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Un Sussurro d’Agosto: La Danza tra Cielo e Terra…

In un caldo giorno d’Agosto, l’aria è impregnata di un calore soffocante e afoso, una calura che sembra stringere la terra in una morsa silenziosa. Le voci del giorno sussurrano languide, stanche dalla lotta con l’implacabile abbraccio del sole. Ma l’orizzonte comincia a fremere, a turbarsi con un palpito impercettibile. Le nuvole, prima lontane e innocue, avanzano come un esercito sordo, e l’ombra di un cambiamento si stende lentamente sulla terra assetata.
Il vento, prima assente, sorge con un sospiro gelido, come se trae respiro dalle profondità del mare. Le foglie delle alberature si agitano, scuotendosi dal torpore estivo, e l’aria si riempie del profumo di un imminente ristoro.
E poi, in un istante sospeso, una magia silenziosa: il primo ticchettio della pioggia sull’ombrellone, timido come un bacio rubato. Il sole, fino a quel momento sovrano incontrastato, è oscurato da un sipario di nuvole grigie, un velo che copre l’ardore della sua fiamma. Le gocce diventano una melodia, una canzone d’amore tra cielo e terra. La pioggia lava via l’arsura, accarezza la pelle dei presenti, bagna la terra arida. È un canto armonico, un ritorno alla vita, una danza fra gli elementi.
In questa pioggia d’Agosto, tutto parla, tutto canta, e il mondo sembra ritrovare un ordine più profondo, una bellezza nascosta. È un attimo fuori dal tempo, un sussurro della natura che racchiude in sé l’eternità.

…il Re è nudo?

Re nudo

Agosto, si sa, è il mese in cui anche l’informazione va in vacanza, fa vuoto (è questo che etimologicamente vuol dire vacanza) ed è questo il periodo appetibile assai per chi è affamato di visibilità. A settembre, sa bene, tutto ridiventerà più complicato, affollato, occorre approfittarne ché la concorrenza poi sarà spietata. Con l’afa che opprime e il caldo che ammorba, i riflessi dell’opinione pubblica già di per sé sfiancati e lenti, diventano ancora più meccanici di quanto non lo siano di solito e così le provocazioni, che meriterebbero solo una scrollata di spalla, un’alzata di palpebra, un gesto minimo di indifferenza, riescono – queste provocazioni, dico – a ottenere l’attenzione sistematicamente cercata. È tutto un disperato rincorrere il sensazionalismo, la provocazione fine a sé stessa, il cocciuto voler emergere da un piattume imperante e sonnacchioso. E poco importa se si tratti del balletto di Razzi con Luxuria, del taglio di capelli di Arisa o delle lettere indirizzate al Primo Ministro dalle pagine di carta dei giornali o da quelle elettroniche di Facebook: è la disperata voglia di accaparrarsi quel minimo di visibilità a che una mezza provocazione assurga a notizia nazionale che mostra la miseria di certe idee; è l’atteggiamento – soprattutto questo – con cui l’attenzione mobile del pubblico riesce a essere più ossequiosa dei sudditi davanti al Re nudo a mostrare l’inconsistenza di certe opinioni. Il punto, tuttavia, è un altro: il Re è scioccamente vanitoso, non si discute, ma i sudditi? Non sono loro, in fondo, a essere il vero problema? Voglio dire: passi per chi, pur di dare segno della sua esistenza, ha bisogno di andarsene nudo in piazza avvolto da un manto invisibile, ma una voce a gridare “il Re è nudo!”, e via, no?! Insomma, chi è più sciocco: chi si pavoneggia in piazza o chi d’attorno gli da il consenso?