La paura ha bisogno di una casa…

Ci sono parole che diventano sospette solo perché qualcuno le pronuncia dalla parte sbagliata. Sicurezza, per esempio. È bastato consegnarla per anni alla grammatica delle frontiere, dei respingimenti, delle uniformi e dei porti chiusi perché una parte di noi cominciasse a considerarla una parola quasi indecente. Come se desiderare di sentirsi al sicuro fosse già una piccola colpa politica. Come se la paura appartenesse necessariamente agli altri: ai meno istruiti, ai provinciali, agli arrabbiati, a quelli che votano male. È una presunzione pericolosa. Perché la paura viene prima delle nostre opinioni.
Viene prima delle urne, dei talk show, delle campagne elettorali. Viene persino prima delle parole con cui proviamo a spiegarcela. È una cosa antica che abita il corpo e la mente, una specie di animale domestico che l’umanità si porta dietro da quando ha imparato che oltre il fuoco del proprio accampamento cominciava il buio.
Noi siamo fatti anche di confini.
La pelle è un confine. La porta di casa è un confine. Lo è il nome che portiamo, la lingua nella quale sogniamo, il quartiere che riconosciamo tornando la sera, certe fotografie conservate nei cassetti. Persino l’amore, in qualche modo, disegna un dentro e un fuori: qualcuno che riconosciamo tra tutti gli altri e al quale diciamo, senza bisogno di dirlo, qui puoi entrare.
Il problema, dunque, non è avere confini. È ciò che facciamo della paura che li custodisce. Perché esiste un istante quasi impercettibile nel quale una porta può diventare un muro. E un muro, se continuiamo ad alzarlo, può diventare una prigione. È in quell’istante che dovrebbe cominciare la politica. Non prima della paura e neppure contro di essa. Dentro la paura.
Dovrebbe entrarci con la delicatezza di chi entra nella stanza di qualcuno che si è svegliato di notte. Accendere una luce, prima di tutto. Guardare cosa c’è davvero. Distinguere un rumore da un pericolo, un disagio da una minaccia, un problema reale dal mostro che la nostra immaginazione ha costruito nel buio.
Invece abbiamo inventato due modi ugualmente comodi per non farlo.
Il primo consiste nell’alimentare la paura. Prenderla quando è ancora piccola, darle un volto, possibilmente straniero, indicarle un colpevole e ripeterle che aveva ragione a tremare. È una tecnica politica antichissima e terribilmente efficace: chi riesce a convincerti che qualcuno sta venendo a portarti via qualcosa ha già ottenuto metà del tuo consenso.
L’altro modo è più elegante, ma non necessariamente più intelligente: spiegare a chi ha paura che non dovrebbe averne. Sorridere della sua inquietudine. Correggerne il lessico. Mostrargli statistiche mentre lui sta cercando una porta da chiudere.
È come spiegare la teoria della combustione a qualcuno che sente odore di fumo. Può darsi persino che abbiamo ragione. Ma intanto lui cercherà qualcun altro che gli dica dov’è l’estintore. Ed è precisamente lì che prosperano i venditori di muri.
La paura ignorata non scompare. Cerca qualcuno disposto a darle dignità. E quando la politica democratica rinuncia ad ascoltarla perché la considera culturalmente imbarazzante, lascia una sedia vuota. Prima o poi qualcuno vi si siede.
Quasi sempre è qualcuno che promette cose semplicissime.
Un confine più alto. Una porta più stretta. Un’identità più pura. Un mondo nel quale ciascuno torni finalmente al proprio posto.
È una promessa seducente perché la purezza rassicura. Le cose separate sembrano più facili da governare: noi e loro, dentro e fuori, amici e nemici, normali e diversi. Le sfumature, al contrario, fanno paura. Hanno il difetto di somigliare alla vita.
Ma c’è qualcosa che i costruttori di mondi perfettamente sicuri dimenticano sempre: la sicurezza assoluta somiglia terribilmente alla morte.
Solo ciò che non vive non rischia.
Una città completamente protetta sarebbe una città senza incontri. Una società senza contaminazioni sarebbe una società senza trasformazioni. Un’identità incapace di mescolarsi sarebbe un reperto conservato sotto vetro.
Anche la vita, dopotutto, entra continuamente senza permesso.
Attraversa le frontiere. Cambia le lingue. Sposta le persone. Mescola le famiglie. Scompiglia le genealogie. Fa innamorare qualcuno della persona sbagliata, mette uno straniero alla porta di casa, manda un figlio dall’altra parte del mondo e un giorno ci costringe a chiamare familiare ciò che fino a ieri avevamo chiamato estraneo. È questa la contraddizione che dovremmo imparare ad abitare: abbiamo bisogno di una casa, ma anche di finestre.
Abbiamo bisogno di sapere chi siamo senza trasformare questa conoscenza nell’obbligo di detestare chi non ci somiglia.
Abbiamo bisogno di confini sufficientemente solidi da poter essere attraversati.
Forse è questo che abbiamo dimenticato mentre discutevamo furiosamente di sicurezza: accogliere non significa scomparire.
L’inclusione non richiede l’abolizione delle identità. Una memoria condivisa non diventa meno vera perché incontra altre memorie. Una cultura non è una quantità finita che diminuisce ogni volta che qualcuno arriva. E un confine può essere contemporaneamente una soglia: il punto preciso nel quale due mondi smettono di ignorarsi. La civiltà, in fondo, potrebbe essere tutta qui. Non nell’assenza della paura. Nella capacità di impedirle di diventare odio.
Perché non siamo migliori quando non abbiamo paura. Siamo migliori quando, avendone, decidiamo che cosa non siamo disposti a diventare per sentirci protetti.
La paura appartiene all’uomo. Il razzismo no. L’insicurezza appartiene all’uomo. La persecuzione no. Il bisogno di riconoscersi in qualcosa appartiene all’uomo. La necessità di cancellare qualcun altro perché quel qualcosa continui a esistere, no.
Sono distinzioni sottili, e proprio per questo la politica dovrebbe occuparsene. La democrazia vive nelle distinzioni; le propagande preferiscono le equivalenze.
Straniero uguale pericolo.
Paura uguale ignoranza.
Sicurezza uguale destra.
Accoglienza uguale sinistra.
Quattro equazioni comodissime. E quasi sempre false.
Forse dovremmo ricominciare da una cosa molto meno spettacolare: prendere sul serio le paure senza inchinarci davanti a esse. Dare sicurezza senza promettere fortezze. Difendere una comunità senza inventarle un nemico. Conservare una memoria senza trasformarla in un pedigree. È un compito enormemente più difficile che gridare.
Ma la politica dovrebbe servire esattamente a questo: a rendere abitabili le nostre contraddizioni. Perché l’alternativa è lasciare che la paura scelga da sola la propria forma. E la paura, quando nessuno le insegna un limite, ne desidera sempre uno in più.
Prima chiude una porta. Poi una frontiera. Poi un pensiero.
Alla fine, quando tutto ciò che poteva entrare è rimasto fuori, ci accorgiamo che siamo rimasti al sicuro. Perfettamente al sicuro. E terribilmente soli.

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