camelie

IMG 4244

Leggo un avvincente racconto di Tolstoj, un racconto che gronda di aggettivi, descrizioni, periodi lunghi che esplorano dettagli; forme che possono affaticare un lettore poco attento, eppure i suoi personaggi restano piantati sulla pagina come alberi, unici, radicati dentro il loro tempo. A me fanno venire desiderio di espiantarli e trasferirli nel mio giardino.
Da lettore ho più capacità di affezionarmi a degli sconosciuti di quanta ne abbia nella vita. Del resto la vita non si preoccupa mica di presentarmi così nei dettagli gli sconosciuti? Dev’essere questo il motivo per cui leggo. Allargo l’ambito di persone da osservare con la massima sfacciataggine, senza la fatica di dover chiedere. Il lettore è un impiccione autorizzato. La sua giustificazione è che in quei momenti è solo. La solitudine gli è da attenuante.
Tolstoj offre generosamente la sua capacità di osservatore gli altri: le sue storie sono precisissimi ritratti d’umanità.
Si ripete in mezzo all’inverno la fioritura della camelie che ho piantato sul campo. Contro il grigio di un giorno uggioso squilla il loro rosa intenso a sovrapporsi.
Associo le camelie a Tolstoj per questo effetto di deporsi sopra, a contrasto, a conforto.
Lo ammiro come ammiro la fioritura. Le sua pagine si stendono sopra l’inverno del lettore, gli placano le urgenze, gli colorano l’anima nei giorni cupi.
Si esce da un suo racconto meglio disposti, come dopo essersi rinfrescati gli occhi col rosa di camelie.

[…]

Manzoni

Quella del testo che si finge ritrovato è una delle costruzioni letterarie che, peggio di un tarlo succhiello, mi ha sempre dato da pensare. L’autore – ché di questo si tratta – presenta il suo come un testo non suo, o quanto meno, derivato da un testo non propriamente scritto da lui. È una finzione combinata, aggravata il più delle volte – non sempre, ma quasi sempre – dall’essere una finzione rozzamente costruita. Finge l’autore – non sempre, ma quasi sempre – d’aver avuto un testo scritto da uno sconosciuto, che ovviamente risulta a tutti sconosciuto per davvero (e grazie al cazzo, verrebbe da chiosare). E finge – non sempre, ma quasi sempre – d’essere venuto in possesso di quel testo in modo accidentale, fortuito. Finge – non sempre, ma quasi sempre – di averlo corretto, tradotto, snellito, ripulito, giurando sul suo onore di non avervi apportata alcuna modifica nell’ossatura, se non, appunto, nella sola forma che – non sempre, ma quasi sempre – è anche sostanza.
Chissà se, con questo, sarò riuscito a chiarire la natura del mio da pensare sulla costruzione letteraria del testo che si finge ritrovato. Penso – e dico il primo che viene in mente – al Manzoni de I Promessi Sposi: lo “scartafaccio” “dilavato e graffiato autografo” dell’anonimo “buon secentista” che l’autore prova a trascrivere fino ad “accidenti”, così almeno finge Manzoni. Ecco: a che serve – esattamente – questa finzione? A quale effetto mira? È — chiedo — una riserva con la quale l’autore sembra voler rinunciare a oneri e onori? Ma, in tal caso, è una rinuncia che non può reggere, e infatti sembra costruita proprio per non reggere. L’evidenza della finzione, non a caso, spesso resa da una disarmante inverosimiglianza di dettagli relativi al ritrovamento del testo o comunque dall’abuso che se n’è fatto della finzione letteraria in quanto tale, è – non sempre, ma quasi sempre – la regola. E allora: perché questa finzione?