
Alcune parole arrivano troppo presto per essere capite davvero. A diciassette anni le chiami canzoni, perché non sai ancora che certe frasi stanno scegliendo, in silenzio, l’uomo che proverai a diventare. Le impari a memoria quasi per caso. Poi restano. Ti insegnano che la dignità vale più della convenienza. Che chi cade non va deriso, ma rialzato. Che il mondo non si divide tra vincenti e perdenti, ma tra chi conserva la capacità di riconoscere un altro essere umano e chi, da qualche parte, l’ha smarrita.
Poi passa il tempo.
E un giorno ti accorgi che il lessico è cambiato. Non si parla più di giustizia, ma di successo. Non di comunità, ma di prestazione. Non di diritti, ma di classifiche. Persino la povertà è diventata una colpa, come se fosse un difetto di carattere invece che una condizione.
La cosa che mi inquieta non è che esistano persone disposte a sfruttare la paura. È sempre accaduto. Mi inquieta vedere quanta gente abbia smesso di riconoscere il proprio simile.
Perché quando una società soffre davvero dovrebbe cercare le cause. Invece, troppo spesso, cerca un volto. Uno qualsiasi. Purché sia abbastanza diverso da poterci appendere sopra tutta la rabbia. È il trucco più antico del mondo: convincere chi sta in basso che il suo nemico sia qualcuno ancora più in basso.
E funziona.
Funziona perché la disperazione è una pessima consigliera e la paura è più veloce del pensiero. Ti fa indicare un capro espiatorio invece di alzare lo sguardo. Ti dà l’illusione di avere trovato una risposta, quando hai soltanto trovato un bersaglio.
Forse è questa la sconfitta più grande. Non economica. Non politica. Morale.
Perché una civiltà comincia a perdere sé stessa quando smette di provare compassione per chi è fragile e comincia ad ammirare chi è semplicemente più forte. Quando confonde la durezza con il coraggio, il cinismo con l’intelligenza, l’arroganza con la libertà.
Eppure continuo a pensare che quelle parole ascoltate tanti anni fa non fossero ingenue. Erano difficili. Perché chiedevano una cosa molto più faticosa dell’avere ragione: chiedevano di restare umani proprio quando sarebbe stato più comodo smettere di esserlo. Forse non hanno cambiato il mondo. Ma hanno cambiato abbastanza persone da impedire, almeno a qualcuno, di somigliargli troppo.