Riflessioni Estive: L’Altrove dell’Anima tra Felicità e Malinconia…

L’estate è spesso un palcoscenico dove si rappresenta una commedia di leggerezza e spensieratezza. Ma dietro le quinte, nella penombra dove il sole non arriva, c’è un angolo che culla le sfumature più profonde del nostro essere. Una calura che pesa sul cuore tanto quanto sulla pelle, un’aria satura che sembra trattenere le parole prima che diventino suono.
Viaggiare d’estate può essere un atto di autoesilio, un tentativo di mettere distanza tra sé e la familiarità ossessiva della routine. Non è tanto l’altrove geografico a catturare l’attenzione, quanto l’altrove di noi stessi. Lo straniero che vediamo riflesso nelle acque di un mare lontano non è un altro, ma una versione di noi che abbiamo perso o che forse non abbiamo mai conosciuto. Sperimentare l’estraneità da se stessi è un modo per misurare il peso della nostalgia, quella malinconia dolce-amara che è nutrimento per l’anima. E la malinconia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è nemica della vita. È un vino forte che bisogna saper degustare. In essa troviamo l’eco di un desiderio che non si placa mai del tutto, un anelito che non si riduce alla banalità di un bisogno. È il sale che conserva i momenti preziosi e li rende eterni nel loro passaggio effimero.
Quindi sì, la felicità potrebbe essere sopravvalutata, una moneta lucente ma leggera. La malinconia, invece, è una moneta più pesante, temprata nel fuoco delle esperienze e nella forgia dei sogni infranti. È una ricchezza silenziosa che si accumula nell’anima, una sorta di paradiso introspettivo che permette di toccare il divino nella sua forma più umana.
L’estate, con le sue ambivalenze, è forse il periodo più adatto per fare i conti con questi aspetti contrastanti del nostro io. Un tempo sospeso, un’isola nell’arcipelago dell’anno, dove la ricerca di una felicità effimera e la contemplazione della malinconia possono convivere, dialogare, e forse, per un attimo fugace, fondersi.

una resa dei conti con noi stessi…

L’estate cede, non senza un rombo che sembra una puntualizzazione, un punto finale. Eppure, sappiamo che verranno altri giorni di calore e luce. Ma la pioggia d’ora sembra più un saluto, una carezza d’addio. In questi mesi, ci siamo immersi in discussioni effimere: politica, spese, scontrini, tutto incartato in parole che avranno breve vita.
Hanno occupato spazio i libri, le serie tv, le strade vuote per chi è rimasto a casa. Molti hanno lavorato senza tregua, perché per alcuni, estate non significa pausa ma fatica. I giovani hanno raccolto esperienze come conchiglie sulla spiaggia, mentre altri hanno scoperto o riscoperto l’amore, spesso sotto un velo di crema solare e incertezza. E poi c’è settembre. Non solo il cambio di calendario, ma una resa dei conti con noi stessi. L’estate è stata un intermezzo, una pausa anche per chi non si è fermato. Ora settembre torna con il suo incedere, come un debitore alla porta. Si fa strada il freddo, non ancora visibile ma palpabile, nelle ossa, nel pensiero. E il cuore, ah, il cuore. È lì che sentiamo il freddo più di tutto. Puoi costruire muri, ma il dolore ha già il suo piano di accesso, tracciato e inesorabile, per colpire esattamente dove conta. È la stagione delle verità, e come ogni verità, penetra dove meno te lo aspetti.

…un giardino dell’anima

Cesare Pavese con pochi versi riesce a evocare un intero mondo. In questa poesia il lettore viene catapultato in un giardino avvolto dalla calda luce estiva. L’erba secca scricchiola sotto i piedi, scaldata da un sole cocente che profuma di salsedine.
È un paesaggio sospeso nel tempo, dove il presente si fonde con il passato. I frutti cadono maturi al suolo, e quel tonfo ovattato richiama un sussulto nel cuore, quasi un’eco. C’è tutta una sinestesia di sensazioni, un intreccio di vista, udito, olfatto.
Il protagonista si muove all’interno di questa scena come rapito da un incanto. Nei suoi occhi si riflette quel ricordo luminoso di estati lontane. Ascolta parole sussurrate dal vento, parole che lo sfiorano soltanto. Ed emerge nei suoi lineamenti un pensiero sottile, che porta con sé il riflesso del mare. È un pensiero muto, eppure riecheggia nel cuore spremendone una malinconia antica. Così il dolore che stilla ha il sapore pungente dei frutti caduti, la nostalgia delle cose perdute.
Con pochi versi ariosi Pavese riesce a cristallizzare la bellezza effimera di un attimo. Ne emerge un piccolo gioiello, una poesia che cattura un’emozione e la imprigiona con grazia ed essenzialità. L’estate ritratta è un giardino dell’anima, in cui ritrovarsi.

L’inizio dell’estate…

Ed eccoci qui, chini su questo foglio, a buttar giù qualche leggero desiderio per l’inizio dell’estate. Sì, ricomincia l’estate, e anche chi non la ama forse sbotta: finalmente! Torpida, caldissima come può essere dalle nostre parti, ci spinge fuori, all’aperto, e verso il mare. Il sole sta fermo, dice la parola solstizio, ma ci muoviamo noi — e quest’estate con più scioltezza. Prudenza e imprudenza, ansia e coraggio — l’estate scorsa te la giocavi intorno a questi lemmi. Quella che comincia oggi no: se non spensierata, è una zona di sollievo personale e collettiva, la stagione di felicità, bianca, da zona bianca, come le vesti con cui in queste notti, nell’Europa del Nord, si danza per celebrare quella che i più chiamano mezza. Che comincia sì, ma è già mezza – secondo antichi calendari, come nel poetico sogno di Shakespeare. Notte di fuochi, quelli di San Giovanni, che fertilizzano la terra, di pozzi sacri che hanno poteri taumaturgici, di erba rugiadosa che porta salute. Il falò che contrasta il male che impesta il mondo, che rigenera, mentre svolazzano leggeri fate, elfi e spiriti. È magico il solstizio, taglia a metà l’anno e lo rimette in moto; punto di svolta assai delicato per i fragili equilibri di cristallo che animano il mondo.
La luce stasera, se potete, provate a non farvela scappare – ché anche se il giorno non è, come in certe zone del globo, lungo diciotto ore, sarà più lungo che può. Bisogna trattenerla, fissarla, celebrarla: farla diventare balsamica come quel personaggio di Dostoevskij che ne fa lo spazio dei sogni e di una rivoluzione del cuore. Nell’annuale viaggio che il sole compie sul nostro orizzonte, non è un momento qualunque; quest’anno poi più che mai. Salta il coprifuoco praticamente dappertutto, le mascherine hanno le ore contate. L’insofferenza e la rabbia e la frustrazione e la compressione forzata dei diritti di sempre cercano riscatto nei desideri, nei sogni che pare di cogliere come scintille — le sprizzano gli occhi di giovani e non, in queste sere calde, di vecchie e care abitudini che ritrovi con un senso di meraviglia. Ah, era così vivere?! Era questo?! E allora sì, speriamo, con le parole dello scrittore, in una invincibile estate, o almeno fingiamo di crederle, come accadeva di fare da bambini. C’è da augurarsi un’estate lunga, lunghissima, propizia — come di solito è — all’amicizia, all’amore, alla libertà del corpo, dei corpi (così contratti, appassiti e inariditi). Pensare che l’estate è il volto dell’esistenza vera, senza mascherina, senza maschera: l’accecante bagliore del suo significato — in certe giornate di perfetta trasparenza, in cui “i colori assoluti del mare ci dicono quello che la vita potrebbe e dovrebbe essere”. La sua pienezza, la sua lucente intensità.