La verità non serve più, se fa troppo poco rumore…

La comunicazione politica ha smesso da tempo di voler convincere. Convincere richiede una fatica antica: mettere in fila i fatti, rispettare la pazienza dell’altro, ammettere che tra un’idea e il suo contrario esiste uno spazio di responsabilità. Convincere significa ancora credere che l’interlocutore sia una coscienza, non un bersaglio.
Trump ha capito prima di molti che il mondo nuovo non chiede ragioni: chiede urti. Non cerca verità, ma combustione. Non premia chi dimostra, ma chi incendia. Il suo cinismo non consiste soltanto nel mentire; sarebbe quasi poco, ormai. Consiste nell’aver tolto alla menzogna il pudore della clandestinità. La bugia non entra più di nascosto, col passo felpato dell’imbroglio. Sale sul palco, si trucca da evidenza, sorride alle telecamere, pretende applausi. E quando viene smascherata non arretra: rilancia. È qui che la bestia si è evoluta.
Un tempo il potere falsificava per nascondere. Oggi falsifica per farsi vedere. Non vuole cancellare le tracce: vuole moltiplicarle. Ogni smentita diventa carburante, ogni indignazione una conferma di efficacia, ogni protesta un pezzo ulteriore della macchina. L’avversario, credendo di opporsi, viene arruolato. Si arrabbia, condivide, commenta, denuncia. E intanto porta acqua al mulino che avrebbe voluto fermare.
La comunicazione trumpiana non ha bisogno di essere creduta da tutti. Le basta dominare l’aria. Le basta occupare il giorno, imporre il tema, costringere gli altri a inseguire. È una forma di sovranità atmosferica: non governa soltanto le istituzioni, ma il tempo mentale di chi la subisce. Decide di cosa si parlerà, con quale tono, dentro quale rabbia. E poiché la rabbia è più veloce del pensiero, vince spesso prima ancora che il pensiero arrivi.
Il vero scempio non è la volgarità. La volgarità, in fondo, è solo il vestito. Il vero scempio è l’abolizione della vergogna come limite. La vergogna era una frontiera morale: non impediva agli uomini di mentire, ma almeno li costringeva a sapere che stavano mentendo. Ora anche quella frontiera è stata smantellata. Non esiste più il falso da nascondere, ma il falso da esibire; non il torto da giustificare, ma il torto da trasformare in prova di forza.
La bestia moderna non ringhia soltanto. Calcola. Sa che l’offesa viaggia meglio dell’argomento, che lo scandalo costa meno della competenza, che un contenuto indecente, se produce abbastanza reazioni, è già una vittoria. Non importa che una frase sia giusta. Importa che funzioni. Non importa che una notizia sia vera. Importa che morda.
E allora il punto non è più domandarsi se un uomo politico possa mentire. Il punto è capire che tipo di società nasce quando la menzogna smette di essere un difetto e diventa una tecnica. Quando la slealtà non compromette la reputazione, ma la rafforza presso chi la scambia per coraggio. Quando la brutalità viene venduta come franchezza, la prepotenza come autenticità, l’ignoranza come libertà dal sistema.
A quel punto non siamo più davanti a una semplice degenerazione del linguaggio politico. Siamo davanti a una mutazione antropologica della parola pubblica. La parola non serve più a nominare il mondo, ma a ferirlo. Non serve più a cercare una misura comune, ma a dividere il campo tra chi gode dell’umiliazione e chi resta ancora abbastanza umano da indignarsene.
La democrazia, però, vive di una lentezza che questa macchina disprezza. Vive di verifica, di memoria, di distinzione. Vive della possibilità di dire: questo è vero, questo è falso; questo è dissenso, questo è abuso; questa è forza, questa è ferocia. Quando queste distinzioni cedono, non crolla subito il palazzo. Prima si guasta l’aria. Poi si ammalano le parole. Infine gli uomini respirano veleno e lo chiamano libertà. Per questo la bestia non va soltanto denunciata. Va disinnescata. E il primo modo per disinnescarla è non concederle il nostro sistema nervoso. Non regalarle ogni volta la nostra indignazione come fosse moneta fresca. Non confondere la reazione con la resistenza. Certe volte il potere non teme l’urlo degli avversari: lo aspetta, lo misura, lo monetizza, lo usa come prova della propria necessità.
Occorre tornare a una forma più alta di sobrietà: non il silenzio vile di chi si ritira, ma il silenzio vigile di chi non si lascia addestrare. Occorre opporre alla velocità del fango la pazienza della precisione. Alla provocazione, il giudizio. Alla ferocia, la distinzione. Alla menzogna che luccica, la verità che resta. Perché la verità, a differenza della menzogna, non ha bisogno di diventare virale per esistere. Ma ha bisogno di uomini che non si vergognino più di difenderla.

Fa’ la ninna…

Fa’ la ninna, cocco bello, finché dura ‘sto macello, fa’ la ninna, che domani rivedremo li sovrani […] senza l’ombra de un rimorso, ce faranno un ber discorso su la pace e sur lavoro pe’ quer popolo cojone risparmiato dar cannone.


— Trilussa

Per parlare della guerra, Trilussa sceglie la forma più disarmata che esista: una ninna nanna. Non il discorso in Parlamento, non l’editoriale indignato, non il manifesto pacifista. Una madre (o un padre) che culla un bambino e gli promette il sonno. Il gesto più antico e fragile del mondo. È lì che piazza la sua bomba. La struttura è quella rassicurante: “Ninna nanna, nanna ninna…”, il ritornello che tutti conoscono. Ma appena ti avvicini alle parole, la coperta si strappa: invece del mondo dolce delle fiabe, compaiono Farfarello, Gujermone, Ceccopeppe, “le zeppe d’un impero mezzo giallo e mezzo nero”. Il bambino non lo sa, ma il lettore sì: quella ninna nanna è un travestimento. Non serve a nascondere la guerra: la smaschera. Il gesto centrale della poesia è tutto in quel verso: “ché se dormi nun vedrai tante infamie e tanti guai”. Il bambino viene protetto dalla vista del male, ma noi, che leggiamo, veniamo inchiodati davanti allo spettacolo. Mentre al “pupetto” si chiede di chiudere gli occhi, il poeta ci invita ad aprirli bene: sulle “spade e li fucili de li popoli civili”. L’aggettivo è una coltellata: i popoli “civili” che si scannano sono la smentita vivente di tutta la retorica sul progresso, sulla cultura, sulla civiltà che dovrebbe renderci migliori. Più che un ossimoro, è un verbale di contraddizione.
La ninna nanna, tradizionalmente, è l’arte di addolcire la paura. Qui invece Trilussa fa l’opposto: usa la dolcezza per rendere la paura più nitida. Nelle strofe successive, il bersaglio si chiarisce: “la gente che se scanna per un matto che comanna”. Bastano due parole, “matto” e “comanna”, per demolire in un colpo solo il prestigio dell’uomo al comando. Il capo non è il padre della patria: è un folle a cui si è consegnato il potere di decidere chi vive e chi muore. E, come se non bastasse, questo massacro viene nobilitato “a vantaggio de la razza o a vantaggio d’una fede per un Dio che nun se vede, ma che serve da riparo ar Sovrano macellaro”. La teologia ridotta a paravento, il sacro usato come tenda dietro cui il boia si asciuga le mani. Non c’è rabbia urlata, c’è una calma lucidità che fa più male di qualunque invettiva. Poi Trilussa fa un passo ulteriore: toglie alla guerra anche l’ultima giustificazione romantica, quella del coraggio, dell’onore, del sacrificio. Non è neppure questo. È “un gran giro de quatrini che prepara le risorse pe li ladri de le Borse”. È la definizione più spietata e moderna che si possa immaginare: la guerra come gigantesca macchina economica, come occasione perfetta per chi guadagna senza sporcarsi le mani. Il sangue diventa voce di bilancio, la carne macellata si traduce in dividendi. Il contrasto tra il tono cantilenante della ninna nanna e il cinismo di questo meccanismo è talmente forte che quasi fa ridere, ma è una risata che resta strozzata. L’ultima strofa è, forse, la più amara. Finito “sto macello”, i sovrani torneranno a scambiarsi cortesie, “boni amichi come prima”. “So’ cuggini e fra parenti nun se fanno comprimenti”. La parentela dinastica, il club chiuso di chi comanda, sopravvive a tutto: ai morti, alle trincee, alle vedove, ai mutilati. I rapporti personali si ricompongono in fretta, senza “l’ombra d’un rimorso”. A quel punto, per completare la farsa, servirà solo un “ber discorso su la Pace e sur Lavoro”, rivolto a “quer popolo cojone risparmiato dar cannone”. Il popolo salvato non è onorato: è insultato. Cojone perché ci ricascherà, perché si lascerà di nuovo incantare dalla retorica, dalle medaglie, dalle celebrazioni. Perché ascolterà ancora, docile, la prossima “ninna nanna”. La grandezza di Trilussa sta proprio qui: non nella denuncia generica della guerra (quella, in fondo, l’hanno fatta in tanti), ma nello sguardo lucidissimo su tre punti che restano drammaticamente attuali. Primo: la distanza tra chi decide e chi muore. Secondo: l’uso sistematico di Dio, della razza, dell’ideale come copertura morale. Terzo: la trasformazione della guerra in affare, in “giro de quatrini”. E tutto questo senza proclami, senza toni apocalittici: in romanesco, in rima, con quel tono mezzo serio e mezzo sorridente che rende la verità più sopportabile e, proprio per questo, più efficace.
Leggere oggi questa ninna nanna, sapendo quello che il Novecento ha visto e quello che ancora vediamo, fa uno strano effetto. Sembra una poesia scritta ieri, solo con il lessico di allora. I “ladri de le Borse” hanno cambiato strumenti, i “matti che comanneno” usano altri social e altre parate, ma la dinamica resta inquietantemente simile. E intanto, da qualche parte, ci sarà sempre un bambino da addormentare, da proteggere dall’“infamie e tanti guai” del mondo dei grandi.
Forse, alla fine, la domanda che Trilussa ci lascia è semplice e insopportabile: vogliamo essere il “popolo cojone” che si lascia raccontare sempre la stessa favola, o siamo disposti a restare svegli, anche quando fa male, anche quando sarebbe più comodo chiudere gli occhi e farsi cantare una ninna nanna? La poesia finisce, il ritmo si spegne, ma quella domanda resta lì, a dondolarci nella testa molto più a lungo di qualsiasi melodia.

dulce bellum inexpertis…

Quando alla sera scorri le notizie, la guerra arriva in casa tua in silenzio. Non sfonda porte, non abbatte muri: entra dallo schermo, con il volume abbassato, tra una pubblicità di detersivi e una di auto ibride. Facce sfocate, mappe stilizzate, frecce rosse che avanzano, numeri di morti ridotti a grafico. Tu resti seduto sul divano, un po’ più in là dal cuscino, come se bastasse quel mezzo metro in più per tenerti al sicuro. È in quella distanza che la guerra diventa sopportabile. È lì che, ancora oggi, sembra “dolce a chi non la conosce”: dulce bellum inexpertis, annotava Erasmo cinque secoli fa, pensando ai ragazzi mandati al fronte da uomini che la guerra non l’avrebbero mai vista da vicino. Dolce per chi la guarda da lontano, per chi la racconta, per chi la usa come cornice eroica ai propri discorsi virili. Amara, senza aggettivi, per chi la subisce. I potenti lo sanno benissimo. Machiavelli ci aveva avvertiti: gli uomini, in generale, giudicano più con gli occhi che con le mani; tutti vedono quello che sembri, pochissimi sentono quello che sei. Così, davanti alle telecamere, si parla di “operazioni mirate”, “missioni di pace”, “interventi umanitari”. La parola “guerra” arriva sempre per ultima, quando è già troppo tardi, quando ormai il lessico è stato addomesticato a sufficienza da renderla quasi ragionevole. La verità è che la guerra ha bisogno di cosmetica più di qualsiasi altra cosa. Una guerra che si mostrasse per quello che è – fame, amputazioni, odore di carne bruciata, case vuote con i piatti ancora a tavola – sarebbe politicamente ingestibile. Allora si lavora sugli schermi, sui discorsi, sui comunicati. Si ripulisce il sangue con la sintassi, si asciugano le lacrime con la punteggiatura. E noi, seduti sul divano, ci accontentiamo del montaggio: qualche immagine “forte”, purché non troppo forte da rovinarci la cena.
Erasmo, che non era un ingenuo, non giocava al pacifismo da salotto. Guardava l’Europa del suo tempo sventrata dalle guerre e metteva in bocca alla Pace una domanda che suona ancora terribilmente attuale: come si può predicare l’amore e praticare lo sterminio? Il suo paradosso più famoso è di una lucidità quasi offensiva per la nostra epoca: “La pace più svantaggiosa è meglio della guerra più giusta”.
Una frase che oggi, in tempi di slogan urlati e di tifoserie geopolitiche, suona quasi scandalosa. Eppure il punto è che la pace, quella vera, non è mai elegante, non è mai pulita, non è mai perfetta: è fatta di compromessi, frustrazioni, ingiustizie parziali, accordi imperfetti. Ma lascia vivi gli esseri umani. La guerra no.
Machiavelli, dal canto suo, ci ricorda che “non c’è modo di evitare la guerra: si può solo rimandarla a vantaggio di altri”. Frase abusata per giustificare ogni intervento armato, ma che, letta senza furori bellici, somiglia più a un avvertimento che a un incitamento: se trasformi ogni problema in un conflitto da vincere, finisci per vivere in uno stato di guerra permanente, interna ed esterna. È una diagnosi, non una ricetta di vita. In mezzo, tra Erasmo e Machiavelli, ci siamo noi. Noi che ci diciamo “contro la guerra” purché il nostro conto in banca resti al riparo dalle conseguenze, purché il prezzo del carburante non salga troppo, purché il dolore resti oltre il confine, oltre il mare, oltre il telegiornale delle venti. Un pacifismo a bassa intensità, che non costa niente e infatti vale pochissimo. La pace, se prendiamo sul serio chi la pensava quando le piazze erano ancora piene di armature, non è un sentimento ma un mestiere. È diritto internazionale, è educazione, è fatica di parole al posto dei proiettili, è istituzioni costruite apposta per rallentare l’istinto di chi vuol “risolvere” con le armi ciò che non sa affrontare con il pensiero. È la scelta deliberata di non trasformare ogni torto in casus belli, ogni paura in bersaglio, ogni confine in trincea. La guerra, al contrario, è facilità. È la scorciatoia di chi non ha più argomenti. Non richiede immaginazione, richiede solo tecnologia. È il luogo in cui l’intelligenza smette di creare possibilità e comincia a fabbricare armi. E alla fine, quando i numeri delle vittime saranno diventati abbastanza grandi da non stare più in un servizio di cronaca, qualcuno citerà Erasmo per l’ennesima volta: “Dalla guerra è più difficile venir fuori che da qualsiasi altra cosa”.
Poi si ricomincerà, altrove.
Forse il minimo che possiamo fare, noi che la guerra la guardiamo soltanto filtrata da uno schermo, è smettere di lasciarci sedurre dalla sua estetica. Non chiamare “necessario” ciò che è solo comodo per chi comanda. Non confondere il coraggio con l’obbedienza cieca. Non usare la parola “pace” come pausa tra due bombardamenti.
Un giorno, quando scorrerai ancora le notizie alla sera, ti capiterà forse di ricordare che qualcuno, secoli fa, provò a dirci che la guerra piace solo a chi non la conosce e che persino la pace più storta è preferibile al più “giusto” dei massacri. Quel giorno, invece di cambiare canale, potresti almeno fare una cosa piccolissima e ostinata: non crederci più sulla parola, a chi ti chiede armi promettendo future paci splendenti. Guardare dietro l’apparenza, oltre le luci dello studio televisivo, verso quelle ombre che la regia non inquadra mai. È da lì che bisognerebbe cominciare a essere pacifisti: non dall’hashtag, ma dallo sguardo.

…il palcoscenico del diavolo.

In guerra non c’è spazio per la verità, il linguaggio della guerra è la menzogna, il palcoscenico del diavolo.

Cicatrici della Terra: memoria e grazia a Sant’Anna di Stazzema

A Sant’Anna, dove il tempo sembra essersi fermato in quell’istante terribile dell’agosto 1944, la terra conserva una memoria dolorosa. L’aria vi porta ancora l’eco di un pianto soffocato, il sussurro di preghiere inascoltate, il gemito della disperazione.
Non si tratta di mere parole, ma di una voce che proviene dal profondo dell’anima, un richiamo all’umanità, un monito silenzioso. Il racconto di chi ha vissuto quell’orrore diviene un delicato affresco di una realtà incomprensibile, una narrazione tanto cruda quanto poetica.
La grazia emerge nelle piccole cose, nella cura amorevole di chi ha cercato di sanare le ferite, nel calore di un raggio di sole che ha baciato una pelle martoriata, nel ritorno di un padre creduto perduto. La leggerezza è nell’andare avanti, nel portare i figli lungo i sentieri della memoria, nel trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza di un passato che deve essere ricordato senza rancore.
La profondità di pensiero si ritrova nel legame indissolubile con quei luoghi, nel rito del ritorno che non è soltanto un dovere, ma un’esigenza dell’anima, una ricerca di verità che va oltre il dolore e l’ingiustizia.
La guerra si è ritirata, ma ha lasciato dietro di sé una traccia indelebile, una cicatrice nella terra e nelle persone. Eppure, anche in mezzo all’atrocità, vi è spazio per la bellezza, per la vita che continua a germogliare, per l’amore che non si arrende.
Sant’Anna non è un luogo dimenticato, è un simbolo eterno di ciò che può succedere quando perdiamo di vista la nostra umanità. Eppure, è anche un monito all’amore, alla compassione, al perdono. Un luogo dove la storia non è soltanto passato, ma continua a vivere nel presente, insegnando a ogni generazione il valore della memoria, della riflessione, della gentilezza.

La libertà di stampa…

In un contesto di guerra, il giornalismo rappresenta il baluardo della verità, svelando l’aspetto più crudo dei conflitti direttamente dal fronte. Tuttavia, l’attuale invasione russa dell’Ucraina ha creato una situazione complessa che vede i giornalisti in un delicato gioco di equilibri con il governo ucraino.

La rivelazione è giunta da Ben Smith, una figura di spicco nel panorama giornalistico internazionale, che ha segnalato una tensione latente tra i giornalisti e l’amministrazione ucraina. La tattica adottata dal governo di Kiev per mantenere il controllo sulla narrazione del conflitto si è manifestata nell’uso strategico delle accreditazioni stampa. Queste credenziali, essenziali per la libera circolazione e l’operatività dei giornalisti, possono essere revocate o negate se la resocontazione dei fatti non corrisponde alle aspettative del governo.

Tale dinamica non ha risparmiato nemmeno i media locali, come dimostra il caso del sito ucraino Hromadske. Eppure, le voci di protesta sono rimaste per lo più sottotono, alimentate dalla paura di suscitare reazioni ancora più severe da parte del governo ucraino.

Si potrebbe essere inclini a comprendere le azioni del governo ucraino, in vista dell’aggressione di un avversario molto più grande e noto per la sua politica di manipolazione mediatica, come la Russia. Tuttavia, un comportamento scorretto non può essere giustificato dalle circostanze o dalle intenzioni.

La giornalista ucraina Nastja Stanko ha ricordato l’importanza fondamentale dei giornalisti in grado di documentare onestamente gli eventi sul terreno. Questa consapevolezza potrebbe non essere diffusa in tutto l’apparato militare ucraino, ma è vitale per preservare la trasparenza e l’integrità del giornalismo di guerra.

In un’epoca in cui le notizie false possono diffondersi con velocità vertiginosa, creando una narrativa distorta, l’importanza di un giornalismo accurato e onesto diventa ancor più cruciale. La libertà di stampa non dovrebbe essere un ostaggio della guerra, ma un antidoto alla manipolazione e alla disinformazione. Solo attraverso la salvaguardia di questa libertà, la verità non sarà la prima vittima del conflitto, ma una luce che guida verso la risoluzione della guerra.

…una memoria che non può essere dimenticata e che continua a risuonare nelle nostre vite.

Sul crinale dell’Appennino emiliano, tra le brume invernali e le nevi che ricoprono la terra come un lenzuolo immacolato, s’innalza la voce di una storia che profuma di umanità e di dolore, una storia che racconta la vita di Martina e della sua gente nel cuore della seconda guerra mondiale. “L’uomo che verrà” è un canto d’amore alla terra, un inno alla vita che resiste e che si rinnova nonostante il turbine della guerra che avvolge il paese come un fiume in piena.

Le immagini del film, come tratti di matita su carta, disegnano con delicatezza e precisione i contorni di un mondo rurale che vive al ritmo delle stagioni e delle fatiche quotidiane: le mani che lavano i panni, le dita che intrecciano le ceste, la lama che squarcia la carne del maiale. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni sospiro è parte di un mosaico che racconta la vita contadina e il suo fragile equilibrio, sospeso tra la tenerezza e la brutalità degli eventi storici.

La regia di Diritti, come un sarto che cuce con cura il tessuto della narrazione, si adagia sulle spalle dei suoi personaggi, molti dei quali interpretati da volti autentici e non professionisti, e li accompagna nei loro percorsi di dolore e di speranza. Le voci, i silenzi e i sussurri di Martina e dei suoi compagni di viaggio creano una sinfonia di umanità che risuona nelle valli e nelle colline dell’Appennino, un canto di resistenza e di rinascita che si leva contro l’oscurità della guerra.

Nella colonna sonora, le note di Marco Biscarini e Daniele Furlati si fondono con le immagini e le emozioni del film come gocce d’acqua che si uniscono a formare un fiume impetuoso e indomabile. La musica accompagna il racconto e si insinua nel cuore dello spettatore, come un respiro profondo e ininterrotto che lega il passato al presente e l’uno all’altro.

L’ombra della strage di Marzabotto si stende sul paesaggio come un sipario di piombo, eppure la luce della vita e della resistenza non si spegne mai del tutto, neppure nei momenti più bui. La figura eroica e coraggiosa di don Fornasini, il parroco che protegge e soccorre i suoi fedeli nel cuore della tempesta, è un faro che guida Martina e gli altri sopravvissuti attraverso il buio, una stella che brilla nel firmamento della memoria e che illumina ancora oggi le pagine di questa storia.

“L’uomo che verrà” è un film che sa parlare all’anima, che sa toccare le corde più profonde dell’umanità e che sa raccontare con passione e sensibilità la storia di un popolo che lotta e si rialza, come un albero che sfida il vento e si radica ancor più saldamente nel terreno. Nelle pieghe di questo racconto, si ritrovano le tracce di un passato che ancora ci interpella, di una memoria che non può essere dimenticata e che continua a risuonare come un eco nelle nostre vite.

La vicenda di Martina, della sua famiglia e dei suoi vicini diventa così il simbolo di un’intera comunità, di un popolo che, nonostante la violenza e la ferocia della guerra, non smette di cercare il calore dell’amore e della solidarietà. La rinascita di Martina, la sua lenta riconquista della parola, è il segno di un’umanità che non si arrende e che trova, nelle sue radici e nelle sue tradizioni, la forza per guardare avanti e per tessere un nuovo inizio.

Le colline emiliane, con i loro colori e i loro profumi, diventano il palcoscenico di una storia che è, al tempo stesso, universale e intimamente personale. La natura si fa specchio delle emozioni e delle vicende dei personaggi, riflettendo le loro paure e le loro speranze, i loro desideri e le loro rinunce.

“L’uomo che verrà” è un film che, in uno stile evocativo e lirico, riesce a toccare le corde dell’anima e a far riflettere sulle conseguenze della guerra, sulla tenacia della vita e sulla responsabilità di non dimenticare il passato. È un’opera che si fa custode di una memoria collettiva e che, con la sua voce, si unisce al coro delle storie che ancora oggi risuonano nelle valli e nelle montagne dell’Appennino, come un canto di speranza e di resistenza, di dolore e di rinascita.

Ecco, sì, proprio il Matteo di cui sopra…

Avete presente Matteo Salvini? (Per il quale «servirebbero quattro mesi di servizio militare per insegnare ai nostri ragazzi l’uso delle armi», per il quale contro gli immigrati «i confini ci sono e vanno difesi anche con le armi», per il quale «in Siria e in Libia serve l’intervento militare e chi dice di no è un senza palle: con i tagliagole bisogna intervenire militarmente e massicciamente», per il quale «il modello è la Svizzera dove un cittadino su due è legittimamente armato e dove ogni cittadino ha la possibilità di difendersi», per il quale – ricordo bene ‘sta dichiarazione, perché la fece ispirandosi a un fatto violento avvenuto a Frattamaggiore – per il quale, dicevo, «se io vengo aggredito o minacciato nella mia azienda, nel mio negozio, nella mia casa ho il diritto di difendermi», anche con le armi perché «la difesa è sempre legittima», per il quale «se ti trovi una o più persone in casa alle tre di notte, mascherate, sono a casa tua e violano la proprietà privata, che cosa fai prima di sparare, gli chiedi se hanno una pistola?», per il quale se spari a un rapinatore «e se il rapinatore ci rimane, nella prossima vita farà un altro lavoro», per il quale «se si ha il porto d’armi è normale andare in giro armati e difendersi»)… Ecco, sì, proprio il Matteo di cui sopra, viene a dirci, con viso preoccupato e pensoso – e già ‘sta cosa, detta così, fa ridere -, che, per aiutare l’Ucraina invasa dai carrarmati di Vladimir Putin, lui «fatica a parlare di armi con leggerezza».

[…]

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In questi tempi dalla velocità incontrollata, con le migliaia di immagini atroci che, con violenza, ci vengono sbattute in faccia dalla Siria, ho paura che (anche) questa fotografia [*] sarà presto dimenticata.
Fingere di non sapere la realtà è un trucco del cervello per non impazzire. Quando la realtà poi è quella raccontata dalla foto di un bambino non può che generare impotenza. Vorresti fare qualcosa, oltre a commuoverti, ma non sapendo che cosa, pur di non soffrire fingi di dimenticare. In modo vergognoso e inquietante.
Ancora una volta questo probabile oblio ci deve far riflettere sulla nostra relazione con la memoria e quindi con la storia. Una riflessione terribile.