
Amo le cose che tornano. La somma che chiude senza un resto, la dimostrazione che non lascia spifferi, la frase che combacia con la propria fine come una scatola col suo coperchio. In quegli istanti rari mi pare di sfiorare qualcosa di indubitabile, e respiro più piano.
Poi esco, e fuori niente torna allo stesso modo. Il caffè è più amaro del previsto, la persona che aspettavo arriva con un’altra faccia, la pioggia ignora le previsioni come ignora le preghiere. La vita non si lascia dimostrare: si lascia, soltanto, attraversare.
Einstein lo disse senza alzare la voce, ed è una frase che sembra una rinuncia ma è una liberazione: dove i nostri conti sono esatti, non parlano del mondo; dove parlano del mondo, smettono di essere esatti. Le cose a cui teniamo davvero — un volto, una sera, il modo in cui qualcuno pronuncia il tuo nome — non potranno mai essere certe. È esattamente per questo che restano vive.
Tengo le due cose in tasche diverse. Da una parte i conti che tornano, e mi danno riposo. Dall’altra ciò che non torna mai, e mi tiene sveglio.
Ciò di cui possiamo essere certi non ci riguarda; ciò che ci riguarda non ce lo concederà mai.