
Ci sono uomini che, per sembrare rivoluzionari, dichiarano guerra ai libri. È il modo più economico per sentirsi Galileo senza avere nemmeno la pazienza di imparare la tabellina del metodo scientifico.
Dev’essere una strana forma di nostalgia. Dopo aver trascorso secoli a liberarci dalla superstizione, c’è chi sogna di tornarci con l’aria soddisfatta di chi ha scoperto un continente. Basta cambiare il nome: non la si chiama più ignoranza, ma “pensiero alternativo”. E il miracolo è compiuto.
Così il medico diventa sospetto perché ha studiato. Il ricercatore è accusato di essere troppo competente. L’università è una congrega, il laboratorio una setta, la statistica un’opinione. L’unica prova davvero inconfutabile resta il video di tre minuti registrato dal sedile di un pick-up, possibilmente con una bistecca fumante sullo sfondo.
Trump ha capito che il modo migliore per governare la complessità è dichiararla inesistente. Kennedy, invece, ha intuito che una dieta può diventare un manifesto politico. Mangiare grassi saturi non è più un’abitudine alimentare: è un gesto di liberazione. Il colesterolo diventa un prigioniero politico.
Eppure la realtà possiede un difetto insopportabile: non vota, non mette “mi piace”, non partecipa ai comizi. Si ostina a comportarsi da realtà. Le arterie continuano a restringersi anche se ti senti un patriota. Le cellule ignorano le campagne elettorali. L’infarto non chiede per chi hai votato prima di presentarsi.
Il punto, allora, non è Kennedy. Non è Trump. Domani arriverà qualcun altro a venderci il prossimo elisir contro il sapere. Il punto è che esiste un mercato floridissimo in cui la competenza viene rivenduta come arroganza e l’ignoranza come autenticità. È il solo negozio al mondo dove meno sai, più vieni applaudito. Forse perché la conoscenza è umile: passa la vita a correggersi. La stupidità, invece, ha sempre una sicurezza granitica. Non conosce il dubbio, non sopporta le sfumature, non perde tempo con le verifiche. Ha una risposta pronta per ogni domanda e una colpa pronta per ogni smentita. La scienza è noiosa. Chiede anni, errori, verifiche, pazienza. La favola, invece, è velocissima: basta un microfono, un milione di visualizzazioni e qualcuno disposto a credere che il proprio fegato sia più intelligente di centinaia di migliaia di ricercatori.
La cosa davvero inquietante è che non stanno combattendo contro la scienza. Quella continuerà a esistere anche senza il loro consenso. Stanno combattendo contro l’idea che, qualche volta, per capire il mondo, sia necessario avere l’umiltà di dire semplicemente: “Non lo so. Spiegamelo tu.”.