L’orgoglio del caso…

Non sono mai riuscito a essere fiero di ciò che non ho scelto. Mi sfugge il merito di portare un cognome, di essere nato in un punto preciso della carta geografica, di appartenere a una famiglia, a una città, a una nazione. Sono coordinate, non conquiste. Circostanze annotate all’ingresso, prima ancora che cominciassimo a essere qualcuno. Eppure trascorriamo buona parte della vita a lucidarle come medaglie.
Ci diciamo fieri delle nostre origini con la stessa solennità con cui potremmo dichiararci orgogliosi della data di nascita o del gruppo sanguigno. Rivendichiamo il luogo in cui siamo venuti al mondo come se, al momento decisivo, avessimo esaminato una mappa e scelto con cura dove comparire. Anche le famiglie possiedono stemmi invisibili. Il cognome diventa un lasciapassare, talvolta una condanna, quasi sempre una spiegazione troppo comoda. Si eredita una reputazione insieme ai lineamenti, e qualcuno pretende che il sangue sappia già distinguere il bene dal male, il coraggio dalla viltà, l’intelligenza dalla miseria. Ma il sangue non ha memoria morale. Circola e basta.
Non è disprezzo per le radici. Le radici servono agli alberi; agli uomini, qualche volta, impediscono di camminare.
Conservo gratitudine per ciò che mi ha preceduto, tenerezza per certi luoghi, riconoscenza verso chi mi ha cresciuto. Ma la gratitudine non è orgoglio. La prima riconosce un dono; il secondo finisce spesso per attribuirsi il merito di averlo ricevuto. La stessa difficoltà mi accompagna davanti alle categorie e alle istituzioni. Non riesco a sentirmi migliore perché appartengo a un ordine, a una professione, a una scuola, a un’università, a una comunità che gode di prestigio. Un edificio può avere una storia gloriosa e contenere uomini mediocri. Un mestiere può essere nobile e venire esercitato senza nobiltà. Una divisa non trasferisce automaticamente a chi la indossa le virtù che dovrebbe rappresentare. Le istituzioni amano parlare al plurale. Il plurale consola, protegge, diluisce. Nel noi ciascuno riceve una piccola quota delle virtù altrui e perde una parte delle proprie colpe. Abbiamo vinto, abbiamo costruito, abbiamo sofferto, abbiamo dato al mondo. A pronunciare bene quel pronome, perfino il più inerte può sentirsi autore della storia. Ma il plurale è anche il luogo più affollato in cui nascondere un singolare insufficiente.
Ogni appartenenza dovrebbe essere un esame, non un titolo. Essere parte di qualcosa non significa ereditarne il valore: significa risponderne. Non posso vantarmi della grandezza di chi mi ha preceduto senza domandarmi che cosa ne sto facendo. Non posso invocare l’onore di una categoria e poi usare quella categoria come riparo. Non posso reclamare il prestigio di un’istituzione senza accettare il dovere di renderla, almeno per la piccola parte che mi riguarda, meno indegna del proprio nome.
Del resto, le appartenenze diventano pericolose proprio quando smettono di chiederci conto di ciò che siamo. Quando il cognome assolve, la patria giustifica, la famiglia protegge, la categoria serra i ranghi e l’istituzione pretende fedeltà anche contro la verità. Allora non si appartiene più: si obbedisce.
Preferisco le somiglianze conquistate alle parentele ricevute. Sentirmi vicino a qualcuno per una scelta compiuta, una parola mantenuta, un dubbio condiviso. Riconoscermi in chi ha avuto il coraggio di contraddire i propri simili, piuttosto che in chi li difende soltanto perché sono i suoi.
Forse l’unica appartenenza degna di orgoglio è quella che, in qualunque momento, siamo ancora liberi di tradire in nome di qualcosa di più giusto. Per questo diffido di chi esibisce le proprie radici come credenziali morali. L’origine dice da dove veniamo; quasi nulla su dove stiamo andando. Un cognome può aprire una porta, ma non insegna come attraversarla. Una città può averci dato un accento, non necessariamente una voce. Una famiglia può consegnarci una storia, ma non il diritto di considerarla un destino.
Alla fine, dell’uomo resta ciò che ha sottratto al caso. Il resto è anagrafe.

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