La doppia ingiustizia: quando la sicurezza diventa pretesto per colpire i più deboli

Tra le pieghe oscure del più recente disegno di legge sulla sicurezza — ormai una saga infinita di decreti, pacchetti e misure che sembrano più alimentare l’insicurezza che combatterla — emerge una norma che lascia increduli. Si vuole eliminare l’obbligo di rinvio della pena per donne incinte o con figli di meno di un anno. Una volta approvata, anche queste madri finiranno dietro le sbarre, salvo che un giudice non decida diversamente, e per farlo dovrà presentare motivazioni più che solide.
Il paradosso è servito. La norma viene spacciata senza veli come un’arma contro i rom, accusati di sfruttare donne gravide o con neonati per borseggiare nei trasporti pubblici e per strada. Il ragionamento è semplice: si ritiene che queste donne, una volta scoperte, non finiscano mai in carcere grazie alla protezione offerta dalla legge. Il risultato? Una gravidanza dopo l’altra, una sorta di impunità perpetua per continuare a delinquere. La soluzione del legislatore? Mandare tutte in prigione, pancione o bebè al seguito, così da spezzare questo presunto circolo vizioso.
Dietro questa trovata, che alcuni potrebbero definire geniale con una buona dose di sarcasmo, si nasconde un problema più grave: anziché intervenire per proteggere queste donne dallo sfruttamento e offrire una via d’uscita, si preferisce cancellare una norma di civiltà. Così facendo, si chiudono in cella madri e figli, ignorando alternative come le case famiglia, che potrebbero accogliere entrambi e sottrarli al controllo di padri o mariti aguzzini. Ma si sa, i fondi per queste soluzioni sono inesistenti o destinati altrove.
Ecco il quadro desolante: prima lo sfruttamento nelle comunità e poi il pugno duro dello Stato. Essere una donna o un bambino rom, oggi in Italia, significa trovarsi schiacciati tra due ingiustizie: la crudeltà di chi ti usa come strumento e la cecità di chi dovrebbe proteggerti. Una doppia condanna che non lascia spazio alla dignità e, men che meno, alla speranza.

…rispetto ai roghi più grandi.

Nel dibattito che periodicamente si accende sul simbolo di Fratelli d’Italia, la fiammella tricolore sembra mantenere il suo paradossale potere evocativo. Luca Ciriani, in un’intervista a Il Foglio, ha ammesso che prima o poi «arriverà il momento di spegnerla». Una dichiarazione che, a ben vedere, non scandalizza, ma anzi coglie una verità quasi banale: quel simbolo, che per una generazione rappresentava identità e appartenenza, oggi è solo un relitto visivo, insignificante per i giovani. Nulla da eccepire sul ragionamento: i tempi cambiano, i simboli pure.

Eppure, nonostante l’innocuo chiarimento di Ciriani, la fiammella continua a bruciare di un fuoco più polemico che simbolico, alimentando l’ossessione di chi vede in essa una nostalgia mai sopita del passato. Il vero problema, però, non è nel simbolo. È altrove, in una realtà ben più concreta e dannosa per la democrazia: il ruolo sempre più ornamentale del Parlamento. Lo stesso Ciriani, quasi di sfuggita, ha osservato come certi ministri trattino le Camere come un jukebox: inserisci la moneta e ottieni ciò che vuoi.

Una metafora brillante, certo, ma fin troppo generosa: non si tratta solo di certi ministri, bensì di un sistema intero. Da anni, ormai, il Parlamento è ridotto a timbrare decreti scritti altrove, nei ministeri o nelle stanze di Palazzo Chigi, come un notaio che convalida decisioni già prese. La separazione dei poteri, colonna portante della democrazia, è stata progressivamente erosa da governi che si sono succeduti con modalità sempre più simili, tanto a destra quanto a sinistra. Il tutto con un copione noto: quando sono al potere, le forze politiche si adattano perfettamente a questa deriva autoritaria, salvo poi riscoprirsi paladine del parlamentarismo non appena tornano all’opposizione.

Il problema non è il simbolo di un partito. La fiammella non è che una distrazione, utile per chi vuole spostare l’attenzione su battaglie di superficie mentre il vero fuoco arde: quello della democrazia ridotta a routine amministrativa, privata del suo slancio vitale. E chissà, magari spegnere la fiammella sarà davvero un atto simbolico. Ma non certo per ragioni storiche. Forse, semplicemente, perché illumina troppo poco rispetto ai roghi più grandi.

Sicurezza e Colpevolizzazione: Un Imperativo Sociale Oltre le Semplici Ammonizioni

L’impronta culturale che fa da palcoscenico a questo dialogo è carica di vecchi retaggi, ma anche aperta, se solo lo vogliamo, a una nuova comprensione. È facile cadere nella trappola della semplificazione quando si affrontano temi complicati come la sicurezza personale e l’abuso. Ma dare consigli per evitare il pericolo, soprattutto in un contesto pubblico e mediatico, spesso si trasforma in una subdola forma di colpevolizzazione della vittima.
Nel dibattito pubblico, dobbiamo alzare il livello della conversazione. Non possiamo più permetterci di sfuggire alla responsabilità collettiva in favore di consigli individualistici. La sicurezza non è un onere che grava sulle spalle delle singole persone; è una responsabilità condivisa, radicata nella tessitura stessa della nostra società. In uno spazio mediatico, come quello occupato da Giambruno, il linguaggio e le idee non sono neutri. Essi contribuiscono a plasmare la percezione pubblica, ad alimentare stereotipi, a rafforzare pregiudizi. Parlando di “ubriachezza” come fattore di rischio, per esempio, si passa il messaggio implicito che chi si trova in stato di vulnerabilità è in qualche modo colpevole di quella stessa vulnerabilità. E veniamo al nocciolo del discorso: la temporalità delle parole. Esiste un tempo e un luogo per ogni conversazione. Quando il tessuto sociale è straziato da un crimine orribile come uno stupro di gruppo, la sensibilità e la responsabilità dovrebbero guidare ogni dichiarazione pubblica. Parole sbagliate in un momento così delicato possono infliggere ulteriore dolore alle vittime e deviare l’attenzione dai reali problemi.
Ecco la questione: la sicurezza non è solo un dovere personale, è un imperativo sociale. Non si tratta di individuare modi per far sì che le vittime si proteggano meglio, ma di lavorare insieme per creare una cultura in cui l’abuso non possa trovare terreno fertile. È un obiettivo ambizioso, certo, ma ne vale la pena. E come in ogni grande sforzo, la prima pietra da posare è l’empatia, seguita dalla consapevolezza e dalla responsabilità.

Più che una questione di destra o sinistra, si tratta di un problema di competenza…

La politica che custodisco nella memoria ha sempre danzato sulle note dello stesso brano: il vincitore si prende tutto, l’altro, se fortunato, ottiene le briciole inavvertitamente dimenticate. Un dono gratuito? No, piuttosto un gesto di presunta benevolenza, un mero espediente per abbellire l’immagine del dominante, per far sembrare di concedere qualcosa all’opposizione o alla minoranza interna. Ecco la simulazione di un ecumenismo, utile a lasciare una porta aperta per quando le sorti si invertiranno, perché si sa, la ruota della fortuna non smette mai di girare.

La mia voce non si unirà a quelle di coloro che si indignano per le grinfie sulla città. E’ il solco tracciato dalla storia. Mi ritorna in mente l’eco bellica di Cesare Previti negli anni Novanta, «se vinciamo questa volta non faremo prigionieri», parole forti, immagini di morte scolpite dalle parole. Ma chi emerge vittorioso dal campo di battaglia politico ha sempre saputo scegliere: ha colto ciò che desiderava, trascurato ciò che non contava.

Tuttavia, il ventre insaziabile dell’onnivoro potere politico richiede un conclave, un consesso di eguali, nodi di una stessa rete che appoggiano le decisioni, si sentono coautori di esse. L’arroganza e le decisioni unilaterali generano un vuoto intorno, un isolamento che diventa più amaro se sono gli alleati minoritari a sentirsi esclusi. Questo tipo di autoritarismo è una scelta rischiosa: da un avversario sai come difenderti, ma un alleato è un ospite nel tuo salotto, conosce i tuoi segreti.

Giorgia Meloni sembra camminare su questo sentiero: tutte le strade sono sue, come dichiarava la Regina ad Alice. Ma conosciamo la fine della storia. La strada intrapresa dal leader politico, che si muove con la testa alta, lo sguardo fisso verso l’obiettivo, conduce a un isolamento progressivo. Il potere richiede alleati fidati, e l’adesione dell’elettorato non è sufficiente.

È il futuro che avrà l’ultima parola, che ci dirà se il cerchio ristretto di parenti e collaboratori di Meloni sarà abbastanza forte da garantirne la sicurezza politica.

Tuttavia, emergono alcuni interrogativi, ombre che meritano luce. Il concetto di violenza, per esempio, ha bisogno di essere riscritto: non è la stessa cosa protestare a parole o usare la forza fisica. Ascoltare Giorgia Meloni promettere di “liberare la cultura dal potere intollerante della sinistra” solleva interrogativi, se i riferimenti culturali alternativi sono legati a razza, etnia, o radici italiche.

Ecco la questione di fondo: il governo di un paese non è un gioco di scacchi o una partita a carte. Sarebbe ideale che le figure chiave nella cultura, nella supervisione, nelle aziende municipali fossero guidate da persone competenti, persone dotate di un curriculum adatto, abituate a sfogliare i libri, a passare esami con buoni risultati. Più che una questione di destra o sinistra, si tratta di un problema di competenza. Il mantra di non fare prigionieri presuppone che si abbia a disposizione una classe dirigente capace di prendere il posto di quella eliminata senza compromettere il funzionamento del sistema. Una classe dirigente. Una sola Regina non basta. Specialmente se non può contare nemmeno sui suoi ministri (benché meno sui suoi alleati).

…un odore di fascismo

Il nucleo centrale del problema nel governo di Giorgia Meloni risiede nell’olfatto. La politica di FDI si è focalizzata sull’aroma delle parole piuttosto che sul loro significato e sulle ripercussioni che queste avrebbero. “Non siamo fascisti”, sussurrano con cautela nei momenti di imbarazzo, ma allo stesso tempo sembrano apprezzare l’aura di fascismo che le circonda. Il richiamo ai bei tempi passati, ai treni puntuali e al razzismo coloniale è il loro aroma distintivo.

Chi riesce a captare i sottintesi, i riferimenti nascosti e le sfumature del linguaggio, comprenderà il messaggio. I media non mancano di evidenziare i “boia chi molla” dei nostri leader, mentre per coloro che non si addentrano in queste sottigliezze, le frasi risuonano come pura razionalità.

Il dibattito sulla “sostituzione etnica” appare privo di senso: Fratelli d’Italia si limita a ripetere le stesse poche idee da tempo, ponendo maggiore enfasi sul suono piuttosto che sul contenuto. Temi come razza, patria, purezza della lingua e famiglia tradizionale evocano il periodo fascista senza citarlo direttamente, accarezzandolo appena.

Le parole di Meloni e soci emettono un odore di fascismo: talvolta solo un accenno, altre volte con forza e un’impressione di soffocamento per chi ne riconosce l’essenza. E così, assistiamo a una parodia olfattiva della politica, un gioco di equilibrismi tra ciò che viene detto e ciò che viene taciuto, tra l’aroma seducente e il senso di nausea.