…una forma di amore.

If you want to master something, teach it. The more you teach, the better you learn.
Teaching is a powerful tool to learning.

Richard Feynman

Ci sono mestieri che ti cambiano la mente, altri che ti cambiano la voce. L’insegnare, invece, ti cambia la vita — ma non nel modo in cui credi. Non perché ti senta “maestro”, ma perché ogni volta ti accorgi che il sapere, se non passa, si spegne. E allora lo riaccendi. Ogni mattina, in una forma nuova. Lo pieghi, lo spezzi, lo ricuci per farlo entrare negli occhi di chi ti ascolta. E nel farlo, lo impari davvero.
Feynman lo sapeva: non si capisce un concetto finché non si è capaci di spiegarlo con semplicità. E in quell’atto di spiegarlo — di renderlo vivo per un altro — si compie la meraviglia.
Lì la conoscenza smette di essere tua: diventa movimento, gesto, dono. Diventa esperienza che rimbalza, e ritorna indietro arricchita di uno sguardo nuovo.
Insegnare, in fondo, è una forma di amore. Per la materia, certo — ma soprattutto per l’idea che qualcuno, domani, saprà qualcosa di più grazie a te. E quella consapevolezza, anche nei giorni storti, basta a rimetterti in piedi. Perché non c’è lezione più grande di quella che impari mentre la stai donando.

L’ordine nascosto delle cose…

Non c’è niente di veramente isolato al mondo. Ogni cosa, se la osservi abbastanza a lungo, rivela un legame: una causa che non è mai prima, un effetto che non è mai ultimo. Anche noi, quando pensiamo di essere soli, in realtà siamo un punto dentro una trama più vasta, un nodo momentaneo in una rete che ci attraversa. La vita non è una linea retta: è un sistema di relazioni che si muove, si piega, si disfa e si ricompone.
Tutto accade nello spazio tra le cose. Non siamo materia solida, ma confine che vibra. La nostra identità non è un centro: è un equilibrio dinamico tra ciò che riceviamo e ciò che restituiamo. Forse per questo nessuno sa mai davvero chi è, ma solo chi è diventato in presenza di qualcuno. Ci definiamo per risonanza, come strumenti che si accordano l’uno sull’altro.
Abbiamo un vizio antico: quello di cercare la certezza. La trattiamo come un talismano, un rifugio contro la paura. Ma la certezza è una forma elegante di immobilità. Ti protegge, sì, ma ti impedisce di cambiare direzione. È il pensiero che si chiude per non cadere, e così smette di volare. Il dubbio, invece, è una forma di movimento: non consola, ma fa respirare.
Ogni tanto confondiamo il conoscere con l’avere ragione. Discutiamo per prevalere, non per capire. Ma convincere qualcuno non è mai un atto di intelligenza: è una vittoria sterile. L’ascolto, quello vero, è l’unico modo per spostare il confine del proprio sapere. Non per bontà, ma per precisione. Ascoltare è un atto scientifico: significa accettare che anche l’altro possa avere un frammento del mondo che ci manca.
Viviamo in un tempo che semplifica tutto. Riduce, divide, etichetta. Ma la realtà — quella vera — è disordinata, piena di sfumature, di mezze verità che convivono. La semplificazione ci rassicura e al tempo stesso ci tradisce: ci fa credere di capire, quando in realtà stiamo solo eliminando ciò che non entra nello schema. La complessità, invece, ci obbliga a pensare meglio. È faticosa, ma è l’unica onestà possibile.
E poi, gli errori. Li trattiamo come macchie da cancellare, quando invece sono le uniche impronte che ci raccontano davvero. Ogni errore è un dato, una coordinata sulla mappa della nostra esperienza. Senza sbagliare non si impara nulla. Senza inciampare non si misura il terreno.
Perfino la morte, se la togli dal mito della fine, è solo un passaggio di stato. Non è l’assenza, ma una trasformazione. Ciò che abbiamo toccato, amato, insegnato, resta in circolo, si diffonde in altri. Non è immortale chi non muore: è immortale chi continua a produrre effetti.
Forse il senso sta tutto qui: non nel cercare la verità definitiva, ma nel restare in ascolto del mondo mentre cambia. Accettare che nulla è stabile, ma tutto comunica. La vita è un esperimento aperto, non un teorema risolto.
Ogni tanto bisognerebbe ricordarselo: non siamo sostanza, siamo relazione. Non centro, ma traiettoria. E ciò che ci salva, ogni volta, è questa fragile e meravigliosa capacità di entrare in risonanza — di lasciarci cambiare senza perderci.

‘a cazzimma…

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Dapprima i fatti: lunedì scorso, in una giornata gelida e persino nevosa e a qualche ora dall’atteso posticipo di campionato tra il Napoli a caccia dell’agognato terzo scudetto della sua storia e il Cagliari, un misterioso virus ha colpito quindici conducenti-operatori di stazione, tre caposervizio e tre manutentori della funicolare di Mergellina costringendo, di fatto, l’Anm a sospendere il servizio che collega la zona collinare con la parte bassa della città ‘e Pulecenella.
È possibile anticipare, con trascurabile margine di errore potenziale, come evolverà la vicenda di questi lavoratori assai cagionevoli di salute. La prima fase (quella in corso) è quella dell’indignazione: titoli di giornale a gridare lo scandalo, opinionisti che dicono che la misura oramai è colma, invocazione di drastiche sanzioni, l’immancabile sfuriata del Sindaco, raffica di post di utenti indignati per il disservizio, una valanga di tweet dei responsabili che promettono tempesta e fulmini sui furbi, fine dei privilegi e pretesa del rispetto delle regole contrattuali. Seconda fase (anche detta delle intenzioni virtuose): passata la sfuriata e dopo ragionate e ponderate valutazioni si annunciano sanzioni meno drastiche di quelle paventate nella prima fase, ma comunque di una certa severità, nuovi tweet dei dirigenti; sit-in (con tanto di inviato della D’Urso) di lavoratori che protestano per l’ingiustificata campagna di discredito, spiegano quanto è duro il loro lavoro, denunciano le situazioni precarie in cui operano ogni giorno, invitano, alla fine, a non fare di tutta l’erba un fascio. Terza fase (detta anche della Realpolitik): preso atto delle istanze sindacali, sottolineata la delicata situazione economica, viste le precarie condizioni opertive, considerata la nuova disponibilità manifestata dalla categoria, rientrano quasi tutte le misure annunciate; scompaiono i tweet apocalittici dei dirigenti, così come scompaiono le lamentele degli utenti (ormai incazzati per altre e più cogenti problematiche insorte); da Vespa, in una sorridente carrellata sulle usanze partenopee, si evoca quanto sia popolare, a Napoli, la cazzimma.

Emergenza caldo.

Più opprimente del caldo ci sono solo i servizi dei telegiornali sul caldo. È una moda oramai: si intervistano uno o più esperti (o sedicenti tali) che spiegano che è consigliabile, causa la calura estiva, non fare sforzi fisici, indossare vestiti leggeri e chiari, mangiare frutta, bere acqua e – udite, udite – non uscire di casa nelle ore più calde della giornata. E io che m’ero messo in testa che col caldo fosse opportuno uscire alle 14:00 col cappottino di cachemire scuro dopo aver mangiato trippa; così, giusto per il gusto di farmi una bella corsa intorno all’isolato!
È misteriosa la recondita ragione che espone persone rispettabilissime, quali sono gli esperti (o sedicenti tali), all’emissione di fiato, e addirittura alla compitazione in italiano forbito di intere frasi sintatticamente corrette, senza che questo sforzo corrisponda al benché minimo significato. Se poi si pensa che a corredo di tale sforzo ci sono un cameraman, un tecnico audio e un giornalista e, di solito, un autista disposti a spostarsi per registrare il consiglio dell’esperto che raccomanda di bere quando si ha sete, allora si oscilla tra lo sgomento per un così alto spreco di energie (con questo caldo, poi) e l’incredulità per una società che riesce a dare lavoro comunque, e a qualunque costo, a uomini e donne altrimenti destinati non dico all’inedia ma a un sacrosanto ‘sti cazzi!

Detto senza grazia…

Il reddito di cittadinanza è proposta discutibile ma importante. Si parla di 780 euro al mese per chi non ha altri redditi o — per chi ha un reddito inferiore — una parte di questi fino al raggiungimento di tale cifra. Riguarda, nei fatti, la dignità delle persone e pone l’accento sul pauroso differenziale in atto tra reddito e lavoro.
Tralascio la questione della sostenibilità della spesa per le già malandate casse statali ché, nei fatti, interessa qui esporre un principio. Tralascio anche la brutalità — tipica dell’omuncolo — con cui il solito Salvini s’è espresso, parlando di “elemosina di Stato”. Appunto qui solamente un’obiezione, discussa e presa in seria considerazione nei paesi a forte tradizione capitalistica, riguardo all’argomento. Perché — detto senza grazia — un giovane disoccupato dovrebbe farsi il mazzo tanto a cercare un lavoro (i cui guadagni vanno tassati) quando può starsene comodamente a casa e percepire i suoi 780 euro netti, esentasse?