivere sia sempre, comunque, un valore assoluto.
Non credo che sia una domanda alla quale si possa rispondere con una formula. Ci sono condizioni nelle quali continuare a respirare può cessare di coincidere con ciò che una persona considera vivere. Ed è precisamente per questo che una società adulta dovrebbe avere il coraggio di discutere di autodeterminazione, cure palliative, fine vita, accompagnamento, dignità. Ma l’autodeterminazione contiene una parola decisiva: auto. Riguarda la propria vita.
Il confine diventa immensamente più doloroso quando qualcuno decide per chi non può decidere. Una bambina, soprattutto. La pietà deve essere abbastanza grande da abbracciare la disperazione dei genitori senza cancellare, dentro quella disperazione, il diritto della figlia a essere altro da loro.
È questo che rende certe tragedie così difficili da giudicare. Non ci sono mostri abbastanza semplici. Ci sono esseri umani stanchi, forse devastati, forse convinti di compiere l’unica cosa rimasta possibile. E proprio per questo sarebbe insopportabile trasformarli tanto in eroi quanto in caricature criminali. Tra l’assoluzione e la condanna morale esiste un territorio più faticoso: quello della comprensione.
Non significa perdonare tutto. Significa domandarsi che cosa avremmo dovuto vedere prima.
Perché una civiltà non si misura soltanto da quanto riesce ad allungare la vita. Si misura da quanto sa impedire che vivere diventi una condanna privata, amministrata in silenzio dentro quattro mura.
Forse la dignità non sta nell’ultimo gesto. Sta in tutto ciò che avremmo dovuto mettere intorno a quelle persone perché quell’ultimo gesto non diventasse pensabile. Ed è una differenza enorme.
La morte, qualche volta, arriva da sola. La solitudine, invece, quasi sempre la costruiamo noi.

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