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Sciascia, Porfirij, Colombo e la cortesia della ragione…

Ci sono libri-teorema. Funzionano come quelle formule che, una volta scoperte, non si esauriscono nella loro eleganza: generano corollari, metodi, prassi. Sciascia, riscrivendo il Candido di Voltaire, lo sapeva: un’opera originale non finisce, prolifera — come in geometria una relazione elementare diventa strumento di lavoro. Delitto e castigo è uno di questi libri-teorema: il Pitagora della colpa. Da lì in poi, l’ipotenusa non è più una linea; è un percorso narrativo che tutti riconoscono anche senza averlo studiato sul testo. La struttura è rigorosa: al lettore si concede l’informazione decisiva, il “colpevole”; ciò che resta da dimostrare non è chi ha ucciso, ma come la verità arriva a dirsi. Porfirij Petrovič inaugura un metodo che sembra strampalato e invece è esatto: non insegue, avvicina; non incastra, accompagna; non oppone, insiste. È una dimostrazione per assurdo applicata alla coscienza: si suppone l’innocenza e, dialogo dopo dialogo, se ne fanno emergere le contraddizioni fino a rendere la confessione l’unica soluzione coerente del sistema. Il Tenente Colombo è il discendente più fedele di questo teorema. La sua apparente distrazione è tecnica d’induzione: caso base, un dettaglio minimo (“solo un’ultima cosa…”); passo induttivo, una serie di ritorni che aggiungono un epsilon di prossimità ogni volta. La sequenza converge: lo spettatore vede la somma parziale delle domande tendere al limite — la resa. Non c’è colpo di scena, c’è la maturazione di un risultato previsto, come l’ipotenusa che esce pulita dalla somma dei quadrati. In questa geometria morale l’investigatore non è un segugio ma un geometra dell’anima: misura distanze, piega gli angoli, costruisce triangoli di intimità dove il colpevole tenta solo rettilinei di fuga. La confessione non è una vittoria della forza; è la soluzione naturale di un problema ben posto. Per questo Delitto e castigo non si “cita”: si usa. Ogni episodio in cui sappiamo già “chi” e aspettiamo solo “come” è una riscrittura implicita del teorema originario. E allora sì, chi non ha letto Dostoevskij, in un certo senso, lo ha già letto: perché la formula è entrata nei gesti, nei tempi, nelle attese del nostro guardare storie.
Resta una lezione per noi, fuori dalla pagina: non tutte le verità si trovano; molte si lasciano dimostrare. Serve un metodo paziente, una prossimità che non molla, la capacità di far spazio al risultato finché è il risultato a riconoscersi. In fondo, tra Porfirij e Colombo passa la stessa, ostinata cortesia della ragione: la fiducia che, se costruiamo bene il problema, la soluzione avrà il coraggio di venire.

…tra il reale e l’immaginario.

Ferdinando Scianna, radici in terra di Sicilia, nato nel ’43 a Bagheria, si è tessuto un nome nella trama dei fotografi italiani più stimati. Dal giornalismo, si è piegato alla fotografia, primo italiano a calcare il palco della Magnum Photos nel ’82.

Scianna, con l’obiettivo, abbraccia le facce del mondo: la guerra raccontata, il volto ritratto, la moda disegnata. Lui, l’umanista che coglie l’ombra e la luce della realtà sociale, che traccia l’essenza dei suoi soggetti in un dettaglio, in un gesto, in uno sguardo.

Le sue immagini sono poesie che parlano di noi, dell’umanità, del tragico e del comico della vita, della memoria, della storia. Scianna guarda la sua Sicilia, ne sente il profumo, ne esplora i contrasti, le sfaccettature, la mette in luce.

Leonardo Sciascia, scrittore che ha tracciato solchi profondi nella letteratura italiana del Novecento, è per Scianna una figura guida, un faro nella notte, un amico. Da lui prende e assimila, si nutre e cresce.

Scianna guarda con occhi che sanno ascoltare, che sanno fare della luce una storia, della lente una penna. Dipinge con il chiaroscuro delle sue immagini, costruisce ponti tra il visibile e l’invisibile, tra il qui e l’altrove, tra il reale e l’immaginario.

E così, nell’opera di Scianna, vediamo una danza tra generi fotografici, un impegno sociale che diventa inchiostro, uno sguardo che, affondato nella realtà, si fa sentire, si fa comprendere, si fa empatia.

Il preside…

Il preside quasi sempre appariva in cima alla scala nel momento in cui la nostra vociante orda si avventava a salirla: e la sua apparizione bastava a spegnere le voci e la corsa. Si chiamava Luigi Monaco. Ne ho un ricordo talmente vivo e profondo che sempre mi capita di confrontare a lui ogni persona severa e serena, veramente colta, veramente giusta, veramente ragionevole che (raramente) incontro. Ci conosceva uno per uno, con inflessibile ma al tempo stesso indulgente giudizio. I suoi rimproveri, le sue arrabbiature, suscitavano in noi contrizioni e rimorsi. Non riuscivamo nemmeno fra noi a fingere spavalderia, dopo un suo rimprovero. (L’ho ritrovato – amico ma sempre, per me, ‘il preside’ – dopo gli anni di scuola, quando cominciai a scrivere e poi a pubblicare: e il nostro incontro di ogni sera, nell’angolo di una libreria, quando lui è morto mi sono accorto che era la ragione per cui ero rimasto a Caltanissetta.)

– da Il maestro di Regalpetra di Matteo Collura

Sono come cani e gatti, si dice.

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Sono come cani e gatti, si dice. Ma da un mio vicino, qui in campagna, ci sono quattro cani e un gatto che non la fanno da cani e gatti; e non solo pacificamente convivono, ma fanno di tutto, i cani, per non guastare al gatto l’illusione, che drammaticamente coltiva, di essere un cane. Ma è tutta una storia: e mi piacerebbe saperla scrivere come Cechov scrive quella della cagnolina Kastanka. Comunque, i dati sono questi: rimasto orfano e sopravvissuto ai fratelli, il gatto è stato allattato dalla cagna, alla quale era stato lasciato uno solo dei figli; crebbe ruzzando col suo fratello di latte, e trattato come lui dalla cagna che lo aveva allattato e dagli altri due cani. Nessuno gli contestò mai il posto a tavola, cioè intorno al vaso di coccio in cui viene loro servito il rancio, né l’osso da spolpare. Mai un ringhio, verso di lui; tanto più tolleranti anzi con lui, i cani, che tra loro. Il cane di Trilussa dice: «co tutto che sapevo ch’era un gatto / cercavo de trattarlo come un cane». Questi cani hanno invece trattato il gatto molto meglio di un cane, subendone l’infaticabile vivacità e i capricci. Ma il punto è questo: che hanno sempre saputo che è un gatto. Il gatto, invece, non sa di essere gatto. Si crede un cane. E a volte un cane menomato; a volte un cane virtuoso, di un virtuosismo agli altri cani inaccessibile. Ma che faccia il cane reprimendo i miagolii e andando dietro al padrone, mostrandosi come i cani festoso quando il padrone viene fuori col fucile, o che si abbandoni a un exploit da gatto arrampicandosi ad un albero fino alla cima, il suo è un dramma. E c’è da credere ne abbia toccato il fondo quest’anno, il giorno dell’apertura di caccia. È andato anche lui dietro al padrone, alla partenza facendo di tutto per essere allegro come i cani, saltellando, correndo. Ma poi si è stancato, si è annoiato, si è messo in disparte. E finì con lo sperdersi. Non tornò a casa, la sera. I cani, che non erano più riusciti a badargli, presi com’erano stati dal piacere della caccia, al ritorno ne avranno notata l’assenza e forse se ne saranno fatti un rimorso. È possibile siano andati a cercarlo. Fatto sta che l’indomani sera il gatto era tra loro: i cani in festa intorno a lui, e specialmente il suo fratello di latte. Ma il gatto mostrava una controvoglia, ai giuochi cui l’invitava il fratello, una indifferenza, una malinconia. Forse aveva capito di non essere un cane, e che gli altri pietosamente lo ingannavano trattandolo da cane. E continua a vivere come prima, ma con una certa stracchezza e noncuranza, come improvvisamente invecchiato. «Se non sono un cane, in nome di Dio, che cosa sono?» sembra domandarsi, standosene in disparte, adagiato su una sedia: da gatto.

Leonardo Sciascia, da Nero su nero (Biblioteca Adelphi)

Una storia semplice…

Volonte

Tra Il giorno della civetta e Una storia semplice passano ventotto anni; gran parte degli anni creativi della vita di Sciascia. Vita troppo breve, soprattutto per chi, avendolo amato, a meno di trent’anni dalla sua scomparsa, non si rassegna alla sua assenza. Una storia semplice è l’ultimo testo narrativo di Sciascia: esce in libreria il giorno stesso della sua morte. Un racconto brevissimo, di quella brevità sempre più da Sciascia perseguita in termini di asciuttezza, di densità di significati e della parola che si dilatano nel cervello e nella coscienza del lettore e ne moltiplicano gli echi.
Questo libro, insieme con A ciascuno il suo e al Giorno della Civetta, è il terzo giallo siciliano di Leonardo Sciascia, di quella peculiare maniera del maestro di Racalmuto di utilizzare il genere letterario del giallo sovvertendolo: non più rassicurante itinerario alla fine del quale il bene, infallibilmente, trionfa sul male, l’ordine sul disordine, ma rappresentazione mediante la scrittura della verità e della giustizia che i poteri, le inquisizioni, sempre occultano e sbeffeggiano.
È un gesto di scrittura che in Una storia semplice rivela il delitto: quel punto apposto dall’assassino alla frase Ho trovato, che nella sua incongruenza rivela la menzogna. Perché l’italiano non è l’italiano: è il ragionare – dice il professore Franzò, alter-ego di Sciascia, anche lui, come il personaggio, inchiodato, mentre scriveva il racconto, alla dialisi.

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Lo dice al magistrato, suo ex allievo, che subito sappiamo parte del contesto del potere secondo l’accezione della parola contesto che diventerà il titolo di un altro grande romanzo di Sciascia.
Una storia semplice è dunque un ritorno alla Sicilia, quasi a chiudere il cerchio; ma di quella Sicilia come metafora del mondo che immancabilmente torna negli scritti di Sciascia. Ritorno desolato, amarissimo, ma non rassegnato. Non a caso la citazione che apre il racconto è di un altro scrittore eretico, da Sciascia molto amato, lo svizzero Durrenmatt: Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia.

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Che cretino, commenta il magistrato a elogio funebre del commissario, il cui errore ha rivelato le sue complicità mafiose e lo ha portato a uccidere e a essere ucciso. Cretino perché si è fatto uccidere; intelligente, infatti, per lui (e per troppi cretini veri) è chi, nel disprezzo di tutti, attraverso la menzogna, la fa franca. Era un cretino, simmetricamente, sentenzia don Luigi alla fine di A ciascuno il suo: un epitaffio per il professore Laurana, il quale, per aver cercato la verità ed essersi illuso di trovare giustizia, giace ammazzato sotto grave mora di rosticci – con la pietra tombale di una menzogna, che come sempre (e non solo nei racconti di Sciascia) si concludono le complicatissime storie semplici del mondo in cui viviamo. Perché cretino, si capisce, è anche chi, ingenuamente, la verità e la giustizia si ostina a cercare.
Gli spettatori milanesi dell’edizione teatrale de Il giorno della civetta, come chissà quanti lettori che non hanno capito o non hanno voluto capire, hanno applaudito e applaudono, con masochistica complicità, la tirata cinica e nazista del capomafia don Mariano Arena, non rendendosi conto, in tal modo, che rumorosamente accettano di appartenere a quel popolo di cornuti sul cui mare di corna i don Mariano di sempre e di ogni dove si vantano di navigare grazie al loro cinismo criminale. Sciascia, no! Sciascia non ha applaudito; Sciascia non applaudiva. Sino alla fine ha continuato scrupolosamente a scandagliare le possibilità che forse ancora restano alla giustizia; malgrado l’amarezza, malgrado il pessimismo, malgrado la malattia. Da grande scrittore, da uomo eretico qual era. Eretico di ogni chiesa, di quella comunista come di quella cattolica, con buona pace di chi, anche da morto, continua a tentare di annetterselo.
L’uomo della Volvo – personaggio metafora del cittadino che credendo nella giustizia fa il suo dovere di testimone e si mette nei guai –, l’uomo della Volvo , alla fine di Una storia semplice, dice al prete-assassino, che in nicchio, cotta e stola si prepara a celebrare il funerale di un assassinato, che lui non è della sua parrocchia, che lui non ha parrocchia.

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La sola religione di Sciascia (a parte quel peculiare cristianesimo che lui ha riconosciuto in Pirandello) è forse stata la ragione. Ma con una punta di eresia anche in quella: al brigadiere Lagandara, che dice di sommare aritmeticamente gli indizi che portano alla verità, il professor Franzò consiglia di sciogliere anche nell’aritmetica qualche grano di dubbio.
C’è un paradosso per Sciascia, in quella che si suole definire la fortuna di uno scrittore: certo, continua a essere presente, a essere letto, ma a me pare che la sua opera rimanga occultata dentro un malinteso, rimossa qualche volta. Basti pensare allo spettacolare silenzio di cui nelle verbose, confuse e spesso ipocrite rievocazioni dell’assassinio di Aldo Moro è stato circondato il suo libro formidabile sul quel delitto politico. La tutt’ora bruciante attualità dei problemi mai risolti che lui ha affrontato, il suo ruolo di protagonista nelle polemiche durissime che hanno accompagnato la sua vita, lo fanno ancora leggere e considerare come se lui fosse stato un sociologo, uno storico, peggio, un politico se non un maître à penser che ognuno cerca di respingere o tirare dalla sua parte, e non il grande scrittore che è stato, che è.
Chissà oggi e a chi interessa a quali fatti e contingenti accanimenti si riferissero nei loro grandi libri scrittori del calibro di Dostroevskij, Manzoni, Joseph Roth. Quei fatti e avvenimenti, che come molti altri uomini hanno vissuto e patiti nella loro vita, sono stati anche, naturalmente, la materia del loro scrivere; ma la loro grandezza noi riconosciamo nel modo in cui li hanno usati quei fatti e trasformati dentro la forma della letteratura.
Bisognerà restituire Sciascia alla potenza della sua parola; solo allora lo si farà uscire dal malinteso paradossale che ancora ne offusca la sua grandezza letteraria.

…non credeva negli italiani

C’era qualcosa fuori luogo, un dettaglio che mi sfuggiva. Insignificante, forse. Ma sapevo che c’era qualcosa che mancava: “come quando una cosa viene improvvisamente a mancare alle nostre abitudini, una cosa che per uso o consuetudine si ferma ai nostri sensi e più non arriva alla mente, ma la sua assenza genera un piccolo vuoto smarrimento, come un intermittenza di luce che ci esaspera”. No, non era il panellaro de “Il giorno della civetta” quello che mancava. In tutte le ricostruzioni lette sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro e la strage della scorta, commosse, sensazioni personali, traboccanti di misteriose coincidenze. E il ruolo dei servizi segreti, di quelli deviati, e dell’Urss e degli Usa, e il Vaticano, e Giulio Andreotti ed Enrico Berlinguer, gli eterni processi. E poi, ancora, gli assassini in tv e l’imperitura lezione dell’assassinato, il depistaggio, l’infinito male eccetera eccetera eccetera. Un’unica e monotona voce e il profumo di incenso per il santino posto sull’altare della patria.
Ecco sì, c’era qualcosa fuori luogo. Poi, dal prezioso archivio di Radio Radicale, è venuta fuori una dichiarazione del maestro Sciascia su Moro. E ho capito. Non è per togliere qualcosa al maestro di Racalmuto, che come tutti è stato figlio e artefice e vittima del suo tempo; è per aggiungere qualcosa sui sentimenti profondi di questo Paese. Di una sua buona parte. Sentimenti che proprio Sciascia è riuscito a descrivere con acutezza e asciuttezza inarrivabili nei suoi preziosissimi scritti.
Io sono dell’opinione che Moro – dice Sciascia – non è stato un grande statista. È stato un grande politicante”. E ancora: “Moro era un uomo piuttosto scettico, piuttosto pessimista: non credeva negli italiani e tantomeno credeva nella Democrazia Cristiana”. E così, nella sua vita ”non ha fatto altro che mediare, da politicante: ha sempre mediato. Ecco perché s’aspettava, anche nel suo caso, che si mediasse”.
Ecco qual era il dettaglio che nella celebrazione di ieri mancava: mancava quella forma di onestà intellettuale che è nelle cose chiare, schiette e vere. Un dettaglio insignificante, forse. Un dettaglio la cui mancanza però ci qualifica. Un po’ tutti.

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La pena mia…

«La pena mia non è che si rubi; è che io non mi ci trovo in mezzo». Questa frase, che ho sentito pronunciare qualche anno fa con tono di scherzo, a velarne la viscerale sincerità, è ormai sulle segrete bandiere di molti.

Leonardo Sciascia, nero su nero