Taccuini in tasca…

Porto sempre con me un taccuino. Non per disciplina, che è parola troppo militare per una cosa così fragile. Non per posa, che è il modo più triste di tradire un’abitudine vera. Lo porto perché certi pensieri, quando passano, non fanno rumore. Attraversano la giornata come animali piccoli nel sottobosco: basta un gesto di troppo, una notifica, una telefonata, il semaforo che cambia, e sono già scomparsi.
Allora li fermo.
Non li scrivo per ricordarli dopo. Li scrivo per ricordarli adesso.
È questa, forse, la ragione più esatta. Appuntare un pensiero non significa affidarlo alla memoria futura, ma riconoscerlo nel momento stesso in cui nasce. Dargli un nome prima che torni indistinto. Perché noi crediamo di pensare continuamente, ma spesso ci attraversano soltanto scintille, frammenti, piccole correnti nervose senza forma. Scrivere è il gesto con cui una sensazione smette di essere nebbia e diventa profilo.
Il taccuino, in tasca, è una specie di organo aggiunto. Non pensa al posto mio, non conserva meglio di me, non capisce più di me. Però mi costringe a rallentare. E rallentare, certe volte, è già un modo di capire. La mano arriva sempre dopo la mente: deve cercare la penna, aprire la pagina, scegliere poche parole, rinunciare a tutto il resto. In quella piccola perdita nasce il senso. Perché ogni appunto è una selezione. Ogni frase scritta a margine della giornata dice: questo, almeno questo, non lasciamolo cadere.
Scrivo idee, immagini, frasi ascoltate male, intuizioni venute camminando, malinconie senza proprietario. Scrivo anche cose inutili, naturalmente. Ma l’inutile, quando è onesto, ha una sua nobiltà. Non tutto deve servire subito. Alcuni pensieri sono semi: non sanno ancora che cosa diventeranno. Li metti via, li dimentichi, poi un giorno riapri una pagina e trovi che nel buio hanno lavorato. Una frase incompleta ti restituisce un ragionamento. Una parola messa lì per caso ti spalanca una stanza. Una sensazione antica, riletta, ne genera un’altra nuova.
Per questo il taccuino non è archivio. È fermentazione. La memoria digitale salva tutto, e proprio per questo spesso non salva niente. Accumula senza giudicare, trattiene senza amare. Il taccuino invece ha spazio poco, carta poca, pazienza poca. Ti obbliga alla cura. Non puoi copiarci il mondo intero: devi scegliere il dettaglio che lo contiene. Una luce sul muro. Una frase detta da un alunno. Un odore d’estate. Il modo in cui una persona tace. Una paura che non si lascia spiegare. Una felicità piccola, che se non la scrivi sembra quasi di non averla meritata.
Forse appuntare pensieri è questo: praticare una forma minuta di fedeltà. Non alla grande letteratura, non all’opera, non al destino. Fedeltà alla parte più vulnerabile di noi, quella che intuisce prima di sapere, che sente prima di argomentare, che capisce prima di riuscire a dirlo bene.
Poi, certo, molte pagine resteranno soltanto pagine. Scarabocchi, frecce, parole tagliate, inizi senza seguito. Ma anche questo conta. Perché un taccuino non misura il valore delle idee compiute; misura la nostra disponibilità a non lasciarle morire senza ascolto. E allora continuo a portarlo con me, in tasca, come si porta una piccola riserva d’attenzione. Un luogo minimo dove la giornata, invece di scorrere soltanto, ogni tanto si deposita.
Perché vivere non basta. Bisogna accorgersene.

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