C’è una cosa che i calendari non dicono mai. Segnano gli anniversari, le ricorrenze, le date che la storia ha deciso di rendere permanenti. Ma tacciono su quello che avviene quando la pagina viene girata. Sul giorno dopo, che è sempre il vero banco di prova di ogni dichiarazione solenne. L’otto marzo funziona così da molto tempo. Arriva portando con sé fiori gialli, parole gentili, una certa disponibilità collettiva alla commozione. C’è qualcosa di sincero in tutto questo, e sarebbe disonesto negarlo. Ma c’è anche qualcosa che assomiglia al sollievo: come se celebrare bastasse a saldare un debito, come se nominare una cosa equivalesse ad averla risolta. E il giorno dopo, silenziosamente, il mondo torna com’era. Che spesso è solo un modo elegante per dire che torna com’era prima. Il problema non è mai il gesto in sé. I simboli hanno peso, orientano, condensano significati che le parole stentano a contenere. Ma un simbolo che non genera pensiero è decorazione. E la decorazione, per quanto elegante, non trasforma nulla. Le leggi, negli anni, qualcosa hanno fatto. Hanno tracciato linee, scritto principi, fissato sulla carta ciò che dovrebbe valere nel mondo reale. Ma c’è uno scarto — sottile e spesso immenso — tra ciò che è scritto e ciò che è vissuto. Perché le leggi lavorano sul comportamento; le idee abitano nelle teste. E le teste, lo sappiamo, sono più lente dei codici a cambiare. Così capita ancora che la parità esista nei testi ma non negli stipendi. Che la libertà venga celebrata nei discorsi ma contraddetta negli sguardi. Che il lavoro di cura venga raccontato come una predisposizione naturale, quasi un tratto biologico, invece che per quello che è: una responsabilità che appartiene a tutti e che troppo spesso ricade su una sola parte. Che una donna debba ancora, nel 2026, argomentare la propria competenza in certi ambienti prima ancora di poterla esercitare. Queste non sono anomalie residuali. Sono la norma che sopravvive sotto la superficie della norma scritta. Ecco perché mi fido poco delle celebrazioni che si esauriscono in un giorno. Non perché il rito sia inutile, ma perché il rito che non interroga è solo consuetudine. E le consuetudini — quelle davvero radicate — non cedono per festività. Cedono per insistenza. Per accumulo lento di sguardi diversi, di esempi contrari, di generazioni che crescono con mappe mentali più giuste di quelle che hanno ereditato. È un lavoro lungo. Privo di date commemorative. Si svolge nei giorni senza nome, nelle conversazioni ordinarie, nelle piccole asimmetrie che è più facile non notare che correggere. Nel tono con cui viene accolta una proposta. Nel modo in cui viene distribuito un merito. Nella naturalezza con cui certi ruoli vengono assegnati prima ancora che qualcuno li abbia scelti o rifiutati. Verrà forse un giorno in cui tutto questo non avrà più bisogno di essere detto. In cui pagare allo stesso modo due persone che fanno lo stesso lavoro sarà semplicemente ovvio. In cui vestirsi non verrà interpretato come un messaggio da decifrare. In cui la parola capo, al femminile, non incontrerà nessuna resistenza — né nella lingua né nella mente di chi ascolta. Quel giorno, i fiori avranno tutto il loro senso. Non come promessa, ma come celebrazione di qualcosa che esiste davvero. Fino ad allora, più che ricorrenze servono pensieri ostinati. Quelli che non durano ventiquattr’ore, ma una vita intera. E forse la cosa più onesta che si possa fare, oggi, è proprio questa: tenere gli occhi aperti mentre là fuori si festeggia. 🌼
Nella notte, Caracas è diventata un’idea prima ancora che una città: un nome pronunciato da lontano, con la sicurezza di chi scambia le coordinate per un possesso. Il presidente venezuelano e sua moglie prelevati, trasferiti negli Stati Uniti; un’operazione militare lampo; la promessa, detta come si dice “adesso ci penso io”, di amministrare un Paese altrui finché non sarà “sicuro” restituirlo a sé stesso. E qui sta il punto che fa più male della propaganda, più del rituale “liberazione-democrazia-ordine”: l’idea che la sovranità sia un tappo. Lo togli, versi, richiudi. Solo che il tappo, in questo caso, è la vita di milioni di persone; e la bottiglia è un territorio con storia, fratture, povertà, rancori, identità. Quando una potenza decide che può “gestire” un Paese, sta dicendo una frase semplice e feroce: la tua politica è un dettaglio logistico; la tua legge è un fastidio; il tuo futuro è una concessione. La giustificazione “morale” arriva sempre in ritardo, come la ricevuta stampata male dopo un acquisto impulsivo. Narcotraffico, criminalità, sicurezza nazionale: parole che suonano bene perché contengono paura e, con la paura, si ottiene quasi tutto. Ma la paura è un solvente: scioglie la complessità, rende l’etica una pubblicità. Se davvero l’obiettivo fosse “bonificare” il traffico di droga, si partirebbe dal mercato che la compra, dalle filiere che la ripuliscono, dalle complicità che la rendono conveniente. Invece si parte da un blitz e da una cattura spettacolare: un gesto che serve soprattutto a farsi vedere. E poi c’è l’onestà involontaria, quella che scappa quando il potere è troppo sicuro di sé: il petrolio nominato apertamente, l’idea che aziende statunitensi “entrino” a rimettere ordine nelle riserve venezuelane, come se il sottosuolo fosse un reparto in ristrutturazione. È un lessico da amministrazione condominiale applicato alla geopolitica: gestire, controllare, rimettere in funzione, garantire la transizione. Nel mezzo, però, ci sono morti, macerie, rancori che non vanno via quando cambia il cartello sul portone. Il problema non è soltanto ciò che accade oggi al Venezuela; è ciò che viene insegnato domani al mondo. Quando la forza si arroga il diritto di riscrivere la legittimità, la lezione è chiara: se sei abbastanza potente, la legge internazionale diventa un’opinione; se hai abbastanza aerei, il confine è un suggerimento. È un precedente che non resta confinato nell’emisfero occidentale: diventa un alibi globale. Chiunque, altrove, con altri interessi e altre narrazioni, potrà dire: anche voi l’avete fatto. È la parte più irresponsabile del gesto guerrafondaio: non solo colpisce, ma normalizza. Trasforma l’eccezione in metodo, la “crisi” in prassi. E mentre la retorica promette ordine, si moltiplicano le condizioni per il disordine. Lo si vede già nelle reazioni internazionali, nelle condanne, nel timore di un salto di qualità nelle tensioni regionali. Qualcuno, nelle ore successive, prova persino a mettere la sordina: “non governeremo giorno per giorno”, “non è amministrazione diretta”, “è influenza”. Ma è un gioco di parole che non cambia la sostanza: se rovesci l’interruttore di un Paese e ti prendi la chiave della sua economia (a partire dall’energia), stai già governando. Magari senza scrivere decreti, magari senza nominare un governatore. Governi per vincolo, come si governa una persona tenendole il respiro sotto controllo. E a chi applaude, convinto che “finalmente qualcuno fa qualcosa”, bisognerebbe ricordare una cosa banale: nessuno esporta democrazia con un’operazione militare e una promessa di “transizione” a tempo indeterminato. La democrazia è lenta, imperfetta, spesso deludente; ma è, per definizione, interna. Quando arriva dall’esterno con gli stivali, diventa un’altra cosa: una gestione, una tutela, una colonizzazione con sinonimi più eleganti. Il resto è scenografia: discorsi trionfali, bandiere, il gusto di riattivare la mitologia della potenza che “rimette a posto le cose”. Solo che “mettere a posto” è quasi sempre un modo per dire: mettere a profitto. E ogni volta che un leader confonde il mondo con una proprietà da amministrare, la politica torna a essere ciò che pensavamo di aver archiviato: un’arte predatoria, l’economia come destino, la guerra come strumento di contabilità. Non è neppure necessario simpatizzare per il regime che viene colpito per riconoscere l’orrore del metodo. Il punto non è difendere un uomo o un governo; è difendere l’idea che la sovranità non sia una concessione revocabile, e che il diritto non sia una parola spendibile quando conviene e ignorabile quando intralcia. Perché oggi è Caracas, domani può essere qualsiasi altra capitale a cui qualcuno attribuisca un’etichetta utile: “inaffidabile”, “criminale”, “minacciosa”, “ostile”. Le etichette cambiano, il meccanismo resta: prima disumanizzi, poi “intervieni”, infine chiami tutto questo “responsabilità”. E intanto, sotto la retorica della sicurezza, resta il rumore più sincero: quello del barile che rotola.
Ogni volta che il nome di Pasolini torna in un’aula di giustizia, succede una cosa strana: abbiamo l’impressione di parlare di un delitto, e invece stiamo parlando di noi. Di come questo Paese gestisce la memoria, il dissenso, la scomodità. Sono passati cinquant’anni abbondanti da quella notte all’Idroscalo, e ancora oggi qualcuno bussa alla porta della Procura chiedendo, con ostinazione quasi testarda: “Guardateci meglio”. Non è la prima volta, non sarà forse l’ultima. Il fascicolo è stato archiviato, riaperto, richiesto di nuovo, respinto, rilanciato. Si aggiungono dettagli, immagini d’archivio, analisi più raffinate, letture “unitarie” di indizi vecchi e nuovi; ma il punto, alla fine, è uno solo: è davvero credibile che quella notte ci fosse un solo colpevole, un diciassettenne lasciato da solo con il peso di un massacro sulle spalle? Non è solo una curiosità da giallo irrisolto. Delitti senza soluzione definitiva ce ne sono tanti, e non tornano a ondate regolari nei talk show, nei convegni, nelle interrogazioni parlamentari. Il caso Pasolini sì. Perché non riguarda soltanto “chi ha colpito” e “quante persone c’erano”, ma che cosa stava facendo, dicendo, scrivendo quell’uomo negli anni in cui è stato ucciso. E quanto di quell’ombra non abbiamo mai voluto davvero vedere. Pasolini era troppe cose contemporaneamente: poeta, regista, intellettuale marxista, omosessuale dichiarato in un Paese che ancora faticava a pronunciare la parola; uno che attaccava tanto la borghesia quanto il partito, tanto il potere economico quanto quello culturale. Era un corpo estraneo per definizione. Non apparteneva a nessuna chiesa, e tutte le chiese – politiche, ideologiche, morali – si sono sentite legittimate a rivendicarlo dopo la sua morte, ma molto meno a difenderlo mentre era vivo. Forse è anche per questo che la sua morte non trova pace. Un intellettuale così, se muore di malattia, diventa subito “classico”: lo si sistema sugli scaffali giusti, si preparano convegni, anniversari, edizioni commentate, e si può continuare a non ascoltarlo davvero. Se invece viene ammazzato in modo brutale, in un luogo periferico, con una dinamica sporca, improvvisa, meschina, il suo corpo entra per sempre in conflitto con il desiderio tutto italiano di mettere le cose in ordine. Non basta il rito processuale, non basta una sentenza con un nome e un cognome. Quel cadavere resta lì, come un punto interrogativo piantato nella sabbia. Le nuove richieste di riaprire il caso, a ben vedere, nascono da qui. Certo, ci sono le relazioni tecniche, i fotogrammi del telegiornale d’epoca, le perizie sui reperti, perfino le analisi sul Dna comparso molti anni dopo sui vestiti e sull’auto. Ci sono le ritrattazioni di Pelosi, le sue versioni che cambiano dopo decenni, le voci che parlano di più aggressori, magari legati a ambienti politici, criminali, o tutti e due insieme. Ma accanto al piano strettamente giudiziario ce n’è un altro, silenzioso, che riguarda la coscienza collettiva. Ogni volta che qualcuno dice “Pelosi non era solo”, sta dicendo anche: “Neppure Pasolini era solo”. Non lo era nei suoi bersagli polemici, nelle sue denunce, nella materia incandescente che maneggiava. Non lo era nella stagione storica che attraversava, tra stragi, trame nere, servizi segreti, pezzi di Stato che trattavano con pezzi di criminalità. Inserire il suo corpo massacrato in questo paesaggio non è un gioco di complottismo creativo: è riconoscere che quell’omicidio si colloca in un’epoca che ha prodotto molti morti “scomodi”, e poche verità complete. E tuttavia c’è un rischio, sempre lo stesso: trasformare Pasolini in un feticcio del sospetto. Alimentare un culto del “mistero italiano” che alla fine ci rassicura, perché sposta il discorso su un terreno nebuloso, dove tutto è possibile e niente è dimostrabile. Un grande complotto, se non lo prendi sul serio fino in fondo, è paradossalmente comodo: ti permette di indignarti senza assumerti la fatica di leggere, studiare, ricostruire, distinguere. Ti dà un colpevole invisibile, che non ha volto e non ha responsabilità giuridica, quindi non chiede cambiamenti reali. Il lavoro di chi chiede oggi di riaprire le indagini, se vuole essere onesto, dovrebbe andare nella direzione opposta: meno mito, più metodo. Non “Pasolini come enigma eterno”, ma “Pasolini come caso che merita lo stesso rigore di qualunque altro fascicolo penale”, con in più il peso – enorme – della sua figura pubblica. Nuove immagini, nuove tecniche forensi, letture incrociate di testimonianze e reperti possono forse limare qualche zona d’ombra, smentire versioni troppo comode, ricostruire presenza e ruoli di chi quella notte c’era davvero. Non è detto che basti per un nuovo processo, e in parte lo sappiamo già: la Procura ha più volte ritenuto insufficienti gli elementi per riaprire, e il tempo, che in letteratura è galantuomo, nel processo è spesso il peggior nemico. Ma non è solo un problema di carte. È che ogni volta che torniamo su quel corpo all’Idroscalo, siamo costretti a domandarci che cosa facciamo, oggi, con gli intellettuali scomodi. Non quelli che recitano la parte del “maledetto” a favore di telecamera, ma quelli che mettono in discussione le narrazioni di comodo: di destra, di sinistra, del mercato, dell’informazione. Li ascoltiamo davvero o li archiviamo con la stessa fretta con cui, a suo tempo, si è avuto bisogno di chiudere una vicenda giudiziaria che imbarazzava tutti? In fondo il delitto Pasolini continua a tornare perché tocca un nervo scoperto: la nostra incapacità cronica di fare i conti con il conflitto. Con l’idea che qualcuno possa guardare il Paese e dire “così non va” senza chiedere permesso, senza addolcire il linguaggio, senza portare la tessera giusta in tasca. Uccidere fisicamente chi disturba è l’estremo di questa incapacità; ma il passo precedente, più frequente e più tranquillo, è lasciarlo solo, isolarlo, ridurlo a caricatura mentre è vivo e a santino quando è morto. Forse, allora, le istanze di riapertura non parlano solo alla Procura: parlano a noi. Dicono che c’è una distanza tra “verità processuale” e “verità storica” che non possiamo colmare solo con un timbro su un fascicolo. Che possiamo accettare che la giustizia penale abbia fatto tutto quello che poteva, e allo stesso tempo continuare a interrogarci sui contesti, sui mandanti morali, sui climi d’odio e di disprezzo che rendono possibile, in certe epoche, la morte di uno come Pasolini. Non è detto che arriverà mai il giorno in cui sapremo “come è andata davvero” nei dettagli. Forse non sapremo mai quanti erano, come si sono mossi, chi ha dato il primo colpo e chi l’ultimo. Ma possiamo decidere che cosa farcene di quella notte del ’75: se usarla come alibi per un eterno romanzo nazionale sul complotto, o come occasione per guardare con più lucidità al rapporto che abbiamo con chi non si allinea. Alla fine Pasolini resta lì, tra la pagina e la sabbia dell’Idroscalo. Un uomo che ha scritto, filmato, parlato troppo per essere ridotto al ruolo di vittima esemplare. Riaprire il caso, oggi, ha senso solo se serve a tenerlo vivo così: non come martire di un giallo italiano senza soluzione, ma come domanda aperta sulla verità, sulla responsabilità, sulla nostra voglia – o paura – di guardare davvero dove, per decenni, abbiamo preferito non vedere.
Negli Stati Uniti, quando si parla di shutdown, si alza subito il tono drammatico. Le testate aprono con titoli apocalittici, le immagini mostrano cancelli chiusi e turisti smarriti davanti alla Statua della Libertà, e i commentatori parlano di “crisi senza precedenti”. Ma a ben guardare, lo shutdown americano è più una forma di teatro politico che un crollo istituzionale. È un rituale, una pantomima moderna — con attori che fingono di lottare per principi e invece stanno solo tirando la corda del consenso. La tradizione è antica. Nacque nel 1980, quando un certo Benjamin Civiletti — un nome che già di suo sembra uscito da un racconto di Kafka — decise che, senza fondi approvati dal Congresso, l’amministrazione doveva spegnersi. Letteralmente. Da allora, ogni tanto, la macchina più potente del mondo si ferma come un vecchio frigorifero che si guasta. I musei chiudono, i parchi nazionali si svuotano, gli impiegati federali restano a casa con la mail automatica “torno appena il Congresso si decide”. Un Paese intero sospeso, in attesa di un voto. Il bello è che tutto questo accade regolarmente. Reagan ne fece una mezza dozzina, Clinton uno leggendario — ventuno giorni di paralisi che lo resero, paradossalmente, più popolare che mai. Obama lo subì per colpa dell’Obamacare, Trump per il muro col Messico. E ogni volta la scena si ripete uguale: il Presidente fa la faccia grave, il Congresso recita indignato, gli economisti stimano miliardi di dollari “persi per sempre” che puntualmente tornano qualche mese dopo. È il dramma perfetto: costa caro, ma non troppo; fa arrabbiare la gente, ma non abbastanza da cambiare davvero qualcosa. In fondo, lo shutdown è l’unica pausa collettiva che gli americani si concedono. Una vacanza istituzionale in cui il sistema si guarda allo specchio e si ricorda che, per quanto efficiente, resta umano — e quindi fallibile. C’è chi resta senza stipendio, chi senza museo, chi senza passaporto: ma nessuno senza retorica. Perché lo shutdown non è mai solo un problema di bilancio; è una rappresentazione del potere che si blocca per dimostrare di esistere. Trump, ovviamente, ha reso il tutto più teatrale: voleva il muro, ha avuto le porte chiuse. E oggi, di nuovo, la storia si ripete con le stesse battute, solo con più rumore. I repubblicani minacciano, i democratici resistono, e sullo sfondo il filibustering — quella magnifica invenzione che permette a una minoranza di tenere in ostaggio la maggioranza — agisce come un direttore d’orchestra della paralisi. È l’America, bellezza: dove la democrazia è così libera che può permettersi di fermarsi. Forse è per questo che lo shutdown affascina tanto noi europei. Perché, sotto la superficie del caos, rivela una verità che ci riguarda: anche il sistema più grande del mondo può bloccarsi per un capriccio, per un calcolo, per un gesto di pura ostinazione politica. E allora sì, forse lo shutdown non è una crisi, ma una confessione. L’ammissione che, in fondo, anche i giganti hanno bisogno ogni tanto di staccare la spina — e far finta che sia per principio.
È morto James Senese. E sembra impossibile anche solo scriverlo. Perché ci sono artisti che non “appartengono” alla musica, ma alla terra. Alla voce di un popolo. Alla memoria di una città che sa piangere e ridere nello stesso respiro. James era così: una tromba d’aria che partiva dal ventre di Napoli e finiva dritta negli occhi di chi ascoltava. Il suono del suo sax non era una nota, era un grido. Una bestemmia contro la rassegnazione. Una preghiera scordata per chi vive ai margini. Figlio di una donna napoletana e di un soldato americano, figlio di due guerre — quella del mondo e quella della vita — James Senese ha portato addosso il destino di chi nasce fra due identità e ne fa una terza, nuova, irripetibile. Dentro il suo fiato c’era il jazz di Coltrane e la rabbia di Miano, c’era l’America e la Vucciria, la Harlem e i Quartieri, le periferie del mondo tutte insieme, fuse nella voce roca di un uomo che non ha mai avuto paura di dire da dove veniva. Con gli Showmen e poi con i Napoli Centrale aveva inventato un suono, una lingua, un modo di stare al mondo. Era Napoli che diventava musica nera, che diventava lotta, che diventava dignità. Era un tamburo, un basso, una ferita. Era la prima volta che il dialetto non serviva a consolare ma a protestare, a ricordare che il dolore, se lo suoni, diventa arte. Con Pino Daniele ha formato una delle alchimie più belle della nostra storia musicale. Non una collaborazione: una fratellanza. Due anime che si riconoscevano a orecchio, senza bisogno di parole. L’uno era il canto, l’altro il respiro. E insieme hanno fatto respirare una generazione intera. Oggi quel respiro si ferma. Ma non il suono. Il suono resta. Resta nei vicoli, nei bar, nelle radio, nelle notti di chi ancora si ostina a credere che la musica possa salvare qualcosa. Resta in chi lo ha ascoltato una volta sola e non l’ha più dimenticato. James Senese non era solo un sassofonista. Era un uomo che suonava la verità. E la verità, quando passa attraverso un sax, non muore mai.
Ci sono i disperati. Li riconosci dal passo, da come abbassano gli occhi senza abbassarli davvero. Hanno imparato a non chiedere, a non disturbare, a fare spazio anche quando non ce n’è. Vivono nel mezzo: tra un dovere e una rinuncia, tra la fatica e un sorriso di cortesia. Sono quelli che non dormono, non perché hanno troppo da fare, ma perché la mente non smette di girare. A contare debiti, preoccupazioni, futuri improbabili. Quelli che combattono contro torti che non avranno mai un colpevole, contro sistemi che non cambiano, contro la sensazione di essere sempre un passo indietro. Hanno il volto stanco ma dignitoso, le mani che lavorano, le parole misurate. Parlano poco, ma capiscono tutto. Si fanno in quattro per non far pesare la loro fatica, per non far sentire colpa a nessuno. Soffrono in silenzio, con quella discrezione che è quasi un atto d’amore. E intanto guardano il mondo correre, gridare, farsi selfie di felicità. I furbi si moltiplicano, gli arroganti pontificano, gli incompetenti decidono. Loro tacciono. E resistono. Non perché ci credano ancora, ma perché non sanno fare altrimenti. Perché c’è una forma di dignità anche nella stanchezza. Ogni tanto li senti ringhiare, ma piano, quasi per non disturbare. È la voce del senso di giustizia che non muore, anche se non serve. Altre volte li vedi seduti, a guardare il vuoto come se fosse un orizzonte. Non aspettano nulla, non sperano nulla, ma restano lì. Fermi. Vivi. E sono proprio loro, i disperai, a tenere insieme tutto. Con la loro ostinazione silenziosa, con la loro onestà che non fa rumore, con la loro umanità che nessuno celebra. Non salvano il mondo, no. Ma — senza saperlo — lo rendono umano.
Ma che amore è quello che uccide? Che amore è quello che stringe fino a soffocare, che non lascia andare, che pretende, che minaccia, che colpisce? Non è amore. È fame. È vuoto. È l’eco di qualcosa che manca dentro, da sempre. L’amore non possiede, l’amore accoglie. Non urla, non schiaccia, non trattiene con la forza. L’amore vero ha paura di far male, si misura con delicatezza, ha il coraggio di restare anche quando fa male — ma ha anche il coraggio di lasciar andare quando non c’è più spazio, quando l’altro dice basta. E invece ci insegnano a vincere, a conquistare, a ottenere. Nessuno ci insegna a perdere, a essere rifiutati senza crollare, a dire “va bene” e fare un passo indietro. Nessuno ci insegna che non tutto ci è dovuto, che nessuno ci appartiene, che dire “ti amo” non dà diritto a niente. Anzi, dà un dovere: custodire, rispettare, proteggere. E se non c’è questo, allora non chiamatelo amore. Chiamatelo come volete, ma non amore. È troppo comodo parlare di amore malato. L’amore non si ammala, si nega, si traveste, si imita — ma non fa del male. Non lo ha mai fatto. Bisogna imparare ad amare, come si impara a camminare, a parlare, a pensare. E se non lo si impara, si rischia di scambiare l’ossessione per passione, il controllo per attenzione, la gelosia per cura. E si finisce per colpire con la stessa mano che dovrebbe accarezzare. Martina aveva 14 anni. E non serve dire altro. Solo che adesso dovremmo guardarci tutti allo specchio e chiederci: chi gliel’ha insegnato, a lui, cosa fosse l’amore? E a noi, chi ce lo sta insegnando davvero?
Oggi, a Washington, nel Campidoglio che quattro anni fa fu assediato dai suoi sostenitori, Donald Trump si insedia come quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. È una giornata carica di simboli, di tensioni, di significati che sembrano urlare più forte delle parole. Qui, dove si è vista la democrazia vacillare, oggi siede di nuovo il suo sfidante più controverso. È quasi ironico, no? O forse no. Forse è tutto perfettamente coerente con lo spirito dei tempi.
C’è una folla, certo, ma non è quella dei cittadini, delle masse che accorrono per celebrare un simbolo di unità. È una folla selezionata, ristretta, quasi esclusiva. Ci sono Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, quasi una caricatura della ricchezza globale riunita sotto il cielo plumbeo di Washington. Si stringono le mani, sorridono, parlano di futuro, ma il futuro, quale futuro? Uno dominato dai loro algoritmi, dai loro droni, dalle loro infrastrutture digitali che avvolgono il mondo come una ragnatela invisibile ma soffocante.
E Musk, Musk non è solo uno spettatore. È il primo miliardario ad attraversare quella linea sottilissima tra chi finanzia e chi governa. È dentro il governo, è il governo. I confini tra potere economico e politico sembrano evaporati come nebbia al sole. Bezos, Zuckerberg, Sundar Pichai, Sam Altman, tutti lì, tutti parte di un nuovo ordine. Un potere così concentrato che non serve nemmeno un tavolo grande per contenerlo. Una manciata di uomini, quasi tutti bianchi, quasi tutti americani, con le donne presenti solo come silenziose accompagnatrici, decorazioni di un trionfo che non le riguarda.
E non è che con i democratici fosse diverso, non è che la politica fosse mai stata un banchetto per i poveri. Ma oggi, oggi è tutto più scoperto, più nudo. Non ci sono neanche più le maschere. È una celebrazione del potere puro, del capitale, della tecnologia che non connette ma domina. Un nuovo re, con la sua corte di magnati e visionari, si insedia. E intanto il popolo, quello vero, quello che sta fuori, guarda. O forse non guarda nemmeno.
“Perché vai là dove la morte ti aspetta?” sussurrano le voci dei cinici, degli scettici, di coloro che oggi puntano il dito verso Cecilia Sala. Come se l’Iran fosse terra proibita, come se il giornalismo fosse un mestiere da svolgere comodamente seduti in poltrona…
E mi vengono in mente, uno dopo l’altro, volti e nomi – un fiume di memorie che scorre impetuoso: Quirico, Mastrogiacomo, Sgrena. E poi ancora, in un vortice di ricordi dolorosi: Russo, Cutuli, Palmisano, Alpi, Hrovatin, Luchetta, D’Angelo… Quante vite spezzate, quante storie interrotte nel tentativo di raccontare altre storie.
Mi perdo nei ricordi di quella mostra a New York, gli scatti in bianco e nero di Gerda Taro che ancora urlano il dolore della guerra civile spagnola. La vedo, quella giovane donna, mentre si avvicina troppo a quel carro armato, cercando l’angolazione perfetta per immortalare l’orrore. E accanto a lei, Robert Capa – l’amore, la guerra, la fotografia, tutto intrecciato in un destino che lo porterà dalle spiagge della Normandia fino a quella maledetta mina in Indocina.
E mentre penso a loro, mi chiedo: che cosa spinge migliaia di giornalisti, fotografi, videomaker a rischiare tutto? La risposta emerge spontanea, come un’onda che sale dal profondo: è il grido silenzioso dei popoli oppressi che cerca una voce. È quel bisogno viscerale di testimoniare, di essere gli occhi del mondo là dove il buio della censura vorrebbe calare un velo di silenzio.
Chiudo gli occhi e immagino: se fossi io quell’iraniano, quell’afgano, quel tibetano… Non vorrei forse che qualcuno raccontasse la mia storia? Non sentirei forse un barlume di speranza sapendo che là fuori, nel mondo libero, qualcuno sa della mia lotta, della mia resistenza, del mio sogno di libertà?
Ed ecco che tutto diventa chiaro, cristallino come l’acqua di un ruscello di montagna: questi giornalisti sono i nostri occhi, le nostre orecchie, la nostra coscienza. Sono i testimoni che scelgono di guardare l’orrore dritto negli occhi per raccontarlo a chi preferisce distogliere lo sguardo. Non eroi, ma cronisti ostinati della verità, narratori instancabili delle storie che il potere vorrebbe soffocare.
A loro, a questi custodi della memoria e della verità, non possiamo che dire grazie. Un grazie silenzioso ma profondo, per ogni storia raccontata, per ogni rischio corso, per ogni sacrificio fatto nel nome di quel diritto fondamentale che è sapere, conoscere, comprendere.
Perché alla fine, in questo flusso ininterrotto di eventi e testimonianze, sono loro – i Cecilia Sala di ieri e di oggi – a ricordarci che l’indifferenza è la vera complice di ogni tirannia, e che la verità, per quanto pericolosa, merita sempre di essere cercata, raccontata, difesa.
Nel dibattito che periodicamente si accende sul simbolo di Fratelli d’Italia, la fiammella tricolore sembra mantenere il suo paradossale potere evocativo. Luca Ciriani, in un’intervista a Il Foglio, ha ammesso che prima o poi «arriverà il momento di spegnerla». Una dichiarazione che, a ben vedere, non scandalizza, ma anzi coglie una verità quasi banale: quel simbolo, che per una generazione rappresentava identità e appartenenza, oggi è solo un relitto visivo, insignificante per i giovani. Nulla da eccepire sul ragionamento: i tempi cambiano, i simboli pure.
Eppure, nonostante l’innocuo chiarimento di Ciriani, la fiammella continua a bruciare di un fuoco più polemico che simbolico, alimentando l’ossessione di chi vede in essa una nostalgia mai sopita del passato. Il vero problema, però, non è nel simbolo. È altrove, in una realtà ben più concreta e dannosa per la democrazia: il ruolo sempre più ornamentale del Parlamento. Lo stesso Ciriani, quasi di sfuggita, ha osservato come certi ministri trattino le Camere come un jukebox: inserisci la moneta e ottieni ciò che vuoi.
Una metafora brillante, certo, ma fin troppo generosa: non si tratta solo di certi ministri, bensì di un sistema intero. Da anni, ormai, il Parlamento è ridotto a timbrare decreti scritti altrove, nei ministeri o nelle stanze di Palazzo Chigi, come un notaio che convalida decisioni già prese. La separazione dei poteri, colonna portante della democrazia, è stata progressivamente erosa da governi che si sono succeduti con modalità sempre più simili, tanto a destra quanto a sinistra. Il tutto con un copione noto: quando sono al potere, le forze politiche si adattano perfettamente a questa deriva autoritaria, salvo poi riscoprirsi paladine del parlamentarismo non appena tornano all’opposizione.
Il problema non è il simbolo di un partito. La fiammella non è che una distrazione, utile per chi vuole spostare l’attenzione su battaglie di superficie mentre il vero fuoco arde: quello della democrazia ridotta a routine amministrativa, privata del suo slancio vitale. E chissà, magari spegnere la fiammella sarà davvero un atto simbolico. Ma non certo per ragioni storiche. Forse, semplicemente, perché illumina troppo poco rispetto ai roghi più grandi.