la paura

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Il coraggio, il coraggio di fare a pezzi la paura, pezzi piccoli piccoli, e calpestarli, strapazzarli finché gli abiti non cambiano colore per il sudore; il coraggio di ignorare la paura, di prenderla a schiaffi, a calci, a pugni sopra gli zigomi, con le nocche delle mani allineate, pugni forti, decisi a sentire il rumore sordo delle ossa spaccarsi.
Bisogna avere il coraggio di capirla la paura, assecondarla affinché si sveli, provocarla, convincerla a mostrarsi, e solo allora, solo allora, guardarla negli occhi per dirle che lì, oramai, per lei non c’è più posto. Anche quando c’è questa sensazione che pesa sul cuore, questo dolore sordo che s’attacca alla viscere, questa impossibilità di trovare un rifugio, un appiglio, una mezza soluzione. Anche quando tutti gli accorgimenti del mondo non sono affatto sufficienti – ché la malattia, bastarda!, striscia sotto la superficie e si prende il corpo da dentro, come un peso interiore che trascina a fondo, inesorabilmente. E l’acqua scura e pesante avvolge il corpo, le mani e la testa in un vortice profondo. Ecco, sì, anche in queste situazioni, la paura bisogna rimandarla al mittente, rifiutarla, spaventarla, spaccarla, pugnalarla, mortificarla, stringerla forte fino a toglierle il fiato.
Masticala e sputala, deridila, scacciala, umiliala! Sempre. Se ci si vuole salvare, alla paura bisogna avere il coraggio di farle tutto, tranne che scriverne come se esistesse davvero o , peggio ancora, fingere di non averne.

#iostoconerri

Roberto saviano

Parto da qui, dal post pubblicato ieri da Roberto Saviano sulla sua bacheca Facebook: “il silenzio degli scrittori – leggo tra l’altro – è assordante.”
Non v’azzardate a pretendere dai grandi scrittori italiani di essere contemporanei nelle prese di posizione. Non chiedete mai agli “intellettuali” (sic!) di esporsi con un’opinione difforme dal gregge. Se un collega – un loro collega, dico – come De Luca (invero, piacerebbe a molti di loro essere colleghi di De Luca) si ritrova coinvolto in un accidente per aver espresso un’opinione, i più s’affrettano a scappare per andare a festeggiare o (i più buoni) a pensare ad altro: è la scarsissima propensione del mondo letterario italiano a essere solidale coi membri più famosi del medesimo club. È la felicità perversa che nutre nel massacrarli o, se volete, il solito concentrato di concreto opportunismo e di indignazione di facciata, un tanto al chilo, tutta metafisica, politicamente inerte e perfino un po’ codina: “pronti ad avere parole dure e acide – scrive ancora Saviano – per ricevere l’obolo di una rubrica, pronti a candidarsi a qualsiasi cosa per lo scranno che gli darà pensione, pronti a scannarsi per qualche copia.
Solo opportunismo? invidia? Difficile generalizzare, ché il coraggio – il coraggio di combattere per le proprie idee, intendo – non si impara, nemmeno con tanto tanto (e sfacciatamente pubblicizzato) talento.

Da appassionato lettore, per quanto possa valere, difendo un testimone e coltivatore di bellezza come Erri nelle sue belle e limpide battaglie civili.