Scrivo per mettere ordine…

Non per raccontare il mondo, ma per capire da quale parte del mondo mi trovo.
Ci sono pensieri che, finché restano nella testa, sembrano limpidi. Hanno l’illusione della forma compiuta. Poi li si costringe a passare attraverso una frase, una riga, una pagina, e all’improvviso mostrano tutte le loro crepe. Le contraddizioni, le scorciatoie, le parti lasciate in ombra. La scrittura è spietata: non accetta approssimazioni travestite da convinzioni. Per questo scrivere è una forma di igiene. È il gesto con cui si spazza via la polvere accumulata sui ragionamenti. Si prendono idee sparse, intuizioni, impressioni, e le si costringe a sedersi una accanto all’altra. Alcune si riconoscono. Altre litigano. Altre ancora si scoprono estranee. Ma alla fine qualcosa si chiarisce.
Con il tempo ho capito che non scrivo per conservare ciò che penso. Scrivo per scoprire cosa penso davvero. Le giornate si riempiono di lavoro, notifiche, urgenze, opinioni altrui. Scorrono veloci e rumorose. Si finisce per reagire più che riflettere, per accumulare giudizi invece di costruire pensieri. E allora la scrittura diventa un argine. Un rallentamento necessario. Un modo per sottrarsi all’affollamento delle voci e tornare a frequentare la propria. Ogni pagina è una stanza che riordino. Ogni frase una domanda che smette di vagare. Ogni parola scelta con cura è un piccolo atto di responsabilità verso me stesso.
Perché pensare bene è difficile.
E scrivere, qualche volta, è il modo più onesto che conosco per provarci.

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