Le istituzioni non sono un bottino di guerra…

Ci sono vicende che dividono il Paese. È inevitabile. È perfino sano. Si può discutere di una sentenza, criticarla, ritenerla sproporzionata, persino auspicare che il legislatore cambi una legge. È la democrazia.
Quello che una democrazia non dovrebbe mai accettare, invece, è che il confine tra le istituzioni e la propaganda venga abbattuto con la stessa leggerezza con cui si organizza una conferenza stampa.
Il caso Roggero è ormai molto più di un caso giudiziario. È diventato il terreno su cui una parte della politica ha deciso di misurare la propria forza, sacrificando sull’altare del consenso il rispetto delle istituzioni.
Non mi interessa stabilire se Mario Roggero meriti o meno la grazia. Non spetta a me. Non spetta a un ministro. Non spetta a un leader di partito. Proprio qui sta il punto.
La grazia non è un appello bis. Non è un quarto grado di giudizio. Non è un referendum da celebrare sui social. È una prerogativa costituzionale straordinaria, sottratta alla politica quotidiana perché nessun governo possa trasformarla in una bandiera di partito.
Eppure è esattamente quello che è accaduto.
Ancora prima che il condannato iniziasse a scontare la pena, Matteo Salvini era già davanti al carcere. Abbracci, fotografie, dichiarazioni, candidature simboliche, invocazioni alla grazia. Un’intera scenografia costruita non intorno alla giustizia, ma alla comunicazione.
C’è un termine per questo. Sciacallaggio. Perché lo sciacallo non si limita a sfruttare una disgrazia. Lo sciacallo usa il dolore degli altri per nutrire sé stesso. Trasforma una vicenda umana in un palcoscenico. Fa dell’emozione una strategia politica.
Ma c’è un aspetto ancora più inquietante.
Da settimane assistiamo a un progressivo spostamento del bersaglio. Prima il Quirinale viene trascinato dentro il dibattito politico con l’idea che un Presidente della Repubblica “di destra” non debba più essere un tabù. Poi, quasi senza soluzione di continuità, si costruisce una pressione pubblica proprio attorno a una delle prerogative più delicate del Capo dello Stato.
Presi singolarmente, i due fatti possono anche essere letti come episodi distinti. Messi uno accanto all’altro raccontano però un clima.
Un clima nel quale il Quirinale smette lentamente di essere percepito come l’istituzione che garantisce l’equilibrio tra i poteri dello Stato e diventa, sempre più spesso, un terreno di contesa politica. È questo che dovrebbe preoccuparci. Non perché Sergio Mattarella sia intoccabile. Nessuna istituzione democratica lo è. Ma perché il Presidente della Repubblica deve restare distante dalla propaganda proprio per poter essere vicino alla Costituzione.
Le istituzioni hanno bisogno di silenzio. La propaganda ha bisogno di rumore. Quando il rumore arriva fino alle stanze delle istituzioni, non stiamo rafforzando la democrazia. La stiamo consumando.
Ogni potere dello Stato vive perché esiste un limite oltre il quale sceglie di non andare. La magistratura non governa. Il governo non giudica. Il Parlamento non amministra la giustizia. Il Presidente della Repubblica non segue gli umori della piazza. Sono argini. E gli argini non servono quando il fiume è tranquillo. Servono quando è in piena. Per questo oggi non è in gioco il destino di un solo uomo. È in gioco qualcosa di infinitamente più importante: l’idea che le regole valgano anche quando ostacolano la convenienza politica del momento.
Le democrazie non muoiono soltanto con i colpi di Stato. Quelle sono immagini da libri di storia.
Molto più spesso si logorano lentamente, ogni volta che qualcuno convince i cittadini che le istituzioni valgano solo quando decidono ciò che lui avrebbe deciso. È una corrosione impercettibile. Quasi elegante. Sempre giustificata da una buona causa. Finché un giorno ci si accorge che il rispetto delle istituzioni non è stato sostituito da istituzioni migliori. È stato sostituito soltanto da politici che parlano più forte.

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