…una forma di amore.

If you want to master something, teach it. The more you teach, the better you learn.
Teaching is a powerful tool to learning.

Richard Feynman

Ci sono mestieri che ti cambiano la mente, altri che ti cambiano la voce. L’insegnare, invece, ti cambia la vita — ma non nel modo in cui credi. Non perché ti senta “maestro”, ma perché ogni volta ti accorgi che il sapere, se non passa, si spegne. E allora lo riaccendi. Ogni mattina, in una forma nuova. Lo pieghi, lo spezzi, lo ricuci per farlo entrare negli occhi di chi ti ascolta. E nel farlo, lo impari davvero.
Feynman lo sapeva: non si capisce un concetto finché non si è capaci di spiegarlo con semplicità. E in quell’atto di spiegarlo — di renderlo vivo per un altro — si compie la meraviglia.
Lì la conoscenza smette di essere tua: diventa movimento, gesto, dono. Diventa esperienza che rimbalza, e ritorna indietro arricchita di uno sguardo nuovo.
Insegnare, in fondo, è una forma di amore. Per la materia, certo — ma soprattutto per l’idea che qualcuno, domani, saprà qualcosa di più grazie a te. E quella consapevolezza, anche nei giorni storti, basta a rimetterti in piedi. Perché non c’è lezione più grande di quella che impari mentre la stai donando.

…cullati dal suo abbraccio discreto

A cosa serve rincorrere la felicità, se essa è simile ad un soffio di vento, imprendibile per sua natura? Meglio lasciarla libera di accarezzarci il viso all’improvviso, portando con sé il profumo di luoghi lontani.
La vita non va aggredita, ma ascoltata; non è una preda da catturare, ma un dono da accogliere così com’è, con le sue tempeste e le sue bonacce. Anche quando ci sembra di brancolare nel buio, fidiamoci che la corrente ci sta conducendo verso rive più luminose.
I momenti difficili sono maestri esigenti che temprano il nostro spirito e ci insegnano l’arte della resilienza. Senza di essi, non sapremmo apprezzare la bellezza quando si palesa nei piccoli miracoli di ogni giorno: il primo caffè del mattino, il sorriso di un amico, il tramonto che infiamma il cielo.
La vera felicità sta nel condividere questi attimi di grazia, nel tessere legami sinceri, nel prendersi per mano anche quando la strada è impervia. Nessuno dovrebbe navigare da solo tra i flutti burrascosi dell’esistenza.
Siamo tutti sulla stessa zattera: aiutiamoci a remare all’unisono, godendoci il viaggio anziché braccare ostinatamente la destinazione. La meta è già qui, in ogni istante vissuto con gratitudine.
Apriamo il cuore alla felicità che ci arriva come brezza leggera, capace di sollevare lo spirito. Lasciamoci trasportare dalle sue correnti, senza pretendere di dirigerne il flusso. Sarà allora che potremo finalmente fluttuare insieme a lei, cullati dal suo abbraccio discreto.

Bravo, Critone…

La morte, una gran rogna che affligge allo stesso modo credenti e non credenti. I primi, bramosi di un’altra vita, sono talmente affezionati a questa che vorrebbero proprio essere gli ultimi a lasciarla, presentarsi alle porte dell’aldilà quando stanno già chiudendo bottega. Gli altri invece pensano al Nulla che verrà dopo e allora si attaccano disperatamente a questa valle di lacrime.
L’altro giorno il mio discepolo Critone, tutto shoccato da questi pensieri funesti, mi fa: “Maestro, come posso prepararmi a tirare le cuoia senza deprimermi?”. Una domanda mica da ridere.
Io ci rifletto un po’, poi gli rispondo che l’unico sistema è convincersi che, in fondo, siamo circondati da un mare di fessi. Perché altrimenti sarebbe proprio una mazzata lasciare un mondo dove i giovani se la spassano allegramente, gli scienziati credono d’aver capito tutto, i politici salvano l’umanità a parole, insomma dove tutti si credono chissà chi.
Meglio crepare con la certezza che l’umanità sia piena zeppa di somari patentati. Un gregge di disgraziati che non capiscono una mazza. Critone mi guarda perplesso e fa: “Ma questa convinzione da che parte sta, dalla saggezza o dalla follia? E quando va maturata?”.
“Piano piano Critone” gli dico. “Queste cose vengono da sé cogli anni. Per ora sii comprensivo coi difetti altrui. Poi verso i cinquanta comincerai a vedere le cose come stanno. E alla fine capirai che erano tutti ciucci, te compreso. Così potrai andartene sereno, senza rimpianti per questa valle di lacrime”.
Critone mi guarda sconsolato: “Maestro, ho come l’impressione che il fesso sia lei”. E io: “Bravo Critone, stai già assimilando la lezione”.

un embrione ibrido uomo-pecora

Altro piccolo passo verso la clonazione umana [*]. A pensarci, stavolta, gli scienziati dell’università della California Davis. Dopo quello dell’embrione di uomo e maiale, è stato creato in laboratorio, e presentato ieri alla stampa internazionale, un embrione ibrido uomo-pecora, in cui una cellula su 10.000 è umana. Ancora una volta, siamo dinanzi a una svolta nel corso dell’evoluzione della specie umana, almeno quanto l’invenzione dei primi utensili in ferro, e le possibilità che questa nuova scoperta lascia intravedere coinvolgono non solo i credenti, ma chiunque si ponga il problema di che cosa siano la vita, l’uomo, i limiti della scienza… Roba tosta, insomma, su cui vale la pena far riflettere gli esperti.
Sono però colpito dal tono fantascientifico che la discussione sta assumendo. Mi pare che si stia considerando la clonazione come riproduzione di un doppio assoluto di un individuo, nel senso che se clonassero Berlusconi ci troveremmo di fronte a un doppio problema di ineleggibilità, e se clonassero Renzi creeremmo invece un fastidiosissimo problema di iperproduzione di bile al collerico D’Alema. Brutta cosa, insomma.
Se pure la tecnica è nuova, la clonazione umana non farebbe altro che ritentare in grande e con attrezzature sofisticatissime quel che avevano tentato i nazisti, ovvero produrre attraverso sapienti incroci solo individui alti, biondi, sani e giovani (e quindi belli) al fine di arrivare ad avere un esercito di superuomini. Con un difetto, nient’affatto marginale: una comunità di superuomini con lo stesso patrimonio genetico sarebbe vulnerabile in blocco rispetto a un unico virus. Meglio insomma il vecchio sistema, in uso da tempo in molte organizzazioni, sapientemente messo in atto da Grillo e perfezionato in seguito dalla Casaleggio e Associati Srl: prendi gente con patrimoni genetici diversi, li sottoponi a un’educazione di ferro con lavaggio del cervello annesso, e li hai tutti di uno stampo. Tutti.
Ma veniamo al punto: che cosa si ottiene clonando un individuo? Supponiamo che un Dottore Capa Di Pazzo ritenga che io rappresenti il migliore campione della specie umana (ricordiamoci che è dottore, ma ha pur sempre una Capa Di Pazzo – con la P, si badi) e decida di clonarmi. Mi preleva una cellula somatica, la strizza, la guarda, la manipola, la coccola, la inietta e dopo nove mesi nasce un essere che ha il mio stesso patrimonio genetico. Ammettiamo che avrebbe occhi e capelli del mio colore, la mia stessa tendenza alla pinguedine, alla calvizie e la mia stessa predisposizione ad alcune malattie, la mia stessa preferenza per le materie scientifiche, e via discorrendo. Probabilmente la foto di questo Biagio Secondo all’età di un anno sul plaid scozzese tra i suoi giocattoli nuovi apparirebbe molto simile a quella scattata a me in quel lontano 1973.
Dopo di che le cose incomincerebbero a cambiare. Io sono stato allevato ed educato da due persone particolari appartenenti alla piccola borghesia in una paesotto della provincia italiana negli anni settanta e ottanta, ascoltando parlare certi parenti, amici, conoscenti, ho mangiato certe cose che si trovavano a quei tempi, ho respirato un’aria meno appestata di quella attuale, ma ho provato nell’infanzia l’esperienza di Chernobyl, sono stato educato nella religione cattolica, ho vissuto l’epoca dei robottoni alla televisione eccetera eccetera. Biagio Secondo potrebbe essere allevato da una famiglia protestante in Inghilterra, o da una famiglia di ebrei ortodossi a Gerusalemme, mangerà cose diverse, leggerà libri diversi, ascolterà altra musica, vedrà o non vedrà la televisione, si informerà con strumenti diversi, avrà accesso a nuove tecnologie, se si ammalerà sarà curato con sostanze chimiche diverse da quelle che hanno curato il mio morbillo e i miei orecchioni.
Giunto alla mia età che cosa sarà? Nessuno può dirlo, ma certamente sarà qualche cosa di assai diverso da me quale sono ora, forse un cardinale, forse un archeologo o magari un avvocato, o un drogato, o (dio non voglia) un grillino, o il proprietario di una taverna a Baltimora, o il successore di Di Maio, o il massimo esperto mondiale di filatelia.
Intorno alle elucubrazioni più o meno (fanta)scientifiche sulla clonazione c’è, di fondo, una forma di determinismo materialistico ingenuo assai, per cui il destino di una persona viene unicamente a definirsi a partire dal suo patrimonio genetico: condizioni iniziali in un processo a divenire retto da un sistema di equazioni più o meno già scritte. Come se non c’entrassero l’educazione, l’ambiente, i disguidi del possibile, la nutrizione, la iella (o il caso, come dicono i più bravi), il tipo di attività fisica, le coccole o le pantofolate distribuite senza parsimonia dai genitori…
Clonare esseri umani sarà un pessimo investimento per chiunque. Quale grande personaggio vorrebbe correre il rischio di perpetuarsi nei secoli dei secoli attraverso una caricatura? Tutto sommato, stringi stringi, è sempre più ragionevole (oltre che più divertente) fare figli col vecchio sistema.
E poi, se fosse vero che in una cellula c’è già tutto il nostro destino, perché varrebbe la pena di sbattersi così in questa vita?