Amore che vieni, amore che vai…

L’altra sera mi è capitato di leggere ad alta voce una canzone che tutti crediamo di conoscere. Non la si ascoltava: la si attraversava. Le parole uscivano lente, una dopo l’altra, e davanti avevo volti che non cercavano spiegazioni, ma riconoscimenti. Succede raramente: quando un testo smette di essere canzone e diventa specchio.
Parla di giorni “perduti”, ma non c’è alcuna sconfitta in quel verbo. Quei giorni sono stati perduti perché sono stati vissuti fino in fondo, consumati come si consuma qualcosa di prezioso. Rincorrere il vento non è un gesto realistico, è un gesto interiore. È l’immagine di un desiderio che non accetta di fermarsi. Chiedere un bacio e volerne altri cento non è ingordigia: è stupore. È l’incapacità di credere che ciò che si sta vivendo possa davvero finire. E poi c’è quel “giorno qualunque”. Non una data memorabile, non un anniversario. Un giorno qualsiasi, magari mentre si apparecchia o si guarda fuori dalla finestra. È lì che la memoria fa il suo lavoro più sottile. Non avvisa. Non chiede il permesso. Riporta alla luce un amore che è passato, e lo fa con una dolcezza che non pretende nulla in cambio.
In quelle strofe c’è un movimento continuo: venire, andare, tornare, fuggire. Nessuna promessa solenne, nessuna eternità proclamata a voce alta. Solo la consapevolezza che gli amori attraversano la nostra vita come stagioni. Alcuni arrivano abbaglianti, altri con il freddo addosso. Restano il tempo necessario a cambiarci la temperatura del sangue, poi scivolano via.
La frase più vertiginosa è quella che tiene insieme l’assoluto e il nulla: aver amato sempre e non aver amato mai. Non è incoerenza. È la verità dell’istante. Quando si ama, lo si fa interamente, senza riserve. Ma quell’interezza appartiene a quel momento preciso. Spostata nel tempo, sembra quasi un’illusione. E allora la memoria rilegge, ricalcola, ridimensiona. Non c’è compiacimento in questa malinconia. Non c’è teatralità. C’è una lucidità gentile. L’amore non è una fortezza: è un passaggio. Non si possiede, si attraversa. E forse è proprio questo a renderlo così intenso: la sua precarietà. Ascoltandola, o semplicemente leggendola, ci si accorge che non sta parlando di un’unica storia, ma di tutte. Di quelle che abbiamo vissuto, di quelle che abbiamo solo immaginato, di quelle che un giorno qualunque torneranno a bussare senza farsi annunciare. È una canzone che non chiede di essere spiegata. Chiede di essere abitata. Come si abita un ricordo che fa un po’ male e un po’ bene insieme. Come si accetta che il vento non si possa trattenere, ma solo sentire sulla pelle.
E in quel sentire, anche se per un attimo soltanto, c’è già tutto.

C’è un prima e un dopo…

C’è un prima e un dopo, nella musica. Un taglio netto, come quando da un filo teso a forza si lascia andare la presa e la corda vibra fino a spaccare il silenzio. Quel prima era un mondo ordinato, elegante, fatto di scenografie sonore che incorniciavano la vita dei potenti, o di architetture armoniche che provavano a dare voce al divino. La musica era lusso, cornice, decoro: non si cercava in essa l’uomo, ma la sua cornice dorata.
Poi arriva Beethoven. E non c’è più scampo.
Perché Beethoven non scrive più per un padrone, né per l’altare. Scrive per una nuova folla: la borghesia che affiora tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Uomini e donne che si guadagnano la vita con le proprie mani, che hanno dentro un tumulto nuovo, un senso di inquietudine e di conquista che non può accontentarsi di un sottofondo elegante. A loro serve un’arte che parli del caos che portano dentro, e Beethoven gliela consegna. Da lì in avanti, la musica diventa confessione, scontro, viaggio: l’artista non è più un artigiano, ma un visionario che mette a nudo se stesso e chi lo ascolta.
Le sue sinfonie non sono semplici partiture: sono mappe. Prendono l’ascoltatore per mano e lo trascinano dentro tempeste, sprofondano in abissi e poi lo lasciano respirare in pianure luminose. È lo stesso meccanismo del cinema popolare contemporaneo: la capacità di non perdere nessuno per strada. Un inizio semplice, riconoscibile, quasi primitivo, che viene lavorato con ossessione fino a farlo esplodere in energia. È Hollywood prima di Hollywood: quattro note che diventano il destino stesso della musica. E poi il premio, la distesa serena dopo la battaglia. Nessuno escluso, nessuno abbandonato.
Ma ciò che più sconvolge è il suo modo di cantare. Non è il canto lineare, carezzevole, che scivola come seta. Beethoven canta con il corpo, con i muscoli. Il suo canto è ritmo, ripetizione, scossa. È animale, brutale, sensuale. È un richiamo tribale che costringe il corpo a partecipare, a vibrare, a diventare parte integrante della musica. Non è estetica, è istinto: la musica come danza primordiale che fa saltare i nervi e mette in moto il sangue. In questo c’è una rivoluzione nascosta: Beethoven non ci invita ad essere spiriti evanescenti, ma ci ricorda che siamo carne, ossa, corpo pulsante.
Eppure la sua storia personale diventa anche il paradigma dell’artista moderno: non restare dove tutti ti capiscono, ma spingerti oltre, fino a rimanere solo. Beethoven parte da un linguaggio ereditato, lo piega, lo forza, lo trascina fino a un punto in cui nessuno era ancora arrivato. E là rimane, isolato, incompreso, a dialogare con l’assoluto. Questa solitudine non è fallimento, ma destino: è il prezzo che si paga quando si decide di spingersi oltre la sensibilità comune. È anche, in fondo, il riflesso di un’epoca che idolatra il progresso, che misura il valore di ciò che fa con la somma e con l’accumulo, con il “di più” che giustifica ogni gesto.
Dentro quella tensione febbrile, però, sopravvive una radice illuminista. Nonostante lo si incaselli tra i romantici, Beethoven è mosso dall’idea che l’uomo, con la sua forza e la sua intelligenza, possa trasformare il caos in ordine, dominare il mondo, piegare le tenebre alla luce. Ogni sua sinfonia è un atto di fede in questa possibilità. C’è sempre un eroe – il pianoforte, il tema principale – che prende sulle spalle il compito di condurre il mondo intero verso la chiarezza, di guidare l’orchestra fuori dall’ombra. È un’utopia tradotta in suono: il viaggio dall’immobilità all’esplosione, dalla fragilità alla potenza.
E forse qui sta la sua eredità più feroce: non ci lascia una musica da salotto, né un monumento imbalsamato, ma un manuale di resistenza. Ci insegna che il viaggio interiore non si compie con la fuga, ma con la forza. Che la leggerezza vera non è assenza di peso, ma la grazia conquistata dopo avere attraversato il fardello. Nel finale del Quinto Concerto, la sua musica diventa questa rarissima alchimia: forza e leggerezza insieme, corpo e anima che si inseguono senza mai annullarsi.
La chiamiamo “musica classica”. Ma non è mai stata un’etichetta adeguata. Perché ogni volta che la ascoltiamo, quella musica non ci accarezza: ci scuote, ci ribalta, ci ricorda che dentro di noi c’è un caos che aspetta solo di diventare canto. Ogni volta è un terremoto, eppure non distrugge: apre.

…ma si può sapere chi cazzo sei per avere tutti questi soldi?

“Mixed by Erry” è una storia che si srotola come un nastro di cassette, un inno al tempo in cui la musica si insinuava nelle pieghe dei cuori attraverso sottili strisce di pellicola magnetica. È un ritratto della vita, che canta dolcemente i suoi giorni e le sue notti nelle strade di Napoli negli anni ’80.

Enrico Frattasio, interpretato con delicatezza e vivacità dal giovane Luigi D’Oriano, cammina su una strada lastricata di sogni, coltivando un amore per la musica che si nutre delle sue aspirazioni di diventare un DJ. Questo desiderio, come un seme piantato in terra fertile, germoglia in un modo che si distacca dalle vie consuete, ma che è autentico e straordinario nella sua essenza.

Sydney Sibilia racconta questa storia con una mano sicura e un occhio per il dettaglio che cattura l’umanità intrinseca dei suoi personaggi. Non perde mai di vista la loro realtà, il loro desiderio di vivere, di creare, di essere qualcosa di più. Anche quando il film tocca temi duri, come l’illegalità e i legami oscuri con il mondo dell’industria, l’onestà e la sincerità dell’intento sono chiare.

“Mixed by Erry” è un respiro di musica, un omaggio al coraggio umano e alla bellezza dell’arte che può nascere nelle circostanze più improbabili. Con la sua narrazione, Sibilia ci ricorda che una volta, il creare arte comportava un impegno fisico e spirituale, una dedizione che oggi è in gran parte dimenticata nell’era della digitalizzazione.

È un film che cattura la dolcezza e l’amarezza del ricordo, che rivela l’anima di un’epoca e ne celebra le sfumature con tenerezza e rispetto. Un film che, come una canzone amata, ti prende per mano e ti conduce attraverso le strade di un passato ormai lontano, ma che vive ancora nei cuori di coloro che l’hanno conosciuto. Come una vecchia cassetta, ci invita a fermarci, ad ascoltare, a ricordare e a riflettere sulla bellezza e la complessità della vita e dell’arte.

David Crosby

«(Do we) Find the cost of freedom buried in the ground.
Mother Earth will swallow you; lay your body down.»

  • from Find the Cost of Freedom

Mama…

[…]

Franco Battiato

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“Ahia – iaia – iai cantava.” (F. Battiato)