La grammatica del silenzio…

C’è un silenzio che somiglia alla paura e un silenzio che somiglia alla resa. Sono i più facili da riconoscere, perché hanno il capo basso, cercano riparo, aspettano che la tempesta passi sopra i tetti senza portarli via. Ma esiste un altro silenzio, più raro e più esatto. Non nasce dall’incapacità di parlare, ma dall’avere finalmente visto. È il silenzio che viene dopo la verifica, dopo il calcolo delle proporzioni, dopo che ogni gesto dell’altro ha trovato il proprio posto nella figura complessiva. Allora non si tace perché manchino le parole. Si tace perché le parole sarebbero spreco.
La parola, quando è vera, richiede un destinatario. Vuole una superficie su cui posarsi, una coscienza in cui risuonare, una possibilità minima di mutamento. Dove tutto questo manca, parlare diventa soltanto un modo più elegante di consumarsi. Si finisce per versare acqua in una crepa che non trattiene niente. Si spiega a chi ha già scelto di non capire. Si argomenta davanti a chi confonde la pazienza con debolezza, la misura con sconfitta, l’educazione con permesso.
Il silenzio, in certi casi, è l’ultima forma della lucidità.
Non è vuoto. È una stanza piena, ma chiusa. Dentro ci sono le frasi non dette, le accuse trattenute, le spiegazioni risparmiate, le verità lasciate maturare senza pubblico. Dentro c’è un ordine severo: non tutto merita risposta, non tutto merita replica, non tutto merita il nostro tempo migliore.
Tacere significa sottrarre energia al superfluo. Significa non concedere più udienza al rumore che pretendeva d’essere destino. Significa rimettere il mondo nella sua scala giusta: alcune presenze, che sembravano enormi finché occupavano il nostro pensiero, diventano minuscole appena smettiamo di nominarle.
Per questo il silenzio non è una mancanza, ma una scelta di geometria morale. È il punto in cui una linea si interrompe perché oltre non c’è più strada, ma soltanto ripetizione. È il bordo netto oltre il quale la dignità smette di discutere e comincia a custodirsi.
Chi non comprende il silenzio lo scambia per assenza. È naturale. Ciascuno interpreta il mondo con gli strumenti che possiede. Ma chi ha imparato a tacere sa che, a volte, la parola più definitiva è proprio quella che non viene pronunciata.
Non perché non ferisca.
Ma perché non serve più ferire.

Supponiamo che un giorno vi facciate una passeggiata a Napoli…

L’Ingegnere, come sempre, fa finta di scherzare. Dice «Supponiamo che un giorno vi facciate una passeggiata a Napoli…» come se stesse impostando un problema di statica, con le ipotesi ordinate in colonna. In realtà, in quelle righe sul Natale a San Gregorio Armeno, fa un’operazione molto più radicale: sposta le coordinate della nascita di Gesù. Da evento unico nella storia a variabile periodica, da Betlemme a Napoli, dalla geografia alla quotidianità.
San Gregorio Armeno è la via dei pastori, certo, ma soprattutto è il luogo in cui il presepe smette di essere una scenografia devota e diventa cronaca. Nel presepe napoletano non c’è solo la Sacra Famiglia: ci sono il macellaio, il fruttivendolo, il pizzaiolo, la signora affacciata al balcone con i panni stesi. C’è la bottiglieria, il barbiere, il banco del pesce. Ogni bottegaia che modella statuine aggiunge un frammento di realtà al racconto sacro, fino a produrre quella sensazione paradossale di cui parla De Crescenzo: dopo un po’ ti convinci che Gesù sia nato davvero “da queste parti”. Il punto non è la geografia. Non è un’operazione campanilistica – «Gesù è nostro». È, al contrario, l’esatto opposto: è la dichiarazione che il sacro, se non diventa “di quartiere”, se non impara il dialetto, resta un racconto lontano, innocuo, sterilizzato. Dire che Gesù è nato a Betlemme una volta sola e a Napoli tutte le altre significa affermare che l’Incarnazione non è un fatto archiviato in un libro di storia delle religioni, ma un principio che pretende di ripetersi, di mischiarsi al disordine del presente. A Betlemme c’è la data, a Napoli c’è il fenomeno.
A Betlemme c’è l’evento irripetibile, a Napoli la sua ostinata ripetizione simbolica.
Ogni anno, in quella strada, si consuma un piccolo esperimento teologico senza teologi: si verifica fino a che punto sia possibile infilare il Divino dentro la vita di tutti i giorni senza che esploda il cortocircuito. E il risultato, puntualmente, è che non esplode nulla. Gesù può nascere accanto al banco delle sfogliatelle, sotto la lampadina al neon di una salumeria in miniatura, a due centimetri di distanza da un Pulcinella o da un Maradona in terracotta. Non perde sacralità; se mai, la riscrive. È questo lo scarto geniale della frase di De Crescenzo. L’Ingegnere vede che il presepe napoletano è una specie di laboratorio in scala della città: un luogo dove coesistono miseria e splendore, ironia e tragedia, bestemmia e preghiera. Se Gesù nasce lì “tutte le altre volte” è perché Napoli si ostina a pensare che la salvezza, se esiste, non possa che passare per i vicoli, per le mani sporche di farina, per le facce storte e rumorose che affollano i suoi presepi e le sue strade.
C’è poi un’altra lettura, più sottile. Dire che Gesù nasce continuamente a Napoli è anche riconoscere che ogni bambino che nasce in una casa umida, in una stanza affacciata sui bassi, è una specie di variazione sul tema di Betlemme: una famiglia precaria, poche sicurezze, molto affidamento sulla provvidenza – chiamatela come vi pare. La mangiatoia, in fondo, è solo il nome antico di un’adolescenza vissuta in spazi stretti, con soldi contati e speranze larghe. Il presepe napoletano è questo: un dispositivo che ricorda, ogni dicembre, che la storia più famosa del mondo comincia in periferia. E Napoli, che periferia di se stessa lo è da sempre, si riconosce in quella sceneggiatura come in uno specchio. Per questo moltiplica le nascite: non si accontenta dell’originale, sente il bisogno di replicarla, di portarla a casa, di dirsi che sì, anche qui, tra una frittura e una statua di San Gennaro, Dio avrebbe potuto scegliere di nascere. In sottofondo, come sempre in De Crescenzo, c’è una fiducia sorridente nell’umanità. L’idea che il Divino, se davvero vuole farsi trovare, non andrà a bussare alle porte dei palazzi istituzionali, ma a quelle dei pianerottoli rumorosi, degli appartamenti con il tavolo sempre apparecchiato per uno in più. E poche città incarnano questa vocazione all’ospitalità, fisica e simbolica, quanto Napoli. Forse, allora, la sua battuta andrebbe rovesciata ancora una volta: Gesù è nato a Betlemme una volta sola, è vero; ma per capire che cosa volesse dire quella nascita, per vedere come si traduce nella vita reale, bisogna farsi una passeggiata a San Gregorio Armeno. Lì non si celebra un ricordo: si allena la possibilità che il sacro, ogni anno, trovi ancora un posto dove nascere. Anche se, guardandolo da vicino, quel posto assomiglia moltissimo a un vicolo stretto con i motorini parcheggiati male.

Quando tutti sapranno rispondere, saremo a posto…

Nella primavera di un domenica lontana, il 26 maggio 1985, il sipario si chiuse sull’ultima puntata di Bit- Storie di computer, trasmessa su Italia 1. Un programma che, nel suo genere, aveva aperto le porte a una nuova era, quella dell’informatica, regalando alla televisione italiana un pezzo di storia.
Un anno prima, nell’aprile del 1984, Bit aveva fatto la sua comparsa, un inedito concentrato di tecnologia, condito con la divulgazione scientifica e portato sul piccolo schermo da un maestro del racconto, Luciano De Crescenzo. Si sarebbe potuto definire un esperimento bizzarro, una scelta coraggiosa per una rete televisiva commerciale, dedicare quaranta minuti di palinsesto a un argomento così specifico e tecnico. Ma il successo fu inaspettato: la prima stagione di Bit si concluse con un premio Telegatto.
De Crescenzo, che aveva sulle spalle quasi sei decadi di vita ma nel cuore l’energia di un ventenne, aveva trascorso gran parte della sua vita nella IBM. Poi, abbandonato il timone, aveva scelto di diventare un menestrello del sapere, artista della parola scritta e televisiva. Se il grande pubblico lo amava come filosofo, lui, invece, non dimenticava mai la sua prima passione: i computer.
Queste le sue parole, tratte da una spassosissima intervista: “Berlusconi ha sempre l’idea giusta al momento giusto… ha capito che l’Italia si stava chiedendo che cos’era questo benedetto computer… allora pensò a una trasmissione che insegnasse l’uso del computer nella vita di tutti i giorni… la scelta del conduttore era necessariamente un incrocio tra l’affabilità di un Pippo Baudo e la competenza di un ingegnere qualsiasi. Ecco, io ero la persona giusta.”
E quando gli si chiedeva quando l’uomo comune sarebbe stato pronto per il computer, lui rispondeva: “Gli manca la cultura. L’informatica dovrebbe essere insegnata fin dalla scuola elementare. Solo allora il computer diverrà un oggetto comune, perché sarà la conseguenza della diffusione della cultura informatica… fino a quel giorno, l’interrogativo è: che cos’è e a che serve questo benedetto computer? Quando tutti sapranno rispondere, saremo a posto.”
Luciano De Crescenzo ci ha lasciati il 18 luglio 2019. La sua assenza è come un silenzio troppo grande in una sala piena di gente. Ci manca molto.